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C’era una volta, tanto tempo fa, la famiglia. E c’era la scuola. Erano queste due realtà le principali “fonti” educative. A scuola imparavano fondamentalmente nozioni, alcuni, i più fortunati, incontravano docenti che non avrebbero più scordato. A casa accadeva quasi tutto il resto, tutto ciò che avrebbe influito in modo determinante sul loro modo di essere. Era così non per un esplicito accordo educativo o per applicare teorie psicologiche; era così perché lo era da sempre, perché i ragazzi trascorrevano la giornata tra scuola e famiglia, perché i segnali mandati dall’una e dell’altra erano molto forti ed indiscutibili. Le due “agenzie” educative non interferivano tra loro; non dialogavano tanto, ma neanche si mettevano reciprocamente in discussione. Si preoccupavano piuttosto ognuna di assolvere bene al proprio compito.  Questo tanto tempo fa…

Così potrebbe iniziare la storia, semplificata certo, edulcorata sicuramente, ma nella sostanza veritiera. Prevedibili le obiezioni: a scuola quello era il tempo del perbenismo borghese, c’era poco dialogo, la famiglia non partecipava quasi per niente alla vita scolastica dei figli e vi era un eccessivo rigore da parte di una scuola che rimaneva fuori dall’attualità, infarcendo gli studenti di nozioni che col vivere avevano poco a che fare. Le conquiste del ’68 sono state un traguardo.

Tutto vero e per più di trent’anni ci abbiamo creduto, abbiamo preteso dai nostri insegnanti maggiore dialogo e dai nostri genitori maggiore presenza a scuola e, divenuti insegnanti, abbiamo impostato il nostro mestiere in un modo diverso: noi siamo la generazione del dialogo, dell’attenzione alla crescita umana, del coinvolgimento a tutti i costi, della chance ulteriore da dare sempre, delle strategie accattivanti e delle attività rocambolesche da escogitare affinché la scuola sia piacevole, attuale, utile alla crescita, oltre che all’apprendimento didattico.

Ma mentre noi eravamo tutti occupati a svecchiare la scuola dal di dentro, non ci siamo accorti che, in questo cammino, la famiglia indietreggiava ed i genitori erano sempre più confusi. Non ci siamo accorti che alla nostra attenzione corrispondeva spesso una maggiore disattenzione della famiglia. Alle ore che sempre di più noi trascorriamo fuori dalle aule con i ragazzi, corrispondono drammaticamente delle ore in meno che costoro trascorrono con la famiglia.

E questa famiglia, che non perde un colloquio con i professori,  che è sempre pronta a protestare per un voto non gradito o per un permesso non concesso, questa famiglia, apparentemente così presente nel controllare la scuola, in realtà, è assente. Assente a se stessa prima di tutto, al suo ruolo di famiglia. Assente perché smembrata da divorzi e da plurime famiglie allargate, assente perché troppo impegnata con il lavoro, assente perché maldisposta e dire dei no, fonte di litigi e discussioni, assente, perché incapace di capire cosa, dove, come, quando e perché. Questa famiglia manca, già da una ventina d’anni manca, forse da quando ha scoperto che la televisione è la migliore baby sitter e che può facilmente ottenere dei sì dai figli con regali di compenso, piuttosto che con una faticosa linea educativa; forse da quando ha preferito mettere il soddisfacimento del singolo al primo posto rispetto al bene della famiglia come comunità; forse da quando ha pensato che non ce la poteva fare contro una società troppo aggressiva nel proporre i suoi modelli ai propri figli; così ha gettato la spugna, iniziando a cercare dei sostituti a se stessa. E la scuola era proprio lì, la più adatta a rivestire questo ruolo. E così, soprattutto negli anni dell’adolescenza, si è finito per demandare a  noi scuola parte consistente della responsabilità educativa verso i ragazzi. La scuola deve insegnare italiano, latino, ma anche regole, valori, passione, interesse, modelli, competenze in tutto, dalle lingue, alla politica locale ed internazionale; dobbiamo occuparci di educazione ambientale e di educazione sessuale; di droga e di strategie di mercato. Oggi è così.  Se i ragazzi si suicidano la colpa è della scuola, se non hanno dei valori, responsabile è la scuola. E se non studiano è la scuola che non li sa interessare.

E’ frequente sentirsi dire: “siamo nelle sue mani, professoressa”, e non si parla del rendimento scolastico, ma del disturbo mentale del figlio, del uso che fa di stupefacenti e delle più o meno comuni crisi adolescenziali. E’ un vortice tale di priorità, di affetto, di responsabilità da colmare che rischiamo di rimanerne annientati, a volte perdiamo di vista che siamo scuola e diveniamo genitori, assistenti sociali, psicologi, membri di una società che non assolve più ai suoi compiti. La scuola vorrebbe avere una famiglia interlocutrice, vorrebbe che i rappresentanti dei genitori potessero svolgere un ruolo significativo, vorrebbe che vi fosse un lavoro comune e del tempo comune speso. Vorrebbe, moltiplica le comunicazioni alle famiglie, i colloqui con i genitori, le occasioni di contatto; chiede, prova a capire di più dei ragazzi attraverso il racconto dei genitori, ma alla fine rinuncia.

Rinunciamo a bocciare, ad emanare provvedimenti disciplinari, rinunciamo ai saperi delle nostre discipline, rinunciamo a rimanere “solo” scuola e finiamo con l’aiutare i genitori a fare i genitori; a volte, in pericolosi deliri di onnipotenza, pensiamo di poterci sostituire ad essi. Ma non è possibile, non è giusto, non funziona. Soprattutto non funziona. Vi è in tale sistema un errore di base che è la confusione dei ruoli, quando invece il primo insegnamento da dare ai ragazzi è l’importanza e la necessità che in una comunità, qualsiasi comunità, ognuno svolga con coscienza e responsabilità il suo ruolo. Rimane un vuoto se chi è preposto non svolge il proprio, rimane un vuoto incolmabile da altri. Se manca la rete tra scuola e famiglia nulla vale, una rete da cui i ragazzi si sentano almeno sostenuti. L’educazione ne sarebbe avvantaggiata ed il sapere riconquisterebbe un suo posto reale nella crescita.

 

Anna Cannizzo

Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2006

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