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La Luce della Chiesa

 

La Chiesa è quel “luogo” in cui una particolarissima luce – quella che emana dalla persona stessa di Cristo –  si diffonde, a cerchi concentrici sempre più ampi, per illuminare il mondo.

Innanzitutto, però, questa Luce che è Cristo si riflette sul mistero stesso di Dio che si “rivela” al nostro sguardo, mostrandoci la sua intimità trinitaria (che è splendore di paternità, di filialità, di comunione), illuminando allo stesso tempo il nostro cuore e la nostra mente che si andava da sempre interrogando: Chi è questo Dio che ci ha creati? Com’è fatto? Che volto ha? Che cosa vuole? Che cosa pensa della nostra vita e come intende salvarla? Che compito e che destino ci ha assegnato?

A questo riguardo la Chiesa custodisce un messaggio, un annuncio, un’esperienza. Meglio: un incontro personalizzato, bello e risolutivo, con Colui che è “Dio da Dio”, “Luce da Luce”, “Verbo fatto carne” per la nostra salvezza.

Essa deve custodire questo annuncio-incontro per il mondo: per tutti gli esseri umani che, in mille modi e in mille luoghi diversi, si dibattono alla ricerca del senso della vita.

L’amore per il mondo

 

Con la parola “mondo” viene indicata l’intera creazione in ciò che ha di bello e di “nativamente puro” (“mundus”), ma anche in ciò che ha ormai di tenebroso e di iniquo, a causa della massa dei peccati (a partire da quello “di origine”) che lo hanno corrotto.

Ma è l’esistenza stessa della Chiesa – nella quale Dio ha aperto al mondo l’accesso alla sua misericordia e la strada della salvezza – che ci spinge a guardare il mondo con speranza indomabile e con profonda simpatia e compassione.

Meditando e studiando il testo Pregare nel mondo[1] abbiamo insistito molto su questo:

«Come si fa a non amare il mondo, se esso è un dono che il Padre ha fatto al Figlio creandolo per Lui, affidandoglielo, e destinandolo a Lui? Come si fa a non amare il mondo, se Dio stesso lo ha amato al punto da dare il suo Figlio diletto? Come si fa a non amare il mondo, se esso è la materia con cui dobbiamo costruire il Regno di Dio? Il Padre (…) guarda sempre misericordiosamente il nostro mondo con tutti i suoi travagli, i suoi peccati e la sua perdizione e dona il suo Figlio Primogenito perché il mondo sia salvato e rinnovato. Lo sguardo del Padre deve diventare il nostro sguardo sul mondo e su tutto quello che vi accade (…).  Nel mondo, dunque, non c’è niente che sia obiezione a Dio per un cuore che ama Dio, se non il peccato come progetto consapevole».

 

La famiglia: luogo dell’incontro e del confronto

 

Il luogo dove più emerge la situazione della Chiesa nei riguardi del Mondo e del Mondo nei riguardi della Chiesa, in un determinato momento storico, è la famiglia. In essa Chiesa e Mondo si confrontano sulle questioni fondamentali dell’esistenza. Infatti, il mondo che si è allontanato da Dio, tende inevitabilmente ad immaginare e costruire un’esistenza dove tutto è considerato come preda (è una parola biblica!), come possesso. E non si tratta solo di aggressione ai beni di questo mondo, ma anche di aggressione alle persone. Di fatto ogni essere umano (segnato dal peccato) tende ad affermare in maniera assoluta il proprio io e la propria libertà. In questo c’è qualcosa di profondamente vero e giusto, perché non c’è al mondo niente di più grande della “persona umana” e della sua libertà: è in questo che si rivela il nostro esser fatti “a immagine e somiglianza di Dio”.

L’aspetto malato della questione si evidenzia, però, quando l’io si accorge contemporaneamente d’essere fatto “per l’altro”, di poter esistere solo entrando in relazione con gli altri: e ognuno di questi “altri” ha la stessa dignità di persona, lo stesso diritto di “libertà” potenzialmente infinita.

La contraddizione sembra insanabile, e il peccato l’ha resa tale, anzi l’ha acuita malvagiamente e la ha estesa in ogni direzione, coinvolgendo nella lotta anche tutti i doni della creazione.

La soluzione – bella, gioiosa, pacificante, gloriosa – appare in un solo punto della vicenda umana: quando una persona si trova ad essere capace di affermare totalmente se stessa, in un atto supremo di libertà, col quale tuttavia si protende ad affermare l’altro!

E’ esattamente questo lo splendido fenomeno che noi chiamiamo amore. Ed è esattamente questo che ci permette d’affermare che “la persona si realizza soltanto mediante il dono sincero di sé”. Giovanni Paolo II lo ripeteva insistentemente nei suoi discorsi: «La persona è un essere per il quale l’unica dimensione adatta è l’amore… La persona si realizza mediante l’amore… L’uomo afferma se stesso nel modo più completo donandosi… L’amore per la persona esclude che si possa trattarla come oggetto di godimento…».

Ed ecco allora la particolare “luminosità” della famiglia. In essa sono legate assieme – in una esperienza stabile e vitale – tutte le verità che abbiamo sopra elencato: il valore assoluto della persona, gli atti di libertà, l’amore come affermazione simultanea di sé e dell’altro, il dono di sé come costitutivo della persona umana.

Ancora di più: nella famiglia si vede come queste verità siano già state registrate da Dio nella carne stessa della creazione, incise nel corpo umano. Sono verità rese evidenti dal fatto che l’essere umano esiste nella forma maschile e in quella femminile; continuamente evocate dall’insopprimibile l’attrazione sessuale; sempre nuovamente celebrate ogni volta che si annoda un legame nuziale; sempre dilatate nel tempo per il fatto che all’unione sessuale segue la fecondità e la pro-creazione di nuovi esseri umani.

Nella famiglia, insomma, accade quella che viene oggi chiamata “la genealogia della persona”, il cui disegno divino è limpido ed evidente per chi vuole guardare la creazione nella sua originaria purezza.

 

Purtroppo, dentro e fuori la famiglia – ma sempre attorno ad essa – accadono anche le corruzioni provocate dalla ribellione umana: tutte tendenti a dissociare ciò che dovrebbe restare unito o a confondere e mescolare arbitrariamente ciò che dovrebbe restare diverso. Accade allora che l’io sia ridotto a semplice percezione psicologica di sé; che la maschilità e la femminilità vengano negate nella loro natura di reciprocità e di dono e siano considerate sostituibili da ogni altro possibile accoppiamento; che si stabiliscano relazioni che non impegnano mai il nucleo profondo della persona e che esse restino sempre mutabili e sostituibili; che la sessualità venga dissociata dalla coniugalità; che l’unione sia dissociata dalla procreazione e la procreazione dall’unione; che la libertà venga fatta coincidere con la disponibilità indiscriminata nell’uso di sé e dell’altro; che il dono di sé sia sostituito dalla disponibilità a farsi usare.

 Più questi comportamenti sono imposti dalla moda e dalla mentalità dominante, più la famiglia sopravvive stancamente a se stessa, come un corpo che si va disfacendo e tende ad auto-distruggersi. Ma, con la famiglia, va scomparendo anche la persona (perché privata di ogni “genealogia” e di ogni autentica espressione di sé); tendono a scomparire anche l’«altro» e la dimensione comunionale dell’esistenza; tende a scomparire la libertà (che diviene fluttuazione insensata nel campo delle possibilità); tende a scomparire la capacità di donarsi e di accogliersi. Ciò che resta alla fine è la proliferazione di una “società dell’utile e del godimento”, dove ogni persona è ridotta a strumento. In una famiglia simile, anche la “fecondità” (capacità di far vivere gli altri nutrendoli di se stessi) tenderà a scomparire. E i primi a pagare (e ad essere progressivamente eliminati) saranno quei membri che sono più bisognosi di amore e di dono: i bambini, i vecchi e i malati.

 

L’esito della contesa

Così “la famiglia” si trova ad essere contesa tra la Chiesa e il Mondo:

Da un lato sta la Chiesa che vuole salvare il Mondo (quello creato e amato dal Dio) offrendogli nuovamente “il codice naturale dell’amore interpersonale” che il Creatore ha registrato nella famiglia, incidendolo fino nel corpo dei sui membri.

Dall’altro sta un Mondo (quello tutto “posto nel Maligno”) che vuole distruggere la Chiesa, immettendo nella famiglia “il codice dell’uso e del godimento indiscriminato” di uomini e cose, e scardinando i legami comunionali tra le persone.

Noi sappiamo che la vittoria finale sarà di Dio e del suo Disegno. Ma può accadere che in certi tempi e luoghi questa vittoria sia allontanata, dalla insipienza e dalla infedeltà dei cristiani.

Da che cosa dipende – qui e ora – l’esito del conflitto?

La comprensione dei dati “naturali” del problema – come li abbiamo sopra descritti – è importante, ma non basta a garantire la vittoria.

Essa dipende ormai dalla “grazia”, cioè dal comprendere ed amare l’Avvenimento accaduto in Cristo, in maniera da aderirvi integralmente, in maniera da immedesimarsi in esso.

Soffermiamoci dunque a meditare.

Gesù è, per definizione, l’incarnazione assoluta di tutti quegli aspetti di cui abbiamo già parlato:

– Egli è “persona” in grado supremo, a un punto tale da essere veramente “persona divina”;

– Egli è assolutamente libero, e gode della stessa libertà di Dio;

– Egli è totalmente comunionale: esiste per il Padre e per noi, senza che questo «per» gli sottragga nulla della sua dignità e libertà;

– Egli ha attuato la sua suprema liberta nel donarsi fino all’estremo limite: dando sua la vita sulla Croce per ciascun uomo e offrendoci la sua stessa sostanza vitale nell’Eucaristia;

– Egli è stato dunque l’attuazione suprema dell’Amore: contemplando il Suo Volto si può dire: Deus Caritas est, ma anche: Homo (“quest’uomo”) Caritas est.

– Egli ha immesso nel mondo, con la sua Risurrezione, la verità e l’efficacia salvifica del suo Amore illimitato.

– Egli ha edificato la sua Chiesa perché fosse “famiglia di Dio”, capace di ospitare amorosamente “ogni uomo” anche il più piccolo e indifeso.

 

Ora nella Chiesa il compito di ogni famiglia, che voglia essere veramente cristiana, non è soltanto quello di resistere al fascino di un mondo che vorrebbe disgregarla, ma di realizzare se stessa come piccola Chiesa o Chiesa domestica.

Questo è possibile solo se i suoi membri accettano di imitare quella “genealogia cristiana” della persona che Gesù ha incarnato, in modo che la famiglia risulti davvero composta da:

– “persone filiali” (coscienti d’essere figli di Dio Padre),

– persone libere e amanti, per le quali l’atto supremo della libertà consiste nel donarsi,

– persone comunionali, che offrono se stesse per intrecciare legami ed essere feconde,

tutte intente a costruire la civiltà dell’amore e non quella dell’uso e del godimento.

Ma bisogna che esse siano tali nel mondo: sia naturalmente che soprannaturalmente,  sia all’interno della famiglia che negli spazi della vita sociale.

Solo così la famiglia cristiana contribuirà alla missione della Chiesa nel mondo, camminando in esso persuasivamente, gioiosamente, sempre provocandolo sul tema della verità dell’Amore e del Dono, trascinandolo alla maniera della bambina-speranza, descritta da Péguy.

Ma la singola famiglia avrà bisogno, a sua volta, di essere sorretta da una «famiglia di famiglie» dove il compito missionario di ciascuno sia continuamente suscitato, alimentato, valorizzato, dilatato, messo a frutto.

Le comunità cristiane non hanno altro scopo.

Il Movimento Ecclesiale Carmelitano non ha altro desiderio che offrire alle sue famiglie una “patria spirituale”, una “terra santa” nella quale l’esistenza tutta intera possa essere accolta e assaporata come dono, per poter essere generosamente offerta come compito.

 

P. Antonio Maria Sicari

Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2006



[1] Cfr. la “quarta Meditazione” tenuta agli Esercizi spirituali dell’anno 2003 e ripresa nel testo di Scuola di cristianesimo dell’anno 2004 (p. 50).

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