Strumenti musicali
Evaristo Baschenis, Strumenti musicali
Le opinioni di alcuni grandi direttori d’orchestra e teologi sull’origine della musica
 

 

Qual è la natura della musica? Da dove proviene? E il musicista che rapporto ha con la musica che compone o esegue? Ecco alcune domande che, in maniera più o meno chiara, tutti ci siamo fatti, magari anche solo ascoltando e vedendo alla televisione il famoso concerto di inizio d’anno o partecipando a una liturgia accompagnata da un coro polifonico. Le parole di alcuni grandi direttori d’orchestra e teologi ci guideranno nella risposta agli interrogativi formulati.

 
Riccardo Muti
 

Che cos’è dunque la musica? Ha detto il grande direttore Riccardo Muti: «La musica è l’arte più alta perché non è tangibile: Un quadro o una statua parlano agli occhi. La musica non si vede, non esiste concretamente, il suono è inafferrabile: è puro spirito che ci mette in comunicazione con Dio. È come se attraverso la musica la nostra anima fiorisse. Un poeta cretese scrive:  “Dissi al mandorlo: parlami di Dio. E il mandorlo fiorì”. Il compositore dice: “Voglio parlare di Dio agli uomini”. E fiorisce la musica» La prospettiva di Muti è molto vicina a quella di altri grandi della musica e ricordata anche da Benedetto XVI. Nel suo viaggio in Germania nello scorso settembre il pontefice ha detto: «I grandi compositori con la loro musica volevano in definitiva, ciascuno a modo suo, glorificare Dio. Johann Sebatian Bach,  sul titolo di molte delle sue partiture ha scritto le lettere S. D. G.: Soli Deo Gloria – solamente alla gloria di Dio. Anche Anton Bruckner metteva all’inizio le parole: “Dedicato al buon Dio”».

Dio non è ovviamente un «oggetto» tra altri oggetti e parlare di Lui non è cosa facile; nemmeno per Arvo Pärt, il musicista estone affascinato dalla spiritualità russa («Sono un cristiano, un semplice cristiano»). Rispondendo ad una domanda di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, ha detto: «Io faccio fatica a scrivere musica, ed è tanto più difficile quanto più mi allontano dalla Parola [con la P maiuscola]; a volte mi sembra meglio cantare su una sola nota per salvare le parole e non cadere nella volontà propria».  E a proposito della sua composizione dedicata alla Sindone, da lui definita come il «tesoro più prezioso della città», ha affermato: «Ho cercato di sottolineare solo alcune note, alcune impressioni attraverso il linguaggio della musica che tenta di balbettare l’ineffabile».

Se la musica «ci mette in comunicazione con Dio», un musicista ateo è davvero una contraddizione. Tracciando un bilancio della sua lunga attività concertistica in occasione del suo 65° compleanno, Muti  ha dichiarato: «Con il passare degli anni avverto sempre più spesso la tensione verso l’Infinito a cui apparteniamo e verso il quale siamo in viaggio. Le mie giornate lentamente si colorano delle tinte del tramonto: assaporo nostalgie che inevitabilmente metto nelle mie letture dei grandi capolavori e la musica diventa un vascello che mi accompagna nel mio viaggio verso il Trascendente. Non capisco quei direttori che con grande sprezzo si proclamano atei: come si fa a dirigere il Requiem di Mozart e affermare che Dio non esiste?». Aveva anche detto in una precedente conversazione con il biblista Gianfranco Ravasi, «io non sono un praticante, ma sono convinto che Dio c’è e ci deve essere».

Allo stesso Gianfranco Ravasi che gli rammentava la religiosità dei più grandi compositori della storia, egli ha risposto che essa traspare perfino da quei musicisti che sono stati dei «laicisti» e «mangiapreti» come, ad esempio, Verdi. Poi ha così proseguito: «E me ne convinco ancora di più quando mi capita per esempio di dirigere il Requiem di Verdi, con quel Libera me, Domine, tre volte ripetuto».

Al giornalista che gli chiedeva «quando una partitura può davvero essere definita sacra» ha risposto: «Credo che qualsiasi musica che abbia ispirazione viva e profonda acquisti sacralità, diventi espressione dello spirito. E lo spirito in quanto tale è espressione di Dio». Certo se la grande musica è una  delle vie per entrare in rapporto con Dio, quando si tratta di quella «sacra» questo rapporto si fa particolarmente intenso. «Una delle pagine che mi commuove sempre, ricordava ancora Muti, è l’Ave verum di Mozart: potrei ascoltarla mille volte al giorno e commuovermi mille volte».

  
Carlo Maria Giulini
 

La fede cristiana è stata una costante nella vita privata e nella professione di Carlo Maria Giulini, il grande direttore d’orchestra scomparso nel giugno 2005 all’età di 91 anni. Al giornalista che gli chiedeva se la sua fede non avesse mai vacillato, ha risposto: «No, mai, e anche di questo ringrazio Dio perché è suo dono», e ricordando gli anni della guerra ha soggiunto: «Quando vivevo nascosto non potevo andare a Messa, ma ho sempre continuato a pregare. Non mi sono mai sentito abbandonato dal Signore né ho mai dubitato del suo amore».

Nell’intervista rilasciata in occasione del suo 90° compleanno ha detto: «Sono profondamente credente, vado sempre a messa alla chiesa del Carmine [a Milano]. Ora sono pronto a ricominciare una nuova vita che non posso immaginare, un grande mistero. Ho avuto il dono della fede, ho avuto quello dell’amore». Del suo lungo matrimonio con la moglie Marcella ha parlato con queste semplici parole: «Amore, fede e preghiera sono stati il cemento del mio matrimonio. Crescere insieme nella fede, sentire la presenza del Signore che aiuta, guida, sorregge anche nelle inevitabili difficoltà e incomprensioni, è un’esperienza bellissima». Al giornalista che gli rammentava quanto detto da  un musicologo benedettino, che cioè la musica «è fra tutte le arti quella più somigliante a Dio perché è inafferrabile e invisibile come Lui» egli ha risposto che la musica «tocca i sentimenti più veri, le emozioni, l’interiorità dell’uomo; se poi questo conduca gli ascoltatori a Dio non so dirlo. Io lo spero». Ripensando alla sua attività di direttore d’orchestra ha poi aggiunto: «Una cosa è suonare con le mani, un’altra è farlo con l’anima. Io ho sempre suonato e diretto con l’anima; ho potuto e voluto trasmettere agli altri con tutto me stesso: ringrazio Dio che mi ha dato il talento e l’opportunità di farlo».

 
Uto Ughi
 

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Violino
Allo stretto legame tra la musica e il divino crede anche il grande violinista Uto Ughi. Richiesto di spiegare se gli fosse mai capitato di pregare  suonando ha detto:  «Di per sé suonare è già un’invocazione. […]. Una volta sono stato ricevuto dal Papa e gli ho detto: “Vede, Santità. Mi sembra che la ricerca dell’artista sia molto vicina a quella del mistico che tende alla comunione con lo Spirito. Liberandosi dalle scorie della materia l’artista cerca, attraverso un continuo lavoro di sacrificio, di trovare l’unione con il Trascendente, con la Bellezza pura, con il Metafisico”. E lui mi ha risposto. “Anch’io penso così”».

Gli autori fin qui menzionati sembrano unanimi: la musica è «più» della musica stessa perchè spalanca su un infinito che non è di questo mondo e forse è proprio da questo infinito che essa giunge sempre agli uomini. Le parole di Uto Ughi lo confermano: «Io non riesco a immaginare il Paradiso. Se c’è, sarà un concentrato di tutte le bellezze, dei suoni, dei colori, delle luci. Così come del resto Dante ci ha già descritto nella Divina Commedia». Qualcosa di vero ci deve pur essere in questo approccio alla musica se perfino lo scrittore romeno Emil M. Cioran (1911–1995), per il quale «l’illusione è l’essenza di ogni vita», ha osato scrivere:  «“Non posso fare distinzione tra la musica e le lacrime” (Nietzsche). Chi non lo capisce istintivamente non è mai vissuto nell’intimità della musica: Ogni vera musica è sgorgata dalle lacrime, nata com’è dal rimpianto del paradiso» (Lacrime e santi, Milano 1990, pp. 16-17).

 
Gli angeli, Bach e Mozart
 

Visto che i musicisti di professione collocano le radici della musica in cielo, qual è il parere dei teologi di professione in proposito? L’opinione più nota è senz’altro quella del teologo protestante Karl Barth: «Quando gli angeli si rivolgono a Dio, cantano Bach; quando si divertono tra di loro, suonano Mozart». Come si vede, il cerchio si chiude perché la musica torna là dove era nata. «E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”» (Lc 2,13–14). Poi, racconta il Vangelo, gli angeli tornarono in cielo.

La musica appartiene al cielo e a Colui che l’ha fatto e lo abita; gli angeli lo sanno e per questo lodano Dio. Il loro canto lo ricorda anche ai più distratti. 

 

P. Aldino Cazzago ocd

Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2006

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