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Bouguereau

di P. Antonio M. Sicari

Sfogliando le Novelle per un anno di Luigi Pirandello, tutto avrei immaginato, meno che di trovare in appendice, questo “Sogno di Natale” che l’autore racconta in prima persona, utilizzando un linguaggio a lui inusuale. E sono persuaso che, se Pirandello lo lasciò in margine alla grande raccolta, fu per una sorta di pudore e per evitare letture troppo affrettate e appariscenti. «Sarei contento se, per la prima volta, io nascessi veramente questa notte», sono queste le parole che Gesù dice al protagonista del racconto dopo aver osservato «con tristezza infinita» il modo superficiale con cui tanti cosiddetti devoti festeggiano il suo Natale: «pretesto a gozzoviglie» nelle case dei ricchi; ulteriore motivo di «invidie e rancori» nelle case più umili.

«E’ per costoro che io sono morto...», continua a ripetersi Gesù, mentre percorre le vie della grande città, sbirciando al di là degli usci e delle finestre.

Alla fine Egli insiste nella sua richiesta di poter “nascere ancora”: «Non sarebbe troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse così piena di tante cose che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi».

Il linguaggio che Pirandello usa, quando il sogno gli giunge fin dentro la coscienza, è quello dei grandi mistici, tutti concordi nel ritenere essenziale la loro vitale partecipazione al Natale di Gesù.

«Emmanuele» («Dio con noi») è, infatti, uno dei primi titoli che il Figlio di Dio riceve in terra. Con questo nome egli è stato atteso per secoli ed è stato riconosciuto fin dal primo istante del suo concepimento: «Ecco la Vergine concepirà e partorirà un Figlio che sarà chiamato Emmanuele» (Is 7,14 e Mt 1,22). E con questo stesso nome Gesù si è congedato dai suoi discepoli, garantendo la sua continua presenza: «Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 20, 20). Così noi facciamo parte del «Nome» che identifica assieme la Persona di Gesù e la sua missione: siamo in qualche modo “parte” di Lui: gli apparteniamo. I Santi sanno per esperienza che questa “compagnia” non è soltanto esteriore, ma si spinge fino all’immedesimazione amorosa, tanto che S. Paolo ha potuto scrivere: «Io vivo, ma non sono io a vivere. E’ Lui che vive in me».

Molti Santi hanno contemplato il Bambino di Betlemme con tanta tenerezza da sentirsi attratti misticamente nell’evento stesso del Natale, come raccontò, molti secoli fa, santa Brigida di Svezia, patrona d’Europa, nelle sue Rivelazioni:

«La Vergine si tolse le scarpe dai piedi, il bianco mantello che portava ed il velo dalla testa, e depose questi accanto a se. Così rimase solo col suo vestito indosso ed i suoi meravigliosi capelli splendenti erano sciolti sulle spalle. Ella prese due piccoli indumenti di lino e due di lana (…) e mise questi indumenti accanto a se per averli a portata di mano quando ne avrebbe avuto bisogno. E quando tutto fu in ordine la Vergine cadde (…) in ginocchio per pregare (…). Con la testa alzata e lo sguardo fisso al cielo rimase così (…) inebriata dalla beatitudine divina. Mentre era assorta in preghiera, io vidi il Bimbo muoversi nel suo grembo, e nello stesso momento, no, proprio in un istante suo Figlio era nato e da Lui scaturiva tale indicibile sfolgorio, che il sole non poteva reggere al confronto (…). E questa nascita fu così rapida ed istantanea, che io non potei osservare e discernere come il Bambino era nato. Tuttavia io vidi subito il Bambino nudo e splendente che giaceva a terra. Il suo corpo era pulito e libero da ogni impurità. Io vidi anche la placenta (…) che stava accanto al Bambino e udii un soave cantico angelico. Il grembo della Vergine (…) si era contratto, ed il suo corpo appariva sottile e di singolare bellezza. Quando comprese di aver partorito ella adorò il bambino (…) con la testa china e le mani unite e disse: Sii benvenuto mio Signore, mio Dio, mio Figlio. Allora il Bambino cominciò a piangere e a tremare per il freddo, (…) si voltò lentamente, distese le membra e cercò la protezione della madre…».

E’ un testo medievale, ma ne leggiamo uno simile anche ai nostri tempi, in una dolcissima pagina di santa Faustina Kowalska:

«Quando giunsi alla Messa di Mezzanotte, subito fin dall’inizio m’immersi tutta in un profondo raccoglimento, nel quale vidi la Capanna di Betlemme inondata da tanta luce. La Vergine Santissima avvolgeva nei pannolini Gesù, tutta assorta in un grande amore. San Giuseppe invece dormiva ancora. Solo quando la Madonna depose Gesù nella mangiatoia, la luce divina svegliò Giuseppe che si unì a lei nella preghiera. Dopo un po’ rimasi io sola col piccolo Gesù, che allungò le Sue manine verso di me ed io compresi che Lo dovevo prendere in braccio. Gesù appoggiò la Sua testina sul mio cuore e con uno sguardo profondo mi fece comprendere che stava bene accanto al mio cuore». (Diario, pag. 475).

Altri santi non hanno avuto “visioni” particolari, ma S. Francesco d’Assisi ritenne comunque necessario poter vedere la scena natalizia con i suoi occhi, organizzando con i contadini e i pastori di Greccio il primo presepio vivente. E, da allora, tutti i Santi si sono commossi come bambini davanti al presepio.

Ma tutti sapevano che la contemplazione viva del Natale includeva sempre l’urgenza di permettere a Cristo una nuova nascita, offrendogli l’anima, il cuore e l’intera propria umanità. Già lo ricordava ai cristiani il grande Origene: «A che ti serve dire che Dio si è fatto bambino, che Dio è nato nella grotta di Betlemme se tu non senti che Dio nasce ogni giorno dentro di te?».

Angelus Silesius (nella sua raccolta di poetici aforismi, intitolata Il pellegrino cherubico) si interrogava in maniera struggente: «Quando Dio si fece uomo, lo misero sulla paglia. / Ah! perché non sono stato io il fieno e la paglia?». E suggeriva a se stesso e a tutti i credenti: «Potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia, / Dio nascerebbe ancora bambino sulla terra!».

La carmelitana Elisabetta della Trinità, – che voleva essere un prolungamento dell’umanità di Cristo – nel Natale del 1901 poteva descrivere così la sua partecipazione al mistero natalizio: «E’ venuto per me. / E’ nella mia anima che accade / il grande altissimo Mistero / la nuova Incarnazione. / Io non vivo più. Lui vive in me».

E Santa Edith Stein nella Notte Santa del 1936 pregava raccontando la sua mistica esperienza:
«In me arde la tua vita santa. Il mio cuore è ora diventato una mangiatoia / che attende il tuo Cuore. / Non a lungo. / Maria, Madre tua e anche mia, / mi ha dato il tuo nome. / A mezzanotte mi pone nel cuore / il suo bimbo appena nato. / Oh nessun cuore d’uomo può comprendere / ciò che tu prepari a coloro che ti amano. / Ora ti possiedo e non ti lascio mai più. / Dovunque vada la strada della mia vita / Tu sei accanto a me; /nulla mi può mai separare dal tuo amore».

Eppure sappiamo che “la strada della sua vita” la portò in un lager senza riuscire a staccarla da Cristo! Se ora torniamo al testo di Pirandello, ciò che maggiormente impressiona è non solo l’accurato linguaggio mistico con cui il racconto si conclude (nonostante la sua ambientazione onirica), ma il fatto che il “sogno” sia stato da lui percepito come invito – prima carezzevole, poi forte – alla conversione, come esigenza di un cambiamento totale di vita, come esigenza di “abbandonare tutto”, in forza dell’evangelica “promessa del centuplo”, già in questa vita.

Pirandello si sentì impotente ad accogliere l’invito, sentendosi, troppo schiacciato sul suo duro tavolo da lavoro dove elaborava la tragica descrizione e la sceneggiatura delle nude maschere umane. Ma oggi i suoi studiosi si rendono sempre più conto di quanto a fondo egli abbia nascosto, nelle sue novelle e nei suoi drammi, l’immagine del Cristo Deriso e Crocifisso, l’unica immagine di carità che gli fosse rimasta in cuore. Gli sfuggiva che il vero Natale cristiano evoca sì la sofferenza di un Dio che si fa povero e nudo – ed anche la nostra smisurata indegnità – ma, ancor più, la gloria dell’amore che sa d’essere destinato alla Risurrezione e alla Gloria e quindi anche alla nostra gioia. Ed era ciò che spinse un giorno S. Antonio di Padova ad iniziare una sua predica natalizia, già tutto immerso in festosa contemplazione, esclamando: «Natale: ecco il Paradiso!».


Dialoghi Carmelitani, dicembre 2007

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