di Luca Sighel 

È la domanda che si sono sentiti fare alcuni bambini, sottoposti ad un esperimento sulla loro capacità sensoriale del gusto: è stato fatto assaggiare ai piccoli una bevanda con un’essenza chimica al gusto di fragola, usata abitualmente per le mille “merendine alla fragola”, e un preparato con vero estratto di rosse fragole, appena colte e lavate. E i poveri ignari tapini (l’avete già indovinato!) hanno riconosciuto la fragola solo nel primo, qualcuno rigettando il secondo “intruglio” e rifiutandosi di sorseggiarne ancora, chiedendo di poter avere un’altra buona dose del “vero” succo di fragole.

Dal piccolo apologo il vero naturista ne deriverebbe un fiume di considerazioni che andrebbero dall’invito a ritornare alla genuinità dei prodotti naturali, alla pubblicità dei soli prodotti che sono strettamente biologici e ben dettagliatamente documentati dal loro concepimento, alla nascita, alla loro morte nel vostro piatto. Ma poi si allargherebbe a giudizi nefasti sulla nostra società e i nostri tempi, in cui i bambini confondono, anzi identificano il chimico con il naturale, a previsioni catastrofiche per il nostro futuro ambientale, umano, politico, magari strizzando l’occhio a un ritorno, certo irrealistico forse, ma possibile, ad un’era pre-industriale, fino a giungere a sposare le tesi dell’antroposofia di Rudolf Steiner e dell’agricoltura biodinamica.

Sia chiaro a tutti che chi scrive ama le fragole, ma l’esperimento nasconde una verità. Sempre più ci accontentiamo di surrogati, aromi, non si sa quanto naturali, liofilizzati, surgelati, disidratati, prodotti già pronti, già cotti, che ci facilitino, non ci facciano perdere tempo (da gustare in 5 minuti), che conservino, il più possibile, il gusto originale di “patate appena sfornate” o linguine da poco scolate in un profumato misto di pesce e pomodoro fresco ... Non siamo alla prova del cuoco!

Quel che deve far pensare è che la stessa dinamica si sta verificando nelle relazioni umane, soprattutto tra i più giovani. Certo è necessario fare tutte le dovute distinzioni, ma siamo sempre più attrezzati e tecnologicamente capaci di comunicare parole, suoni, immagini, infischiandocene di distanze, tempi, fusi orari, ma poi ci accorgiamo di essere sempre più distanti, sempre meno capaci di relazionarci a viso aperto: ci si sente, ci si contatta, ci si informa, si discute e si litiga via e-mail, sms, in chat. Persino le lunghe telefonate ben presto ci abbandoneranno, ormai vecchie ed obsolete. Il contatto è virtuale, mediato da uno schermo, affidato al linguaggio analogico-digitale, è sempre più raro porre attenzione alle espressioni del viso, all’inflessione della voce, la sequenza, il ritmo  e la cadenza delle parole, alle esitazioni, alle irregolarità della respirazione o a tutti quegli indicatori involontari che fanno parte di noi e della nostra comunicazione. E tutto sommato non ne sentiamo la mancanza, salvo poi ritrovarsi un po’ più sguarniti nel momento in cui ci tocca affrontare un problema, un contrasto, una frustrazione, o quando vorremmo essere più capaci di saper leggere una difficoltà, capire un disagio o semplicemente dire la parola giusta e compiere il gesto comprensivo, adatto o semplicemente utile.

Il fenomeno delle chat e della rete è per utenti sempre più in cerca di relazioni, che non riescono ad avere altrimenti, ma lo strumento comunicativo è inadeguato, insufficiente, monco, e la comunicazione avviene in un vuoto, in cui le identità dei soggetti coinvolti sono sfumate, parziali, talvolta fittizie o inventate. Infatti spesso i legami in rete non aspirano a divenire incontri reali, si confonde la comunicazione con la relazione, che è anche comunicazione, i contatti si moltiplicano in modo indefinito, ma i legami che si stringono in fondo tendono a rimanere anonimi e le comunità virtuali possono divenire rifugi dalla realtà. Qualcuno parla di “nuova democrazia della rete”, ma varrebbe la pena di interrogarsi sulla storia ed il significato del termine democrazia.

Gli esperti di comunicazione ci informano che rischiamo di perdere la percezione e il gusto del rapporto e contatto umano, sostituendolo con altre modalità di incontro e comunicazione.
In questo numero della nostra rivista offriamo qualche spunto e contributo per riflettere sulle relazioni e sui rapporti che ci fanno vivere, sia quelli in cui ciascuno si è ritrovato, sia i legami che sta scegliendo o ha scelto, quei rapporti di amicizia, che, essendo elettivi ed approfondendosi sempre più, nell’appartenenza reciproca sono anche sperimentazione autentica della libertà. C.S. Lewis afferma che “ in un circolo di amici ognuno è semplicemente se stesso. A nessuno interessa innanzitutto sapere della famiglia dell’altro, della sua professione, classe, reddito, razza o storia passata. Sono tutte cose che, prima o poi, verremo a sapere, ma incidentalmente... ” L’amicizia si fonda, secondo lo scrittore inglese, nel vedere la stessa verità e non è condizionata dal bisogno o dalla necessità “Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia.” Per cui la radice del rapporto amicale sta proprio nella sua “non necessarietà”, nell’essersi scelti, nel suo “amore di apprezzamento”, nel continuo scambio (andare e venire) di stima, considerazione, affetto che genera umiltà reciproca.

Che sapore ha l’incontro con un amico? Ha il gusto del tono della sua voce e delle sue parole, delle domande e delle risposte reciproche, degli occhi e delle mani, della sua presenza, da cui è sempre difficile staccarsi, per ritornare, è la condivisione di punti di vista, il confronto e le opposizioni, l’aver capito qualcosa insieme e il non essersi capiti bene e poi spiegarsi meglio, è la pienezza delle risate in situazioni divertenti e dei silenzi di quando non si sa che dire. È un contagio di vita, non ci sono surrogati o estratti chimici. Come è capitato a te, a me, a Luigi, Beppe e a Lorenzo, come capita a tutti. E come capitò a Giovanni: “ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, noi lo annunziamo a voi” Ed iniziò tutto un altro sapore e gusto della vita.

Editoriale
Dialoghi Carmelitani, Giugno 2008

 

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