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Dipinto di Renato Guttuso

 

C’è un’espressione comune, almeno da noi (in Sicilia ndr), che mi viene in mente quando si parla di persona e cioè: “ci sono persone e persone”. E’ una frase apparentemente insensata che sicuramente non rende giustizia al significato profondo dell’essere persona, ma che implica un importante sottinteso di vissuto quotidiano traducibile circa così: ci sono persone fatte in un modo buono e persone fatte in un modo cattivo. E’ una verità tanto evidente, che la frase non ha bisogno di essere esplicitata. E’ l’esperienza di tutti, quella quotidiana, di grandi rapporti e di inaspettati colpi bassi. Banale, ma indiscutibile. La differenza non la fa il concetto di persona, ma la tipologie di persone che incontriamo. L’esperienza lo insegna ogni giorno e le verità psicologiche e teologiche sull’essere persona sembrano essere a volte contraddette dall’evidenza quotidiana.

 

Era questo un argomento di accese discussione tra me e mio fratello. Io, ancora studentessa universitaria, credevo che in fondo la persona fosse buona e che davanti alla sofferenza altrui nessuno si tirasse indietro; di contro, lui, giovane e rampante avvocato si sgolava a dirmi che la gente non è affidabile, che ognuno fa solo i propri interessi ed alla base di ogni questione umana c’è spesso solo squallore. Avevamo esperienze diverse. Io portavo gli anziani ospiti dalle suore di Madre Teresa a fare una passeggiata o i bambini della Kalsa a mare a Mondello e constatavo frequentemente la disponibilità  e la gentilezza della gente: i passanti, incrociandoci, ci sorridevano, alcuni ci davano anche un passaggio, i venditori di caramelle ne regalavano qualcuna ai bambini. Ed in ospedale, quando un anziano era ricoverato, gli infermieri erano premurosi, con noi e con i malati. Lui trattava gente che cercava di imbrogliare tutti, perfino l’avvocato, e che per pochi spicci faceva guerra agli stessi familiari. La discussione con mio fratello si concludeva sistematicamente con un  suo “ci sono persone e persone, si vede che tu sei fortunata negli incontri”. Poi anch’io ho imparato a conoscere il lato brutto del mondo e la logica d’interesse che spesso lo governa ed ho quasi finito per dargli ragione: “ci sono persone e persone”.

 

Finché un giorno ho osservato una suora in giro per uffici e reparti ospedalieri ed ho notato che davanti a lei, perfetta sconosciuta come me, persone “cattive” sembravano diventare “buone”. Ed allora ho capito che la differenza non la fa la gente, ma quello che noi sappiamo far venire fuori alla gente. Ho capito che avevamo ragione tutti e due, sia io, sia mio fratello; che la gente è gentile ed insieme indifferente, è egoista ed altruista; davvero al fondo delle questioni umane c’è tanta bellezza e tanto squallore. Perché ogni persona è fatta così: di bene e di male. E da ognuno può venire fuori il bene o il male. Hitler era capace di commuoversi per un passerotto morto di freddo e Mussolini pare fosse un tenerissimo padre. Questo ho capito, che ci sono persone e persone, ma non come pensavo io, cioè persone buone e persone cattive, ma nel senso che ci sono persone che sanno fare emergere il bene dagli altri e persone che non lo sanno fare. Ci sono persone che vivono la loro vita come tutti, con la fretta di tutti, con le piccole preoccupazioni di tutti, con il senso di fatica, di pesantezza e di stanchezza di tutti, magari anche buone; li incrociamo, parliamo con loro, ne condividiamo le stesse fatiche e preoccupazioni; ci facciamo anche affari, a volte, scambiandoci reciproci favori. Eppure la vita, dopo questi incontri rimane identica, pesante, la lotta di sempre, magari sgravata di un pensiero,ma sempre bassa. Poi ci sono quelle persone che a solo incontrarle ci si apre il cuore. Non ci sono meno pensieri nella loro vita, eppure trasmettono leggerezza ed apertura e chi li incontra viene contagiato da questa leggerezza. Ho visto politici sempre appresso ai loro pensieri, fermarsi e sorridere gioiosamente davanti ad una piccola suora che non aveva nessuna merce di scambio, se non la sua gioia; ho visto primari intrattenersi pazientemente a parlare con una giovane volontaria per la salute di un barbone; ho visto sguardi di solito arrabbiati, illuminarsi davanti ad una donna raccolta in preghiera e chiedere gentilmente una preghiera per sé. Ho visto le stesse persone diventare diverse a seconda di chi avevano davanti. Ed ho avuto anch’io mattinate rischiarate da incontri così ed  anch’io sono stata più buona per incontri così ed ho apprezzato e conosciuto il bene di cui sono capace grazie ad incontri così. E’ vero che siamo tutti diversi ed è vero che ognuno di noi ha un suo carattere ed è anche vero, sarebbe assurdo negarlo, che ci sono persone più buone ed altre meno, perchè ognuno, in proporzioni diverse, ha in sé una parte buona ed una cattiva. Ma ciò che mi sembra importante non è cos’è persona, ma che cosa delle persone voglio emerga attraverso di me.  E questo definisce la mia persona, il mio essere. Nel mondo latino la “ persona”, era la maschera che permetteva al suono di propagarsi, quasi con effetto microfono. Oggi utilizziamo il termine persona senza rifletterci tanto, eppure sarebbe bello che recuperassimo questo senso etimologico e diventassimo noi cassa di risonanza per gli altri; usassimo le nostre persone come veicolo del suono di bellezza che ognuno porta dentro e che è capace di risvegliare quello altrui. La domanda non è “ chi siamo?”, ma “chi facciamo essere gli altri?”. E questo fa la differenza.

 

Anna Cannizzo

Dialoghi Carmelitani, Marzo 2007

 

 

  

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