di P. Antonio Maria SICARI ocd
Patimento e passione
Com’è strano il nostro linguaggio!
La stessa parola “passione” ci serve per raccontare il martirio di Gesù Cristo e per descrivere un’emozione (amorosa, o artistica, o sociale) che ci afferra totalmente e ci domina. Ma sempre intuiamo che, in essa, ci è preparata una qualche sofferenza. Anche l’amante più felice e l’artista più ispirato e l’attivista più generoso sanno che il dolore non li risparmierà, e proprio nella loro “passione”.
In ogni caso, il dolore e la sofferenza hanno a che fare con il mistero del rapporto tra il nostro corpo e la nostra anima. E c’è un’analogia tra l’amore e la sofferenza.
L’amore è un fatto spirituale che scende fino al corpo: vuole incarnarsi, registrarsi nel corpo, e poi dal corpo risale nuovamente verso lo spirito. Se questo circuito (di una realtà spirituale che si documenta nel corpo e poi ritorna verso lo spirito) si interrompe, possono accadere le vicende più turpi e più tristi: in amore, lo stesso atto che indica la donazione e l’unione può diventare strumento di terribile violenza. Nessuno si accontenta solo delle espressioni spirituali dell’amore: esso ha bisogno di concretezza, di corporeità, di materialità, proprio perché lo spirito vuole lasciarsi “afferrare”.
Ma quanto amore “gridato” che non sa farsi carne, e quanta carne che non sa farsi amore!
La stessa cosa accade in tema di dolore: può essere colpito dapprima lo spirito e poi la sofferenza discende, fino ad aggredire il corpo; ma può essere che soffra prima il corpo e la sofferenza risalga fino a scuotere la psiche e poi lo spirito. Ma può perfino accadere che lo spirito, raggiunto, accolga tutto e lo viva “in compagnia con Dio”, in un dialogo di fede, d’amore e di speranza, rischiarando la mente e dando perfino sollievo al corpo. A volte lo guarisce perfino, “anticipandone la resurrezione”.
Parliamo allora di miracolo, rilevando subito che il suo accadimento è talmente raro, che sembra quasi non valga la pena parlarne.
E invece ogni miracolo è solo la rapida e gloriosa evidenza di un accadimento profondo che viene sempre offerto all’uomo sofferente.
La domanda cruciale di chi soffre
Amore e dolore sono, in parti uguali, i segni rivelatori della nostra Povertà, ma anche della nostra Ricchezza.
Povertà perché sono ambedue mendicanza di qualcuno (Qualcuno!) che ci voglia infinitamente bene e, senza il quale, siamo come chi nulla possiede.
Ricchezza perché l’amore (perfino nella sofferenza e nella morte) è proprio il regalo che ci è stato fatto con divina magnificenza.
Ma qui vogliamo parlare di come si realizza la loro unità nell’uomo che cade in preda alla sofferenza.
L’uomo aggredito dal dolore, infatti, si pone, sempre e inevitabilmente, la domanda suprema dell’esistenza: “Io chi sono? Che ne sarà di me?”.
Ad essa fanno corteo tutte le altre domande che egli si pone sulla propria sofferenza e sul modo di affrontarla, tutti i suoi tentativi di gettarci dentro speranza, disperazione, attesa, a volte fuga, e, a volte, perfino umiltà e pace: “Quanto e come dovrò soffrire? E alla fine che mi accadrà?”.
Ma tutto tende, prima o poi, a raggrumarsi in una sola bruciante richiesta: “Con chi posso vivere “salvificamente” questa mia amara esperienza?”.
Letta più in profondità, la domanda che grida nel cuore è questa: “Quale amore mi può salvare?”.
Allora, com’è vero che ognuno di noi costruisce il suo io negli occhi degli altri – da come si vede guardato, da come si vede compreso, da come si sente accolto – così è vero che l’uomo trova la risposta al senso del suo soffrire, assieme a coloro che lo accompagnano: ai sofferenti possono rispondere soltanto le persone che li amano.
Tu, che io amo
Se, dunque, nell’animo di chi soffre, tutti gli interrogativi tendono a esprimersi in un ultimo e silenzioso “Chi sono io?”, denso di umiltà e di povertà, la risposta adeguata può essere soltanto quella di chi gli dice: “Tu sei la persona a cui io voglio bene”.
Quando si soffre davvero, ciò che di più triste può accaderci non è neanche il dolore che si abbatte su di noi, ma è il venir meno (per irresponsabilità o per cattiveria) di quelle relazioni d’amore dentro le quali il nostro dramma troverebbe “un posto” e avrebbe un senso.
Solo se l’amore lo accompagna fino all’ultimo istante, l’uomo se ne va con la speranza di poter cadere nelle braccia di un Amore ancora più grande.
Per i credenti – quelli per i quali ogni amore è stato vissuto come sacramento (che è appunto “segno di un amore più grande”) questa è “una speranza certa”.
C’è dunque un modo “unico e irripetibile” in cui la risposta alla domanda di chi soffre la deve dare il marito, la moglie, il figlio, l’amico; e c’è un modo in cui può darla anche uno che ti vede per poco tempo e tuttavia, con la sua presenza, afferma il tuo valore di uomo.
Tutto ciò è certamente consolante, ma non è troppo poco, non è un conforto troppo sbiadito, quando dolore e morte acquistano colori accesi e angoscianti?
Certo può sembrare troppo fragile la sola presenza di chi dice al sofferente e al moribondo:
“Tu sei la persona che io amo!”.
Ma non dobbiamo dimenticare il prodigio inevitabile che in questi casi accade: poiché l’amore è vita (poiché l’amore sempre custodisce e salva!), quella frase tende sempre a risuonare così: “Tu sei la persona che non merita di morire… Tu sei la persona che io difenderò, ad ogni costo, dalla morte”.
Ed è proprio la chiara consapevolezza di non poter mantenere questa necessaria promessa il segno più forte che Dio ci ha lasciato (Lui che è Amore!) del bisogno che abbiamo della Sua presenza e della Sua grazia in questa vita.
Il fatto che nel cristianesimo l’amore coniugale si riempia di grazia sacramentale, e l’amore verso i figli sia sempre segno della grande Paternità Divina, è già rivelazione della sacralità creata di ogni amore umano, anche tra chi non crede.
Tutto diventa, però, incandescente quando possiamo soffermarci davanti all’immagine del Figlio di Dio morente per amore nostro e al posto nostro: quando, cioè, possiamo contemplare la promessa davvero realizzata!
Quale grande Amore…!
“Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati Figli di Dio, e lo siamo realmente!” ( Gv 3,1).
“Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio…” (Gv 3,16).
È proprio qui che si apre il lungo racconto della “Passione di Gesù” con i suoi mille patimenti e appassionate emozioni, che i Santi leggevano scoprendovi anche – pieni di stupore – il racconto delle proprie sofferenze, e perfino il desiderio del proprio morire.
In esso non troviamo spiegazioni ai nostri “perché” sulla sofferenza e sulla morte, ma la certezza del fatto che il Figlio di Dio è venuto a farci compagnia e non ci lascerà mai soli, e si unirà totalmente a noi, proprio nell’ultimo istante del morire: «Poiché nessuno di noi vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che moriamo sia che viviamo, siamo del Signore» (Rom 14,7-8).
Ora finalmente sappiamo che, in quel momento supremo, il luogo della nostra più radicale Povertà diventerà il luogo della nostra più gloriosa Ricchezza.
(Tratto da Dialoghi Carmelitani)






