Testo parlato tratto dalla prima meditazione degli Esercizi Spirituali del Movimento Ecclesiale Carmelitano di Lignano (aprile 2008) pubblicato dalla rivista "Dialoghi Carmelitani" (giugno 2008).
di P. Antonio Maria Sicari ocd
Dono e libertà
Non si potrebbe parlare dell’amicizia di Gesù, sarebbe presuntuoso, se nel Vangelo (che è stato scritto per tutti e per ciascuno di noi, anche per quelli che ancora non lo conoscono) Lui stesso non ci avesse detto: “Io vi ho chiamati amici”. A questo proposito va ricordato che per Dio, dare un nome, chiamare, significa anche “costruire” quello che la parola dice. Gesù ci ha chiamati amici, cioè ha messo in noi la possibilità di accogliere la sua amicizia e di realizzarla, anche se un’amicizia donata non può mai supplire la libertà della risposta. La libertà della risposta, infatti, resta nostra.
Un’amicizia “trinitaria”E’ importante allora capire in che modo questa amicizia ci abbia raggiunti. Nel Vangelo Gesù dice: “Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere ciò che accade tra me e il Padre mio”. Proviamo quindi, per un istante, a pensare veramente da cristiani, cioè a non pensare Dio nella maniera in cui lo pensano i musulmani (per quanto rispettabilissima) per cui Dio è come “un grande blocco di potenza”, davanti al quale bisogna piegarsi. A noi cristiani, invece, Dio è stato rivelato come una famiglia d’amore, una comunità d’amore. Abbiamo imparato a capire che Dio è Padre, con tutto quello che possiamo attribuire a questa parola. Il Padre è origine di tutto, sorgente di tutto, fonte di tutto. Dio è onnipotente, ma Padre onnipotente; sa tutto, ma è un Padre che sa tutto; è immutabile, ma è un Padre che è lì fermo nella sua benevolenza e misericordia. Abbiamo imparato ad usare anche la parola Figlio, la stessa che usiamo per i nostri bambini. Li vediamo bisognosi di crescere, di imparare e di ricevere tutto, eppure già da piccoli dotati di personalità, inviolabili. Parole come accogliere, dipendere, ricevere e ringraziare non sono dunque parole fragili, ma grandi e presenti persino in Dio. Parliamo di Gesù Figlio di Dio come Colui che ha tutto il potere, tutta la grandezza, tutta l’adorazione, tutta l’altezza del Padre e tuttavia è amore ricevuto. Parliamo anche di Spirito Santo che vuol dire legame, vincolo, abbraccio, pace, comunione, unione e tutto ciò che desideriamo quando parliamo di amore e di dono. È come se Gesù dicesse: “Io vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere come è fatto Dio, vi ho detto tutto quello che il Padre ha detto a me”.
L’amicizia di Gesù
Sappiamo poi come è cominciata la nostra storia di amicizia con Lui: da quando cominciò a scegliere i primi, chiamandoli uno per uno, accettandoli così come erano nella loro fragilità e nella loro umanità anche un po’ rozza, di come la gente intorno lo guardasse e dicesse: “Dice di essere mandato da Dio ed è amico di pubblicani e peccatori, di gente di bassa estrazione…”. Il Vangelo ci parla di come l’amicizia di Gesù si dirigesse verso persone che tutti giudicavano indegne. Si pensi all’incontro con Zaccheo o alla scelta di Matteo come apostolo. L’amicizia di Gesù è quindi un’amicizia che si costruisce e si offre secondo metodi, stili, affezioni che non sono quelli abituali. Alla fine, il Vangelo può dire: “Li aveva amati tutti i giorni, ma decise di amarli fino alla fine, fino al compimento”. Gesù stesso aveva detto: “Guardate che nessuno ha un amore più grande di chi è disposto e pronto a dare la vita per gli amici”. Negli ultimi giorni della sua vita Gesù volle segnare la sua amicizia con gesti di infinita dedizione, come quello con cui lavò i piedi dei discepoli, oppure quello con cui non solo diede la vita, ma con il quale volle anche che questa sua vita potesse essere data e ricevuta ogni giorno, dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…”. Con le ultime parole rivolte a Giuda: “Amico, sei venuto per questo” è come se gli avesse detto: “Tu non riuscirai a distruggere la mia amicizia, neanche con il bacio del tradimento”. Infine pensiamo anche all’ultimo amico di Gesù, quello che si fece amico sulla croce, il primo santo, il primo amico compiuto: “Oggi stesso sarai con me in Paradiso”.
La novità cristiana
Questa è la vicenda che tutti conosciamo. E dovremmo anche un po’ soffrirne accorgendoci che mentre questa amicizia dovrebbe essere una specie di torrente di fuoco, capace di permeare tutte le nostre azioni, i nostri progetti, i nostri rapporti, noi invece restiamo spesso un po’ gelidi, un po’ freddi, come se non credessimo del tutto all’amicizia o all’amore che ci sono stati donati.
Non è un caso, allora, che Gesù ci abbia voluto dare anche un metodo per capire di più questa amicizia. Ha legato subito all’amicizia la parola comando, dicendo “fate quello che io vi comando”: non nel senso per cui “adesso che siete miei amici ritornate schiavi e io padrone”, ma “diventate miei amici e accettate il comando dell’amicizia”. “Sarete miei amici se farete quello che io vi comando”, cioè se vi amerete gli uni gli altri, se diventerete amici gli uni degli altri come io ho amato voi. L’amicizia ha infatti un solo comando: che si diffonda, che si allarghi, che si dilati. Qui c’è la più grande novità del cristianesimo. Gli antichi conoscevano il valore dell’amicizia, ma ritenevano che forse in tutto il mondo si potessero trovare tre o quattro amici a malapena e che la storia segnasse forse cinque o sei episodi di grande amicizia. Tuttavia la sognavano. Aristotele diceva: “Avere un amico, essere amico vuol dire che c’è un’ anima che abita e vive in due corpi”. Seneca diceva: “Tu mi domandi a che serve avere un amico e io ti rispondo: «Serve per avere qualcuno per cui morire»”.
Con il cristianesimo accade qualcosa di nuovo, perché l’amicizia è rivelata come unica, non come rara: quella di Cristo, ma capace di diffondersi e di creare folle di amici veri. Negli Atti degli Apostoli si dice che la gente era meravigliata perché i primi cristiani erano tutti un cuore solo e un’anima sola. Tutti avevano un Amico e questo Amico li faceva amici. Questo Amico li esigeva amici perché non sopportava che non lo fossero. Questo è il miracolo cristiano. Forse quando abbiamo delle tristezze, delle incompiutezze, e forse pensiamo che il cristianesimo non sia abbastanza forte e persuasivo, come lo è un motivo di fierezza, questo in realtà dipende dal fatto che abbiamo un po’ rifiutato di obbedire al comando dell’ amicizia. “Perché tu diventi amico di un altro, devi scoprire un’anima uguale alla tua, quasi la tua stessa anima nell’altro, una consonanza di idee, di emozioni, di affezioni…” dicevano, in questo senso, gli autori antichi.
Un’amicizia celebre…
Consideriamo ora uno dei testi più straordinari sull’amicizia. Si tratta di un’amicizia celebre, simile a quella di cui parlavano gli antichi pagani, ma che ad un certo punto scopre una prospettiva diversa. E’ quella di un ragazzo che si sta perdendo, che sta distruggendo la sua vita coscientemente. E’ un ragazzo intelligentissimo, di tradizione cristiana, non battezzato, con una mamma santa. La mamma soffre per lui e lo segue con la sua maternità. Tanto che, diventato grande, dirà alla madre: “Tu mi hai generato tante volte quante volte io mi perdevo”. Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, racconta che durante la sua prima giovinezza si perde. Con la sua intelligenza da una parte rifiuta il cristianesimo e dall’altra ricerca verità strane come erano le teorie scettiche. In una parola, fa lavorare l’intelligenza ma non la vita. Ascoltiamo dunque alcune sue parole, cercando di capire.
“In quegli anni in cui avevo cominciato a insegnare nella mia città natale mi ero fatto un amico che gli studi comuni rendevano particolarmente caro”. Erano così amici che Agostino, avendo personalmente rifiutato la fede cristiana di tradizione familiare, aveva poi cercato di distruggere anche quella del suo amico, “per introdurlo a quelle favole ossessive che facevano piangere mia madre….” Aveva catturato l’amico, nella mente, nel cuore e nella vita, perché lo voleva suo, totalmente e solo suo. Ma una grave malattia, e soprattutto la morte imminente, richiameranno l’amico alla fede cristiana. E presto Agostino si accorgerà che all’improvviso Dio “era alle spalle…”, perché gli si rivelerà vera “solo quell’amicizia che Tu, Dio, stringi tra persone unite a Te, dall’amore diffuso nei nostri cuori per opera dello Spirito Santo. Beato colui che ha amici cari in Colui nel quale non può mai perderli”. Questo esempio ci parla dunque di un’amicizia totale, come a volte i giovani sanno avere, che però ad un certo momento viene meno; Agostino, che non si è ancora convertito, si domanda come questo sia potuto accadere per la sola ragione della fede. Ed è come se pensasse tra sé: “Io gli ho dato tutto me stesso, ma poi è bastata la forza di un gesto come il sacramento del battesimo perché tutto cambiasse, perché lui preferisse a me e alle mie idee la fede cristiana”. Agostino comincia cioè a capire che esiste un’intimità più intima a noi di noi stessi: “Tu eri più intimo a me di me stesso e più profondo in me di ogni mia profondità” e quindi “più intimo al mio amico di lui stesso e più profondo al mio amico di lui stesso”. Ad un certo punto questa intimità profonda, che noi uomini non potremmo mai raggiungere, si svela e l’intimità dell’altro può esserne legata: è questa l’opera dello Spirito Santo.
L’azione dello Spirito Santo
L’amicizia è legame d’amore. Non è questione di sentimenti che si intrecciano, ma questione propria di Dio. Quando si creano legami d’amore, Dio è in azione. In Dio Colui che crea legami d’amore si chiama Spirito Santo. Dovunque si creano fatti d’amore è in azione lo Spirito Santo, che noi vogliamo accettarlo o meno. Gesù stesso ha detto: “Io vi manderò lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo vi insegnerà tutto, vi darà consolazione, realizzerà tutto”. In Dio c’è amore, non solo l’amore del Padre che dona tutto, del Figlio che tutto accoglie e riceve, ma in Dio c’è un amore che lega, che stringe, che abbraccia. Quindi dovunque due persone si guardano con il desiderio puro di abbracciarsi, lì è in azione lo Spirito Santo. L’amicizia è cioè questione di Spirito Santo, come emerge anche dal testo dell’inno di E. Stein “Chi sei dolce luce”. C’è una parte della nostra fede, quella più intima, dove in questione è la Persona-Dono, la Persona-Amore, quel legame, quella comunione che è lo Spirito Santo.
E forse a questo punto della nostra riflessione è opportuno riconoscere che noi pensiamo e amiamo troppo poco lo Spirito. Quante sono le persone sposate che sanno che il loro legame non è solo legame psicologico, cioè quello che riescono ad intrecciare da soli e a volte fragilmente, ma è come se nell’asse orizzontale del loro amore se ne inserisse un altro verticale, che è appunto quello dello Spirito Santo? Mariti e mogli, ricordatevi a vicenda che è lo Spirito Santo a tenervi insieme, e che voi non potete lacerare il legame da Lui creato! Amici, ricordate che è lo Spirito Santo a farvi veri amici!
Amore e amicizia
Tuttavia, procedendo nella nostra riflessione, si rende necessario, ora, chiarire un aspetto ulteriore: qual è allora la differenza tra amore e amicizia? Davanti a questa domanda si rischia di cominciare a vacillare perché normalmente si pensa che, mentre l’amore è una cosa forte e robusta, se proprio non te lo puoi permettere del tutto allora resta l’amicizia. Ma questa è un’idea sbagliata. Infatti, così come si può dire che: “Un uomo ama totalmente sua moglie, un genitore ama suo figlio”… si potrebbe anche dire: “Un uomo ama profondamente sua moglie, ma sua moglie non lo ricambia e viceversa”. E, questo, senza che l’amore di quell’uomo o di quella donna venga meno. Se ugualmente si dicesse: “Dovete amare i vostri nemici” e un uomo ama o almeno si impegna ad amare il suo nemico, quel suo amore resta vero anche qualora l’altro non lo ricambiasse.
L’amicizia, invece, è l’amore ricambiato, è l’amore mutuo. Un amore, qualunque amore, si chiama dunque amicizia quando è ricambiato. E’ ad esempio l’amore di un coniuge che, se ricambiato, diventa anche amicizia coniugale. Ci sono molte coppie che soffrono perché c’è “solo” amore: lui ama sua moglie, lei ama suo marito, ma non si sentono ricambiati, perché manca l’amicizia coniugale. L’amicizia per natura sua non è una parola diversa dall’amore. L’amore coniugale può essere forte e santo anche quando non è corrisposto. Ma si chiama amicizia quando l’amore è contraccambiato nei limiti del possibile con la stessa intensità, con la stessa totalità, con una crescita comune sempre più grande. L’amicizia è la mutualità, la scambievolezza dell’amore, è il dare e tornare dell’amore. E questo è il compito dello Spirito Santo. Quando parliamo dell’amicizia del Signore Gesù abbiamo davanti tutto questo “mondo” di relazioni. Lo Spirito Santo trae dalla persona di Gesù, dalle sue parole, dai suoi insegnamenti tutto ciò che è necessario affinché noi, aprendo il nostro spirito, possiamo diventare capaci di amicizia scambievole. Gesù, dunque, vuole essere mio amico, e lo diventa attraverso lo Spirito Santo che può legare il mio cuore a quello di Cristo, quello di Cristo al mio e il tuo al mio.
I consigli di Gesù
Ma perché tutto questo accada Gesù ricorre al linguaggio dell’amicizia, che è quello del consiglio. Consiglio vuol dire che io non ti perseguito a furia di comandi, a forza di imposizioni e di prescrizioni, ma persuasivamente e in forza dell’amicizia reciproca ti dico delle parole decisive. E’ la forza dell’amore scambievole che, riconoscendo alla parola ascoltata la propria passione, anche se solo sussurrata riconosce in essa una forza più potente di quella del comando. E’ la parola che il mio amico dice a me, per me, che egli trae dalla sua intimità per raggiungere la mia. Il consiglio è quindi il linguaggio dell’amicizia vera.
La tradizione cristiana ha riconosciuto che, volendo trarre da tutto il Vangelo i principali consigli di Gesù, li si può riassumere in tre parole: povertà, verginità e obbedienza. Tali parole traggono la loro natura da ciò che Gesù stesso ha vissuto, da ciò che Gesù stesso è stato. Trattando di queste tre dimensioni, allora, non si vuole imporre vocazioni particolari a nessuno, perché ognuno ha la propria. In qualunque situazione o stato di vita Gesù vuole essere un amico e sussurra dentro il cuore appelli come questi: “Sai cos’è la povertà che ho vissuto? Ho dato tutto. Sai cos’è essere obbedienti? Guardare uno in faccia, ascoltarlo e volergli bene. Sai cos’è verginità? Un amore che si dà tutto sempre di più e per quanto viene consumato rinasce sempre…”.
Diceva per questo Simone Weil: “L’amicizia è una grazia”. Ed infatti, nell’inno allo Spirito Santo, due strofe sembrano descrivere proprio ciò che un vero amico fa per un altro amico:
“Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. / Vieni Padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni luce dei cuori. / Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. / Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. / O luce beatissima invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. / Senza la tua forza nulla c’è nell’uomo, nulla è senza colpa. / Lava ciò che è sporco, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. / Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. / Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano, i tuoi santi doni. / Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”.
In questa preghiera si trova allora racchiuso tutto ciò che si intende per vera amicizia. Chiediamo al Signore, attraverso lo Spirito Santo, la grazia di capire i consigli di Gesù, affinché con la loro forza assoluta, per quanto sempre consegnati alla nostra libertà, ci permettano una risposta vera al suo invito. A Lui che dice “Ti ho chiamato amico” ciascuno di noi possa rispondere “Io sono contento di essere un tuo amico vero”.
Dialoghi Carmelitani, Giugno 2008






