
Riproponiamo parte di una interessante intervista – curata e pubblicata da “Dialoghi Carmelitani” – rivolta a Baiba Brudere, responsabile della comunità MEC di Riga (Lettonia).
Dialoghi: Ci puoi raccontare com’ è cominciato il tuo cammino e come hai conosciuto il Carmelo?
Baiba: Il mio itinerario “carmelitano” è iniziato con sei anni di studi in Francia, presso l’Istituto “Notre Dame de Vie”, fondato negli anni ’30 dal P. Marie-Eugène de l’Enfant-Jésus. Sono partita con mio marito e i nostri due bambini, ancora piccoli. Studiando, c’era l’esigenza di praticare ogni giorno la preghiera silenziosa, interiore, perché studiare teologia solo con la testa non può dare molti frutti. Posso testimoniare che l’abitudine all’orazione quotidiana ha cambiato tutta la mia vita e quella della mia famiglia. Al ritorno, ho insegnato per tre anni nel mio Paese teologia dogmatica e antropologia teologica presso l’Istituto di Scienze Religiose. Poi il nostro vescovo mi ha inviato a Roma per ottenere il dottorato in Teologia. A Roma avrei dovuto iscrivermi presso l’Università Lateranense, ma sorse un grave problema di documentazione. È in quell’occasione che ho sperimentato la Provvidenza in maniera forte. Infatti, in modo inatteso, mi è stata offerta la possibilità di fare il dottorato in Teologia Spirituale presso il “Teresianum”, la Facoltà dei Carmelitani scalzi, sul tema del sacerdozio comune in S. Teresa di Lisieux. Durante la compilazione della tesi sono ritornata a Riga e ho ripreso ad insegnare teologia dogmatica. Ero cosciente delle difficoltà di scrivere una tesi in Teologia Spirituale, perché il Signore non chiede cose impossibili, ma nello stesso tempo esige che la qualità del lavoro sia degna di Lui; inoltre sapevo che, in qualche modo, questo lavoro sarebbe dovuto servire anche alla Chiesa e non soltanto alla mia gratificazione personale. Intuivo infatti che avrei dovuto trasmettere agli altri ciò che avevo imparato, anche se non sapevo ancora a chi e in quale modo ciò sarebbe stato possibile. Nel dicembre 2004, P. Angelo è venuto a Riga per animare alcuni giorni di preparazione al Natale per i ragazzi e gli insegnanti del nostro Liceo cattolico, e mi è stato chiesto di occuparmi della traduzione. Poco tempo dopo, ho ricevuto con altri amici la proposta di venire in Italia per gli Esercizi. Quando la prima volta sono arrivata a Lignano, ho sentito che il MEC sarebbe stato il modo di trasmettere quello che ho ricevuto studiando e scrivendo la tesi. Dopo gli Esercizi a Lignano, siamo venuti in cinque alle vacanze del Movimento a Piani di Luzza, nell’agosto 2005. Qui ho sentito ancor più fortemente che qualcosa sarebbe nato anche in Lettonia. Pian piano, il progetto si è concretizzato nonostante gli ostacoli. Penso a come nasce di solito una famiglia: niente è programmato; all’inizio c’è un incontro e tutto il resto nasce da lì. Per quanto riguarda la nascita della nostra Comunità, c’è anche da dire che non c’è stato un solo incontro, ma diversi. Ho sempre sentito che c’è un pensiero di Dio che ci supera, la sua Provvidenza.
Dialoghi: Quali sono stati i momenti più importanti della nascita e della crescita della vostra comunità?
Baiba: Per farvi un esempio, posso parlare dei primi, piccoli Esercizi che abbiamo organizzato da noi, un anno e mezzo fa. Era la fine di ottobre: aspettavamo P. Antonio, P. Angelo, Roberto e Laura, ma il raduno è saltato all’ultimo minuto, a causa di problemi di traffico aereo che hanno impedito loro di arrivare. Questo fatto è stato una grande prova per noi: cosa vuol dirci Dio con questa esperienza dolorosa? Abbiamo cercato di fissare subito un’altra data. Alla fine di dicembre, eravamo in dodici. P. Antonio ci ha parlato del Movimento, della possibilità di farne parte e di farlo conoscere. Ci ha detto: «Chi vuole può cominciare, ma ci vuole una grande fedeltà, perché quando dici “sì”, il “sì” rimane». Il primo gennaio 2006 ho sentito i tre primi “sì”.Alla fine di gennaio abbiamo fatto il primo incontro ed eravamo in sette. Abbiamo cominciato ad incontrarci due volte al mese. È difficile trovarci più spesso, perché non siamo tutti di Riga. Ci incontriamo il sabato pomeriggio alle 16.30. L’incontro dura circa tre ore e mezzo. Si ritorna a casa che è notte. Abbiamo deciso di partecipare nuovamente agli Esercizi di Lignano. Il viaggio in furgone è durato quasi tre giorni, ma anche questo è stato una grazia, perché abbiamo avuto la possibilità di conoscerci meglio. Lignano è stato un tempo molto intenso per noi. Penso che ognuno si sia sentito amato davvero.
Poi, nel mese di agosto dell’anno scorso, c’è stato il pellegrinaggio al santuario di Aglona. Eravamo in 23: cinque italiani, gli altri lettoni, tra cui diversi bambini. E’ difficile esprimere ciò che abbiamo ricevuto. Penso che ognuno abbia ricevuto una grazia, la grazia che abbiamo chiesto all’inizio al Signore, la grazia di cui abbiamo bisogno. Ho fatto esperienza che a volte non capiamo quando la Grazia del Signore arriva, perché essa non è legata solo alla gioia, ma anche alla sofferenza e alle difficoltà, ma solo dopo si capisce che questo era necessario per me, per te, per noi…È stata un’esperienza preziosa di comunione grande anche con il MEC. La presenza degli italiani era un segno di unità molto forte. Adesso l’unità continua anche se non ci vediamo. Rimaniamo nella comunione fatta di nomi precisi, volti concreti, amicizie… Subito dopo il pellegrinaggio, un momento molto bello è stato il battesimo di Madara Bernadette, la bambina di Aija e Gatis. Non è stato un evento importante solo per la famiglia; poichè il MEC è una famiglia, è stata una festa importante e piena di gioia per tutti noi. Sentiamo che la bambina è stata battezzata nel Movimento e cresce come una bambina del Movimento. Il giorno dopo, siamo stati dal nostro Cardinale per presentare il MEC e chiedergli la benedizione. Lui ci ha benedetto ed ha espresso il desiderio che possiamo lavorare con i giovani, perché sono una preoccupazione per la Chiesa lettone vista la situazione che stiamo vivendo. Come faremo? Ancora non lo sappiamo. Infine, quando abbiamo invitato P. Angelo nell’ottobre scorso, gli abbiamo chiesto di guidare i nostri Esercizi, ma non c’era un programma preciso. Un gruppo di sei ragazze è arrivato da Gulbene, a 200 Km da Riga! La prima volta che sono andata a Lignano, ho incontrato P. Gino e gli ho detto che in Lettonia molti sono interessati alla spiritualità carmelitana e ci sarebbe tanto lavoro da svolgere. Lui mi ha risposto subito: «Ma questo non è un problema di organizzazione!». Adesso comincio a capire che il MEC non è una questione di organizzazione. Se il gruppo cresce, è opera di Dio. Il Movimento cresce sempre attraverso l’amicizia: ad ogni appuntamento, c’è qualcuno che si aggrega.
Dialoghi: Quali sono le difficoltà più concrete, oltre alle distanze? E quali sono le difficoltà della Chiesa in Lettonia?
Baiba: La distanza non è la vera difficoltà. Ciò che è più difficile per noi è che io devo sempre tradurre i testi e questo mi occupa per molto tempo e non riesco a dare ad ognuno un libretto perché possa leggerlo a casa. Cerchiamo di supplire al problema registrando ogni volta i nostri incontri e inviando il CD a tutti coloro che non hanno potuto venire. C’è un grande desiderio di imparare l’italiano, per capire e comunicare, per non sentirci come un gruppo separato, ma in famiglia. In Lettonia la Chiesa è viva, abbiamo la libertà di riunirci, di fare, di approfondire, di organizzare iniziative, mentre prima – fino a pochi anni fa – questo non era possibile. Ora la fede è molto viva. Certo, la vita nelle nostre Parrocchie è molto diversa che in Italia e le possibilità non sono le stesse che ho visto qui. Ma penso che prima di tutto, bisogna costruire la chiesa interiore. Questo è molto più difficile che costruire le chiese in mattoni. Certo le chiese sono necessarie, ma se non teniamo sufficientemente conto di questa priorità, tra qualche anno le chiese saranno vuote. La Chiesa non è solo una struttura. Per me nella Chiesa le relazioni e i rapporti sono importanti. Per questa ragione, il senso della comunione ecclesiale che ci dà il MEC è importante. Un altro problema è la divaricazione tra le diverse dimensioni della vita: religiosa, professionale, familiare. Quando sono andata in vacanza a Piani di Luzza ho compreso che tutta la vita, e non solo i momenti della preghiera, può e deve essere “cristiana”. La Chiesa non è una realtà parallela, accanto al mondo. Non possiamo realizzare nulla se non abbiamo capito che non ci sono due vite: una nella Chiesa e una nel mondo. C’è una vita sola.
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Dialoghi: Tu hai vissuto l’esperienza sovietica. Ci puoi raccontare qualcosa dell’educazione, della religione e del modo in cui erano viste in quel contesto?
Baiba: Evidentemente posso parlare solo della mia esperienza, non posso generalizzare. Comunque, il sistema perseguiva lo scopo di impedire alla gente di pensare. Si diceva sempre: “Di fronte a due opinioni, ecco la buona, l’altra non vale. Devi pensare così”. Così, progressivamente, una persona si abitua a pensare in un certo modo e diventa incapace di riflettere. Ricevendo un’opinione già fatta, tu non devi mai fare domande o porre questioni. Penso che le conseguenze di questa impostazione siano ancora visibili. Ancora adesso, quando partecipo ad un incontro in Italia o in Francia, constato che se si chiede se qualcuno ha domande da fare, molti intervengono senza timore; in Lettonia invece no, nessuno osa farne. Le radici di questa reticenza e passività sono molto profonde.Da questo punto di vista io ero un prodotto perfetto del sistema sovietico. Poi, all’università un professore di filosofia ha cominciato a chiederci qual era il nostro pensiero a proposito di questo o di quell’argomento. All’inizio io mi sono chiesta: «Come mai non mi dice cosa devo pensare?». Pian piano, tutto il nostro gruppo di studenti è diventato anticonformista. Ci siamo ritrovati all’opposizione perché abbiamo cominciato a riflettere da soli, e ci siamo accorti che non eravamo quasi mai d’accordo con l’opinione che ci veniva imposta. Per quanto riguarda la religione, la legge diceva sì che c’era libertà di religione, c’erano le chiese ma, se eri credente, non potevi aspirare a posti di responsabilità nella formazione, nell’educazione, nel mondo professionale, e rischiavi il tuo posto di lavoro se qualcuno avesse saputo che eri credente. Per questo motivo, noi non abbiamo mai conosciuto tanti credenti.
Dialoghi: Ma allora come hai cominciato a credere in Dio?
Baiba: Molti trovano Dio quando sono infelici. Per me è stato vero il contrario: ho trovato Dio in un momento molto felice. Io non ero battezzata, non avevo un’educazione religiosa perché a scuola durante l’epoca sovietica avevamo imparato che Dio non esiste. Però avevo un atteggiamento interiore di ascolto, non di disprezzo. Ho sempre creduto in una forza superiore all’uomo, forse ho formulato per tanto tempo una specie di preghiera incosciente. Ogni sera chiedevo a questa forza impersonale che non accadesse niente di male. Era una preparazione. Quando il mio futuro marito mi ha detto che era cattolico, per me era una buona notizia perché io ero una massimalista. Poi il mio futuro marito mi ha chiesto se ero pronta a celebrare il matrimonio in Chiesa. Sono stata battezzata lo stesso giorno del mio matrimonio. Nel 1988 quando ci siamo sposati, eravamo ancora nell’epoca sovietica. Abbiamo celebrato il matrimonio dopo la messa, a porte chiuse e non c’erano nemmeno i nostri genitori. La mia famiglia non era credente e io avevo paura che i miei genitori mi dicessero di non farlo. Perciò perfino mia mamma, con la quale ho sempre avuto un rapporto profondissimo, ha saputo solo un mese dopo che ero battezzata, cresimata, sposata…Non mi ricordo precisamente la reazione della mamma. Non era negativa, ma per lei è stato uno shock. Alcuni anni dopo, quand’ero in Francia, mio cugino è entrato in seminario e anche adesso siamo i soli cattolici della famiglia. In tutti questi anni non ho provato a convertire nessuno, perché penso che queste cose non funzionano così. Anche se ami, non puoi insistere perché è Dio l’autore della fede. Tu devi testimoniarlo con la vita. Mia mamma è morta due anni fa. È diventata cattolica due mesi prima. Non l’ha fatto per me. Mia mamma ha voluto tutti i sacramenti e per me è stato molto di più di una consolazione. Durante gli ultimi anni dell’epoca sovietica non c’era una scelta nella letteratura religiosa, però c’era la «Storia di un’anima» di S. Teresa di Lisieux, che ho letto dopo essere stata battezzata. Poi ha avuto una grande importanza la preghiera silenziosa, che ha creato la sete di conoscere. Penso davvero che cominciando a riflettere, ho letto tanto.
[…]Dialoghi Carmelitani, Marzo 2007






