Etiopia, santuario di Gorgorà Debra SinaEditoriale

di Aldino Cazzago

Scegliendo di dirigersi «decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51), Gesù si approssima definitivamente alla lunga e dolorosa fase finale della sua esistenza terrena: quella della passione, morte e risurrezione, quella dell’amore «folle» del Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16; cfr. anche 1Gv 4,9; Rm 8,32).
A Gerusalemme Gesù si era recato per momenti importanti nella vita di ogni buon ebreo, ora però quest’ultima sua salita verso la città «salda e compatta» (Sal 122, 3) è diversa da tutte le altre. Diversa perché a Gerusalemme ora egli si reca con il titolo di «profeta» che la gente gli ha attribuito: «Un grande profeta è sorto fra noi» (Lc 7,16), «Questi è davvero il profeta!» (Gv 7,40). Anche ora, quando sul dorso di un puledro vi entra per l’ultima volta e la gente lo acclama di nuovo come il «profeta da Nazaret di Galilea» (Mt 21,11). Certo anche se, come sostengono alcuni esegeti, egli non aveva mai rivendicato per sé questo titolo, tuttavia, agendo con autorità e denunciando l’ipocrisia dei sommi sacerdoti, degli scribi e dei farisei (cfr. Mt 15,7; Mc 11,15-17; Lc 11,52), si era di fatto comportato come uno dei profeti della storia d’Israele. Anche per questo la gente lo considera appunto come tale.

Egli conosceva certamente la fine toccata in sorte a quegli stessi profeti: a Elia (1Re 19,14), a Geremia (Ger 26,20-23) e Zaccaria (2Cr 24, 20-22). Di conseguenza a quel destino di morte che la città della «casa di Davide» (Sal 122,6) gli sta riservando («Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te», Lc 13,34) è Gesù che sceglie di andare incontro: «Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (Lc 13,33)(1) . Ormai vicino alla città e consapevole di una ostilità che di lì a poco si sarebbe rivelata in tutta la sua mortale inimicizia (Lc 19, 47), Gesù nel pianto (cfr. Lc 19,41) mostra tutto il suo amore e il suo dolore per la città di Davide: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi» (Lc 19,42).


Oltre che come profeta, in Gerusalemme Gesù entra come re. Certo un re ben diverso da quello molte volte immaginato dalle folle e dai suoi discepoli: perché «mite e umile di cuore» come dice di se stesso (Mt 11,29); perché in lui trovano compimento le parole del profeta Zaccaria: «Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina» (Mt 21,5); e infine perché è salutato dalla folla come «figlio di Davide … che viene nel nome del Signore» (Mt 21,9). A differenza degli altri potenti di questo mondo (cfr Mt 20,25), egli «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20,28) e per questo non aspetta passivamente che qualcuno gli tolga violentemente la vita, ma la offre da se stesso (cfr. Gv 10,18).

Al momento dell’Annunciazione l’angelo rivelò a Maria che il figlio che avrebbe preso la sua carne sarebbe stato «grande» e avrebbe avuto in eredità «il trono di Davide suo padre» (Lc 1,32). Con l’entrata in Gerusalemme le parole dell’angelo svelano tutta la verità fino a quel momento celata: il «trono» sul quale il re mite sta per assidersi non è un trono avvolto dalla gloria di questo mondo, ma è la croce perché «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). L’insolito «trono» della croce che, qualche decennio dopo gli eventi del Calvario, Ignazio di Antiochia definirà come «argano»(2) , si rivelerà presto come il centro del cosmo e della creazione perché come aveva promesso lo stesso Gesù «io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

Quel «trono» non è certo un «privilegio» riservato solo al maestro e al re mite; egli l’ha promesso in eredità anche a tutti coloro che decideranno di seguirlo: «Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Il sapersi sulla stessa strada del «santo servo Gesù» (At 4,27) è un potente aiuto a non sognare un altro destino per il Nazareno o altri re, maestri e profeti. Ha scritto Hans Urs von Balthasar: «Se noi dunque in questa situazione ci uniamo alla folla esultante e gridiamo anche noi il nostro Osanna al Messia, ricordiamoci però seriamente che noi come cristiani conosciamo solo un unico re e messia: quello rigettato e crocifisso da tutti, anche da noi, quell’unico che conosce e apre la via verso il Regno di Dio, colui che anche noi possiamo e dobbiamo seguire, una volta che questa via è stata tracciata»(3) .

Appena entrato in Gerusalemme tra le acclamazioni della gente, Gesù si dirige verso il tempio e qui, rovesciando i tavoli dei cambiavalute, ricorda a tutti la verità di quel luogo santo (Mt 21,12-13). Attorno a Lui si radunano i ciechi e gli storpi in cerca di guarigione, gli scribi attoniti per i prodigi che egli va compiendo e i fanciulli che ripetono le parole («Osanna al figlio di Davide» Mt 21,15) con le quali la gente lo aveva accolto all’ingresso della città. Tra la folla che si domanda chi sia colui che avanza sul dorso di un puledro («Chi è costui?, Mt 21,10) e lo sdegno de sommi sacerdoti, l’aria è riempita dalle voci festanti e dalla gioia dei fanciulli, i soli che dicono la verità («Osanna al figlio di Davide») su quel re e profeta. Essi finiscono per essere, un po’ contro ogni logica, «dei fanciulli che insegnano ai padri»(4) , come si legge in un inno di Romano il Melode. Un giorno Gesù l’aveva detto: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). A Gerusalemme è proprio questo che accade: il regno di Dio è accolto dai bambini. In un mondo diventato «adulto», i cristiani hanno, tra i tanti compiti, anche quello di lasciarsi stupire e commuovere da questa verità.

«Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Mt 21,9). Le parole, che un giorno sono risuonate sulla bocca della folla festante che accompagnava il Figlio di Dio, sono ripetute ad ogni celebrazione eucaristica nel Sanctus.  La loro quotidiana ripetizione poco prima delle espressioni con le quali la Chiesa  fa memoria dell’offerta del corpo e del sangue di Cristo sono un potente richiamo a non dimenticare che al cuore di ogni eucaristia sta il mistero pasquale. 

Note
1 Il ricordo delle sofferenze riservate da Gerusalemme ai profeti sarà presente anche nelle parole di Stefano poco prima di essere lapidato: «Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?» (At 7,52).
2 Ignazio di Antiochia, Agli Efesini, IX,1.
3 H.U.von Balthasar, Tu coroni l’anno con la tua grazia, Jaca Book, Milano 1992, p. 53.
4 Romano il Melode, Inni, Paoline, Roma 1981, p. 302. Si tratta dell’inno per la Domenica delle Palme.



Per gentile concessione della rivista COMMUNIO (Jaca Book).

Il fascicolo di Communio (n. 1/2009), da cui è tratto il testo, sarà disponibile fra qualche giorno in libreria.

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