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Sr. Leonella Sgorbati saluta Giovanni Paolo II
Raccontiamo la vicenda di suor Leonella Sgorbati, uccisa in Somalia da alcuni integralisti islamici, dopo una vita intera donata a Cristo e alla Sua missione; in Kenya, dove ha lavorato per anni, le è già stato dedicato un acquedotto, che servirà più di 15000 abitanti: allo stesso modo il sangue versato per amore del Signore donerà acqua viva a chi ha sete di Lui. 

Suor Marzia, in ginocchio, le tiene la mano. È un attimo, prima di andarsene, e con un filo di voce. Ma suor Leonella quella Sua parola la scandisce tre volte, la dice col cuore e, se potesse, vorrebbe anche sorriderla: “Perdono, perdono, perdono...”. Sì, raccontano che si è spenta così, come una candelina su cui qualcuno ha voluto soffiare con forza ma che, nonostante tutto, ha poi cessato di ardere solo con dolcezza. Era il 17 settembre: l’hanno raggiunta sette colpi d’arma da fuoco, all’addome e al cuore, sparati all’improvviso da due uomini. Era una domenica, perché suor Leonella (l’unica tra le suore) sacrificava il suo giorno di riposo per rispetto dei suoi allievi musulmani, che invece riposano il venerdì. Ed era sulla strada di casa, perchè aveva appena terminato il suo corso per infermieri e voleva raggiungere le consorelle per il pranzo. Il quartiere, subito dopo gli spari, si è riempito di gente: e quasi non ci si voleva credere, perchè così sembrava impossibile... ma poi per tutti le lacrime sono scese calde, come da sole, a dire che sì, era accaduto davvero... 

La vocazione missionaria
Quando Rosa Sgorbati era ancora bambina, a Rezzanello, suo paese natale, era conosciuta e amata da tutti come “la Rosetta”; nata nel 1940, aveva appena compiuto dieci anni quando poi, con la sua famiglia, si era trasferita a Sesto S. Giovanni, lasciando le colline piacentine. Ma da ragazza, ogni anno, amava comunque tornare alla sua casa d’origine, per trascorrere lì almeno il periodo delle vacanze: quel ritorno, infatti, era dolce, come i luoghi spensierati della sua infanzia. Quando in seguito, scoperta la sua vocazione religiosa, era entrata con le Suore Missionarie della Consolata (nel 1963), l’amore forte per le sue prime radici aveva via via lasciato il posto ad orizzonti nuovi, come senza confini, quelli della missione; e nel cuore veniva formandosi un sogno, ma molto concreto, come sono le esigenze di una scelta di dono: quello di trovare la sua vera casa, e presto, nell’annuncio stesso del suo Signore. Così, dopo aver frequentato una scuola per infermieri in Inghilterra, nel settembre del 1972 era stata inviata in Kenya; qui, dopo tanto servizio in ospedale, era divenuta superiora regionale della congregazione: un compito svolto per sei anni. Nel 2000 si era trasferita in Somalia, per realizzare il progetto di aprire una scuola di formazione infermieristica a Mogadiscio, nell’ospedale gestito dall’organizzazione SOS Village. Non sorprende, allora, se il parroco di Rezzanello, che la conosceva bene, amava ripetere: “Il cuore di Leonella batte per l’Africa”. In effetti, ancora venti anni fa, Leonella confessava candidamente di avere una sola paura legata alla missione: quella che le chiedessero di tornare in Italia, senza poi farla tornare in Africa. Tuttavia, al di là di questa passione, l’obbedienza le faceva intuire che la missione di Cristo si compie lì dove si è chiamati a svolgerla; e così nel 1994, essendo stata chiamata ad alcuni compiti di segreteria, pur dichiarando di sentirsi “al confino”, sapeva dirsi con pace: “Anche questo, lo so, è servizio al Vangelo”. Le sue visite in famiglia erano rare, ma piene di allegria; si irrigidiva un po’ solo quando qualcuno, tra il serio ed il faceto, le proponeva di ritirarsi nel convento più vicino a casa, per trascorrere in pace gli anni della vecchiaia. “Non torno - diceva - perchè ho degli impegni, ma anche per una mia scelta: ma, vi assicuro, non è che sono diventata selvatica...è solo che sono diventata un po’ africana!”. Al di là dei modi simpatici con cui lo esprimeva, infatti, a Leonella era chiaro di essere stata radicalmente chiamata al servizio del prossimo; e, come accade spesso ai missionari, con un unico sguardo ormai abbracciava il volto dei sofferenti che quotidianamente serviva e quello sofferente ed amato del suo Signore; per questo, specialmente negli ultimi anni, la presenza in Somalia era diventata per lei qualcosa di inscindibile dal suo unico amore per Cristo.

 

La Somalia

Di sicuro, però, tutto questo non toglieva che la Somalia degli ultimi tempi rappresentasse (e rappresenti) davvero una situazione-limite. Mogadiscio, la capitale, da quindici anni è ridotta ad un autentico campo di battaglia di una sanguinosa guerra civile: case diroccate, strade di sole buche, fogne a cielo aperto. Già nel 2001 suor Leonella scriveva: “Mogadiscio è ancora una zona molto “calda” di pallottole. La gente è veramente stanca e ridotta agli estremi. La gioventù dopo 11 anni di guerra civile ha perso la speranza e desidera una vita che non conosca più violenza”. Tuttavia, quando - nel giugno scorso - le Corti Islamiche hanno infine prevalso sui “Signori della guerra” sostenuti dall’Etiopia, hanno anche via via ceduto il potere alle frange più radicali che di fatto, ora, controllano il paese. Per capire qual è il clima attuale bastino alcuni dati: la cattedrale di Mogadiscio è stata incendiata e fatta saltare con l’esplosivo; a Jawhar, l’altare della chiesa è stato spezzato in due in segno di sfregio; nel gennaio scorso è stato devastato il cimitero italiano; solo due giorni dopo la morte di suor Leonella, lo stesso presidente è sfuggito per caso ad un attentato che ha ucciso undici persone; ed è infine proprio di questi giorni la notizia che i musicisti somali devono fuggire in Kenya per non essere uccisi, perchè il Corano non permetterebbe che si faccia della musica. 

Al servizio di tutti

In questo contesto, non proprio rassicurante, operano da anni le nostre suore che, come scriveva giorni fa Padre Giulio Albanese, “sembrano essere un piccolo manipolo non violento di “caschi blu di Dio”, una forza di interposizione evangelica dispiegata per seminare i germi di un’umanità nuova”. La loro cittadella sorge a sud della capitale, vicino ai quartieri più violenti della città: l’obiettivo è proprio quello di offrire un aiuto ai più deboli, travolti dalla guerra, come le donne ed i bambini. L’ospedale SOS “Villaggio dei bambini” è l’unica struttura medica con un reparto pediatrico-ginecologico di tutta Mogadiscio: qui si lavora 24 ore su24, con quasi 300 visite al giorno ed arrivando a curare più di 600 bambini ricoverati ogni anno; sempre qui, inoltre, hanno trovato rifugio ed accoglienza miliziani feriti di entrambe le fazioni opposte in guerra. La scuola annessa, poi, in cui suor Leonella insegnava, ospita circa un centinaio di orfani; per quasi tutto il territorio della Somalia si tratta dell’unica scuola non coranica, dove cioè non è imposto l’indottrinamento religioso dei fanciulli. L’insegnamento di suor Leonella, pur rivolto a soli bambini musulmani, avveniva comunque nel totale rispetto della loro fede e della loro educazione religiosa: e prevedeva una presenza ed una cura offerte senza sosta. Così, quando qualche tempo fa Pino Scaccia, giornalista del Tg1, si era recato presso le suore per chiedere un’intervista, anche solo di qualche minuto, si era sentito rispondere: “No, non possiamo, perchè ogni minuto che dedichiamo a te non possiamo dedicarlo ai bambini: e loro hanno più bisogno...” Ed è per questa dedizione totale e delicata, per questo amore così gratuito ed incondizionato, che suor Leonella e le sue sorelle sono state e sono letteralmente venerate dalla gente del posto. Infatti, quando nel 1998 i guerriglieri avevano rapito suor Marzia, erano state le donne del villaggio ad ottenere - con una protesta collettiva - la sua liberazione. Oggi, mentre la situazione si fa più difficile, anche tra i musulmani c’è chi afferma senza mezzi termini: “In quindici anni di guerra civile non ho mai impugnato un’arma, ma se adesso pensano di venire qui, di chiudere l’ospedale e cacciare le suore, allora io ed i miei siamo pronti ad intervenire con i mitra”. E l’anziano del quartiere, con il peso degli anni e di tutta la sua saggezza, non teme di affermare: “Se le suore andranno via da qui, sarà come avere un cielo senza stelle”. 

“Dio è Amore”

Ad ogni modo, di quanto fosse anche molto pericoloso operare in quella terra, suor Leonella aveva piena coscienza; ed è quasi sconcertante, ora, ricordare quella frase da lei pronunciata qualche tempo fa: “Lo so, già c’è una pallottola con su scritto il mio nome”. Ma, pur sapendo, poteva trovare coraggio e pace nel cuore stesso della sua stessa vocazione: l’amore. Quell’amore che aveva promesso al Signore e che, giorno dopo giorno, era cresciuto in lei sempre più, proprio dentro il servizio più umile ed abbandonato nelle mani di Dio. Per questo, a chi le domandava se non avesse paura a restare, poteva rispondere: “No, non ho paura, perchè dove c’è paura non c’è amore. Sono una cristiana e devo testimoniarlo sino in fondo: sono chiamata ad aiutare e ad amare”. Al mistero dell’Amore di Dio, d’altra parte, aveva da tempo consacrato tutta la sua missione ed in esso vedeva l’unica via possibile al dialogo ed all’unità: “Anche i musulmani, nella loro vera religione, sanno che Dio è tolleranza, Dio è misericordia, Dio è amore, Dio ama le sue creature. In realtà non ci dovrebbero essere difficoltà a lavorare insieme”. Con questa certezza nel cuore allora, ogni mattina suor Leonella si recava al lavoro: racconta il venditore di the, con il suo banchetto proprio davanti l’ospedale, che ogni volta: “[...] quando attraversava la strada dov’è stata ammazzata, mi faceva un sorriso ed un cenno di saluto con il capo”. Ed è stato proprio quel tratto di strada, così breve, ad esserle fatale. È stata colpita lì assieme ad un musulmano, un padre di quattro figli, che si era offerto di proteggerla nei suoi spostamenti e che ha provato a farlo sino in fondo, con la sua stessa vita; forse un segno profetico, questo, come dicono le parole toccanti di Monsignor Bertin, vescovo di Gibuti: “La morte di un’italiana e la morte di un somalo. La morte di un europea e la morte di un africano: una bianca ed un nero. La morte di una cristiana e la morte di un musulmano. La morte di una donna e la morte di un uomo. Questo ci dice che è possibile vivere insieme, se insieme è possibile anche morire. Vivere insieme, nella speranza di un mondo migliore”. E, come “seme di speranza per costruire la fraternità tra i popoli”, suor Leonella è stata ricordata con particolare calore anche da Benedetto XVI, proprio durante le note vicende seguite al suo intervento di Regensburg. 

L’addio

Così, in effetti, il giorno del funerale di suor Leonella si è raccolta una folla enorme: la maggior parte della gente era a piedi nudi ed erano soprattutto bambini, figli delle raccoglitrici di the, che l’anziana suor Marcolina faticava non poco a tenere buoni. Insieme hanno intonato un canto, sventolando ramoscelli di bouganville viola. E ci si ricordava che, a suo tempo, suor Leonella aveva chiesto che per il suo funerale si cantasse “Chiara è la tua parola”: le note di questo canto allora, semplice come chi l’aveva desiderato, potevano ora intrecciarsi al fruscio delle foglie d’eucalipto, attorno avvolto da un silenzio commosso. Perchè in fondo, anche se il dolore faceva tremare le mani di tanti, tutti però sapevano che suor Leonella aveva compiuto davvero ciò che più aveva desiderato: “Mi chiedete cosa faccio di bello? - scriveva - Cerco solo di annunciare l’Amore del Signore Gesù. Questo è il mio primo lavoro. E vi chiedo di aiutarci a pregare Maria, la madre dell’Amore e della Pace, affinchè amore e pace diventino una realtà e noi missionari possiamo davvero essere testimoni del Padre, come Gesù”. Ed è stato così: anche il canto della Salve Regina, ora, poteva sfumare tra l’odore dell’erba appena tagliata mentre, nel cimitero delle suore, una piccola croce si aggiungeva alle altre. Insieme raccontano al mondo quasi un secolo di vita donata, tra sacrifici e gioia. E sono in tanti che la sera vengono qui per pregare, mentre il sole rosso africano tramonta, su sussurri e lacrime consegnati al Cielo. 

Fr. Fabio Silvestri (Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2006)

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