di Michelangelo Nasca
“Non appena abbiamo un io, c’è la possibilità che mettiamo questo io al primo posto, che vogliamo essere il centro – che vogliamo, di fatto, essere Dio. Questo fu il peccato di Satana; ed è il peccato che egli insegnò al genere umano. (…) Ciò che Satana mise nella mente dei nostri progenitori fu l’idea che essi potevano «essere come dèi»: che potevano regolarsi a modo loro come se si fossero creati da soli, essere padroni di se stessi, inventare una felicità per se stessi al di fuori di Dio, prescindendo da Dio” (C.S. Lewis).
In qualche modo, l’analisi proposta da Lewis descrive uno dei principali sistemi sociologici attualmente presenti nella nostra cultura, o meglio – se vogliamo allontanarci dal termine eccessivamente tecnico – il drammatico problema della solitudine dell’uomo che deliberatamente sceglie di vivere la sua esistenza rifiutando qualsiasi tipo relazione con l’altro, e in circostanze sempre più ricorrenti perfino opponendosi all’altro.
Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, facendo riferimento alla propria esperienza di vita, scrive in un suo romanzo: “L’amicizia è una religione senza Dio né Giudizio finale. (…) L’amicizia perfetta dovrebbe essere una sorta di solitudine felice, spurgata dai sentimenti d’angoscia, di rifiuto e di isolamento”. Potrebbe essere così se davvero un Dio non esistesse!
Certamente la società odierna tende a standardizzare i rapporti interpersonali e ad imprigionare ogni individuo nel proprio particolare piuttosto che permettergli di aprirsi agli altri. Chi ti sta accanto, spesso, è considerato una minaccia, un pericolo, un nemico da abbattere al più presto… e i motivi possono essere tanti. La superficialità e la banalità di certi rapporti interpersonali, poi, recensiti attraverso alcune trasmissioni televisive (tanto seguite dai più giovani), rendono ancora più evidente il conflitto morale e concettuale tra un sistema educativo rivolto al bene comune della persona e alla comunione con Dio e una trama di iniziative, interventi e giudizi vòlti a conquistare frange di successo o di potere a discapito degli altri. Né più né meno quella radicale forma di relativismo verso cui la nostra società sembra tristemente orientata. Anche il Papa, più di una volta, ha denunciato i rischi del relativismo: “Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione. Dentro a un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità; prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune” (Benedetto XVI).
L’amicizia autentica
“L’amicizia autentica – affermava Giovanni Paolo II – ha in Cristo la sua sorgente”. Ne rintracciamo i principali aspetti nel Vangelo di Giovanni 15, 12-17: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».
Amore, obbedienza e amicizia sono i tratti caratteristici presenti in questo brano evangelico che Gesù rivela ai discepoli nel corso della sua ultima sera terrena. Alla vigilia della passione Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli “amici”. Non si tratta di una semplice e sentimentale manifestazione di affetto, le parole di Gesù vanno oltre il singolo legame affettivo, esse rappresentano il nuovo modo di stare con Dio, attraverso un singolare rapporto di familiarità fino ad allora sconosciuto. “Amico” è l’aggettivo che la Sacra Scrittura attribuisce, in modo del tutto esclusivo, ad Abramo, «l’amico di Dio» (Gc 2, 23), un privilegio assolutamente inedito nella cultura religiosa di tutti i tempi. L’amicizia proposta da Gesù è una nuova e radicale forma di responsabilità verso Dio e verso gli altri. Un impegno che comporta un lavoro poiché ti viene chiesto di amare Dio e di prenderti cura del tuo prossimo (colui-al-quale-farsi-vicino) come te stesso.
A compiere il primo passo verso questa nuova realtà comunionale è Cristo; Egli sceglie l’uomo chiamandolo alla sequela: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16) e lo orienta verso la sorgente dell’amore, verso il Padre: «Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi» (Gv 15, 9). Dio, dunque, ama per primo! “Nessuno – affermava D. M. Turoldo – è così amico come Dio, fonte della stessa amicizia”.
L’amicizia spirituale
Nei mistici l’amicizia di Dio assume una forma di alto livello spirituale. “Dio – scrive San Giovanni della Croce nel Cantico Spirituale – si comunica all’anima con amore così vero che non vi è affetto di madre che con eguale tenerezza accarezzi suo figlio né amor di fratello e di amico con cui si possano confrontare” (CB 27, 1). Tale amicizia realizza un rapporto intimo di comunione spirituale tra Dio e l’uomo. Egli rende bella ed esalta l’anima dell’uomo a tal punto da permetterle di partecipare della Sua stessa divinità. “Egli non ama alcuna cosa meno di sé […]. Per tale ragione, quando [Dio] ama un’anima, in certo modo la mette dentro di sé e l’uguaglia a sé” (CB 32, 6). Si tratta di una particolare trasformazione d’amore; i beni di Dio diventano i beni dell’anima amante perché comunicati in sovrabbondanza dalla grazia stessa di Dio; l’anima, così, “viene subito illuminata e trasformata in Dio, il quale le comunica il proprio essere soprannaturale in tal modo da sembrare che ella sia Lui e possieda quel che Egli possiede. Quando il Signore elargisce all’anima questa grazia soprannaturale avviene un’unione tale che le cose che appartengono a Dio e l’anima diventano un’unica cosa in trasformazione partecipante” (S II. 5, 7).
Indubbiamente questi ultimi riferimenti alla mistica di Giovanni della Croce suscitano nel cuore umano una sorta di vertigine spirituale! Un’amicizia spirituale così prospettata parrebbe addirittura inadeguata se misurata con le innumerevoli miserie umane. Questo, però, ci permette anche di comprendere a quali grandezze il buon Dio ha voluto destinarci.
“Se pensate di diventare cristiani, – scriveva C. S. Lewis – vi avverto che vi state imbarcando in un’impresa che vi impegnerà per intero, cervello e tutto”.
Dialoghi Carmelitani, Giugno 2008.






