di Anna Cannizzo
Che significa essere adolescenti oggi ? Ed essere adulti? E c’è un modo, una parola cristiana per dire “crescita” e per favorirla? Proponiamo come spunto di riflessione una sintesi dell’intervento che una delle nostre collaboratrici ha tenuto al Convegno degli Studenti del Centro educativo ignaziano (CEI) svoltosi a Palermo dal 6 all'8 marzo 2008 sul tema: Crescere: Un'avventura tra coraggio e paura.
Siamo sempre pronti ad analizzare, giudicare, criticare la generazione attuale di adolescenti: superficiali nei loro valori, nei loro rapporti, nei loro impegni. Ci chiediamo che mondo costruiranno e che razza di adulti diventeranno. E lo facciamo spesso proprio noi, la generazione dei trentenni e quarantenni, noi spesso affetti da sindrome di Peter Pan. Noi che abbiamo cambiato due, tre facoltà prima di sceglierne una, noi che ci sposiamo tardi e divorziamo dopo meno di cinque anni, noi che non sopportiamo le costrizioni, che in nome della libertà non riusciamo ad assumerci le responsabilità fino in fondo, noi che ai nostri figli diciamo poco di no, perché siamo troppo stanchi per farlo e preferiamo arrenderci all’ultima versione della play station.
Chi più, chi meno, facciamo tutti fatica ad essere adulti quando dovremmo esserlo. Abbiamo cercato di esserlo quando eravamo ancora adolescenti. In questo non siamo tanto diversi dai ragazzi di oggi. Ci abbiamo provato tutti a “sentirci grandi”, truccando gli occhi a dodici anni, indossando minigonne vertiginose, vantandoci con le amiche delle conquiste estive e, magari, accendendo una sigaretta un sabato sera, davanti ad un gruppo di ragazzi più grandi di noi. Ci abbiamo provato e non ha funzionato.Ci abbiamo provato ed abbiamo fatto una gran confusione, esattamente come la stanno facendo i ragazzi oggi, con l’aggravante che in loro è tutto più accentuato: ci siamo preoccupati di essere adulti e ci siamo scordati di crescere. Abbiamo pensato di potere vivere un traguardo, saltandone il percorso: Essere adulti è il traguardo. La crescita è il percorso.
E quando ci si occupa solo del traguardo, il grande rischio è quello di banalizzarlo e renderlo insignificante. Essere adulti diventa un semplice “fare gli adulti”, proprio come il bambino che gioca al poliziotto e che per identificarsi con esso può soltanto ripetere dei gesti o usare degli strumenti propri del poliziotto. Così un ragazzo che “ fa l’adulto”; non essendolo, può solo ripetere dei gesti, scimmiottare degli atteggiamenti, spesso i più marginali e distorti. Sappiamo tutto sul sesso: sappiamo come si fa, magari lo facciamo anche già a quattordici anni, ma ne ignoriamo il senso, o peggio, lo banalizziamo ad essere risposta di un istinto. Conoscerne il senso, capirne il mistero e la grandezza che porta dentro, viverlo come aspetto di un rapporto maturo, stabile e cresciuto, ci renderebbe adulti. Ma se ci accontentiamo di provare sensazioni piacevoli, se ci accontentiamo di fare, senza essere, potremo definirci adulti?
Sappiamo tutto sulle facoltà universitarie e sugli sbocchi lavorativi che offrono, ma non ci siamo mai interrogati su che persone vogliamo diventare?
Ed insieme a Federico Moccia siamo arrivati “tre metri sopra il cielo” assistendo a certe storie d’amore, ma nessuno ci ha fatto riflettere sul fatto che un rapporto per crescere ha bisogno di impegno. Che ogni rapporto è un impegno, anche l’amicizia E’ proprio questo impegno ad “essere” prima che a “fare” che si chiama crescita.
Cristianamente questo “essere” si chiama vocazione. Crescere è andare verso la propria vocazione, andare verso il proprio Essere. E per realizzare questa vocazione bisogna intraprendere una strada, inserirla in un progetto, fare di essa il proprio progetto di vita.. C’è chi dice che ciò che conta è fare tante esperienze, provare sempre nuove emozioni ed essere liberi da tutto. Sono falsità che lasciano insoddisfatti, perché rendono tutto precario. E’ la meta che dà senso al viaggio ed è la nostra capacità di mostrare impegno e fedeltà nel perseguirla che ci dà pienezza.
In questa fedeltà si gioca la libertà umana. I rapporti prima di tutto. Le persone che ci stanno accanto, quelle che scegliamo come compagne di vita (amici o partners che siano) sono importanti nella misura in cui ci aiutano a raggiungere questo essere, ci aiutano a non disperderci, a non perderci cioè da noi stessi. Un’amicizia buona non è quella divertente, ma quella che va in questa direzione, non è quella che si limita ad una frequentazione serena perché superficiale, ma quella che seppure faticosamente entra nelle pieghe anche dolorose e vergognose della nostra persona, e ci rimane comunque accanto perché vuole il nostro bene. Questa è la vera avventura della vita: il fascino dell’esistenza consiste nella progressiva scoperta della propria vocazione in relazione con gli altri. Consiste nella scoperta del desiderio che abbiamo dentro e nell’impegno per realizzarlo. Desiderio con la D maiuscola. Non i desideri delle cose materiali, o delle sciocchezze, ma i desideri grandi, quelli che sono desideri di vita, di umanità, di anima. Il desiderio di infinito e di grandezza che ci portiamo dentro. Il desiderio di amore. Il desiderio di realizzare noi stessi armonicamente e che ci apre agli altri. Un tempo si parlava di ideali e prima di riguardare delle azioni , qualificavano la persona. La crescita si costruiva aspirando a questi ideali, cercando di realizzarli, anche disilludendosi dietro. Era una fatica, ma bella.
Oggi ci fanno spaventare dicendoci che crescere è una questione di impegno e responsabilità e ci nascondono la cosa più importante: che prima di essere una questione di impegno, è una questione di desideri. Il Desiderio di diventare se stessi, quello per cui Dio ci ha fatto. La vocazione stessa non è altro che il desiderio più intimo e più profondo che abbiamo: realizzare noi stessi. Ed alla base delle amicizie non c’è forse anche la condivisione dei desideri? Una grande amicizia è quella che condivide grandi Desideri.
Il viaggio inizia ora, mai domani, mai quando sarò grande, perché per diventare grandi bisogna mettersi in cammino.
In tal senso crescere è bello.
Dialoghi Carmelitani, Giugno 2008






