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Roberto Benigni

Benigni: «L’esistenza è un enigma e un mistero»
Il percorso umano ed artistico del comico, la sua passione per Dante e qualche sorpresa

di P. Aldino Cazzago o.c.d.


Le tappe di un percorso

Dopo gli esordi in alcuni teatri romani nel 1972, il percorso professionale dell’attore e regista Roberto Benigni può essere a grandi linee suddiviso in due parti: la prima, segnata da film e da apparizioni televisive, in cui per sbeffeggiare i “potenti” non esita a ricorrere a un linguaggio irriverente e pesante, come ad es., quando durante il Festival di Sanremo del 1980, apostrofò il pontefice con il termine di «Wojtilaccio». Nel 1997, ripensando a quella sua apparizione dirà: «Sto dicendo che se mi rivedo per esempio in tivù a volte non mi piaccio, capisco di aver esagerato. Anch’io ho delle cadute da farmi perdonare».

La seconda, risalente al 1990 con il film La voce della luna diretto da Federico Fellini, dove Benigni interpreta un personaggio lunare attratto da misteriose voci provenienti da un pozzo. Dopo Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino e Il mostro, nel 1997 è la volta del film La vita è bella che lo consacra come grande attore. Il film - aveva detto lo stesso Benigni - «è soprattutto una grande storia d’amore, che resiste a tutto, anche alla morte». Alla prima tv il film sarà visto da ben 16 milioni di spettatori e da quasi 10 per la replica! Nel 2002 invade la sale cinematografiche italiane con il suo Pinocchio. A chi gli fa osservare che nei manifesti non compare il nome di Collodi accanto al titolo, risponde: «Ma insomma questo è Pinocchio uno dei libri più tradotti al mondo. È come se uno facesse un film dalla Bibbia e sui cartelloni ci stesse scritto “dall’omonimo romanzo di Dio”». La sua carriera cinematografica si ferma per ora al 2005 con il film La tigre e la neve, una sorta di riflessione su alcune tematiche, già presenti ne La vita è bella, o come ha detto egli stesso, «un inno alla poesia, cioè all’amore per la vita. E proprio mentre cinema e letteratura attorno a noi non fanno che parlarci di morte».

Dante

Un nuovo decisivo fatto, che segna la seconda stagione della vita di Benigni, è senza alcun dubbio la sua passione per la Divina Commedia. Nella storia della televisione resterà memorabile la sera del 23 dicembre 2002 quando 12 milioni e mezzo (!) di spettatori, dopo aver riso delle sue considerazioni sull’attualità politica, lo hanno ascoltato, prima spiegare verso per verso e poi recitare a memoria l’intero canto XXXIII del Paradiso. Nei giorni successivi a quel 23 dicembre il testo della Divina Commedia sarà tra i volumi più richiesti nelle librerie.
In altre circostanze, sentendolo declamare Dante, il poeta Mario Luzi ha detto: «Si vede che ama quello che legge». Un amore per Dante che lo stesso Benigni ha confessato di aver appreso dai suoi genitori, che di mestiere facevano i contadini! A proposito di genitori ricordiamo una circostanza che aiuta a capire le remote ispirazioni del film La vita è bella: durante l’ultima guerra il papà di Benigni fu per due anni prigioniero nel campo di concentramento Bergen-Belsen, lo stesso di Anna Frank. Forse non è un caso se nel film è proprio il padre con il suo amore a proteggere e custodire la vita del figlio.
La sua tournée dantesca («Tutto Dante») in decine e decine di piazze e teatri ha ormai raggiunto gli 800.000 spettatori. Ovviamente non mancano i critici, il più arrabbiato dei quali è senz’altro Franco Cordelli del Corriere della Sera che proprio non riesce a sopportarlo. Infatti il 22 aprile scorso, dopo aver pur osannato il Benigni che, nella prima parte del suo spettacolo, sferza tanto la Destra quanto la Sinistra, è giunto a definire la sua lettura di Dante «poco meno che un crimine culturale». Il 7 giugno successivo rincarava la dose e aggiungeva che «Benigni è un interprete [di Dante] non solo modesto, ma fuorviante».
La lettura del V canto dell’Inferno di giovedì 29 novembre 2007 non deve aver suscitato reazioni molto diverse in alcuni cultori di Dante e in molti critici televisivi visto che lo schema della serata ricalcava quello di cinque anni prima. Prescindendo dalla fin troppo lunga introduzione sull’attualità politica, cos’è veramente accaduto in quella serata? Si è ripetuta, dopo quella del dicembre 2002, la corale riconciliazione tra intere generazioni di ex-liceali e quella Divina Commedia che dai banchi di scuola risultava così spesso incomprensibile e, non solo cronologicamente, lontana dalla vita quotidiana di ogni studente. Il racconto dell’amore tra Paolo e Francesca non è stato il soggetto di una storia lontana che Benigni si è sforzato di rendere artificialmente interessante, ma la plastica e vivificante narrazione di una ferita patita dall’amore di ogni tempo.
In uno dei numerosi blog di commento alla trasmissione si è potuto leggere: «Benigni ci ha preso per mano e ci ha portato in giro per il girone dei lussuriosi, ci ha regalato un pezzo di eternità, quella scintilla di eternità di cui parlava all’inizio. […] un’attenta riflessione sulla vita e poi l’apice, il massimo quando ci ha mostrato Paolo Francesca. Sì, mostrato! Non so voi, ma io le due anime che venivano verso di me abbracciate, le ho viste davvero, mi sembrava quasi di poterle toccare».
Ecco il secondo punto di forza della serata: far vedere, mostrare, a quale profondità giunge, a quale speranza si apre la vita quotidiana quando è sorretta e innervata da parole-chiave come mistero, eternità, povertà, amore, bellezza, libertà e, per chi crede, Dio. Molte delle affermazioni intrise di cristianesimo che Benigni ha estratto, si starebbe per dire distillato, dai versi danteschi – vedi quella dell’assenso della donna al matrimonio a partire dal sì di Maria all’Annunciazione – non hanno altra giustificazione: «Dopo aver letto la Divina Commedia gli altri li vediamo non come persone ma come scrigni di un enorme mistero», «Il senso della vita è dentro di noi. Anche chi non crede che siamo fatti da Dio, non può negare che siamo fatti di Dio», «Il più bel dono che abbiamo avuto è il libero arbitrio. Peccato che lo usiamo pochissimo. Essere vivi significa capire che dobbiamo scegliere». E infine: «Cristo ha dato un nome a ogni povero: il suo. Sul volto di chi soffre c’è quello di Dio».
Il giorno successivo la quasi totalità dei quotidiani, unica eccezione Avvenire, ha liquidato la trasmissione con la sbrigativa considerazione sul numero degli spettatori (solo 10 milioni rispetto ai 12 e mezzo del 2002 e quindi niente record!). Qualcuno ha parlato del Benigni politico che può dire cose ad altri non concesse e qualcun altro ancora del Benigni che mostra come «la mitologia non è una divinità lontana ma materia presente», come se al centro della serata ci fosse stata l’Odissea e non la Divina Commedia. Vengono poi le critiche più raffinate: la non perfetta dizione o l’eccessiva personalizzazione che l’attore farebbe del testo.

La svolta

Forse la vera e inconfessata ragione delle numerose critiche che Benigni attira su di sé sta nella sua svolta cristiana, svolta mai sbandierata, ma che traspare da molti suoi giudizi sulla vita, sul mondo e sugli avvenimenti. La lunga intervista, pubblicata il 9 settembre scorso da Avvenire, contiene elementi che avvallano l’ipotesi di questa svolta, in atto ormai da qualche anno. Di essa riportiamo solo due brani assai significativi. «Dante fa sentire che ognuno di noi, anche se i suoi giorni e notti non appaiono eccezionali a nessuno, è protagonista di un dramma epico insostituibile, unico. Ti fa sentire che ognuno di noi è qui per complicare e completare l’affresco. E c’è anche l’impressione che c’è Qualcuno che ti guarda continuamente, sempre, perché ti vuole bene».
Al suo intervistatore racconta di aver avuto tra il pubblico di una della sue tante serate dantesche anche il famoso calciatore Baggio, noto per il suo legame con il buddismo. «Io lo amo tanto Baggio. Mi ha detto: “Sai che mi hai fatto capire meglio il buddismo?”. Gli ho detto: “Ma dove vai? C’hai Cristo … non è per dire, ma noi c’abbiamo quello … come ce lo aveva il nonno, il nonno di tuo nonno”». Ricorda poi come Gandhi si meravigliasse dei molti occidentali che andavano da lui alla ricerca dell’induismo, lui che aveva scoperto il cristianesimo tramite gli scritti di Tolstoj. A quegli occidentali il liberatore dell’India rispondeva così: «Ma c’avete Cristo e venite da me?».
Dall’uomo Benigni, questa «svolta» aveva già lambito anche l’attore comico. Nel giugno 1998, ritirando il Premio Fellini, disse: «Impersonerei Cristo, è il sogno di ogni comico e il mio in particolare. I Vangeli sono straordinari; e nonostante si sappia che Gesù farà una brutta fine, c’è anche il lato buffo della vita».

«Per essere davvero buoni»

Per Benigni la vita è una realtà carica di mistero e che solo l’amore sa cogliere nella sua profondità. Ricordando al giornalista che suo padre, oltre a Dante, gli leggeva brani del Libro di Giobbe, affermava: «Mi ha fatto tanto pensare [il Libro di Giobbe] sa, mi ha insegnato che l’esistenza è un enigma, è un mistero. C’è un segreto in ognuno di noi, per questo parliamo tanto di cose più grandi di noi». Una vita senza amore è una vita sprecata, ma quando l’uomo lo incontra può giungere a mettere a repentaglio la sua stessa vita, come fa il professor Attilio ne La tigre e la neve quando per salvare la sua amata non esita ad andare fin nel mezzo della guerra (in Iraq).
Al giornalista de La Repubblica che lo intervista nel dicembre 1997 e gli chiede se l’amore faccia paura e richieda perciò coraggio, risponde: «Sempre. È la cosa che fa più paura. Quasi più del comico. È la donna che ti fa nascere e morire. Come dice lo sposo alla sposa nel Cantico dei Cantici. Eccoci che avanza, bella come sole, eletta come luna, tremenda come esercito schierato».
L’amore è anche il senso ultimo della libertà. In occasione della sua apparizione al Festival di Sanremo del 2002 aveva detto: «Amate con grandezza, non fate vivacchiare l’amore. L’amore è l’unica imitazione della libertà che ci rende più liberi».
L’amore dell’uomo è, però, una realtà fragile, sempre esposta alla precarietà e alla corruzione. L’amore che resiste alle prove e alle difficoltà è solo quello disinteressato, quello che Cristo ha inventato e vissuto. Chiamato a Terni per parlare dell’amore in occasione della festa di San Valentino nel febbraio 2006, dopo aver letto brani del Cantico dei Cantici, così commentava: «È stato lui [Gesù Cristo] a inventare l’amore disinteressato. Voi direte che l’amore c’era già. Certo! Anche le onde radio e l’elettricità ci sono sempre state, ma se non c’era qualcuno che le inventasse, non lo sapevamo. È lui che ha chiarito davvero cos’è l’amore».
In definitiva solo Dio conosce davvero cos’è l’amore. Nel giugno 1998, dopo aver spiegato perché ne La vita è bella aveva inserito un clown in una situazione estrema come il lager, affermava in modo geniale e cristianamente centrato: «Bisogna essere in tre per essere davvero buoni: guardi la Trinità».
Le considerazioni e i giudizi di Benigni stupiscono per due motivi: per la verità che contengono, e alla quale anch’egli (ora) aderisce, e perché a dirli è proprio lui, Roberto Benigni, attore comico. Forse la verità è un po’ come il vento di evangelica memoria: «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8).

Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2007

 

 

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