L'avventura spirituale di Julien Green a dieci anni dalla morte
di Francesco Di Felice
Ricorre quest'anno il decennio dalla morte di Julien Green, scrittore e accademico francese. La storia della sua avventura spirituale, oltre che dai suoi numerosi romanzi, è registrata soprattutto nel suo Diario, in quattordici volumi, che copre l'arco quasi dell'intera sua vita, dal 1928 al 1998.
Green era nato nel 1900 a Parigi da genitori statunitensi di religione presbiteriana ed educato rigorosamente nel protestantesimo. Tra i 15 e 16 anni, in seguito alla lettura del libro The Faith of our Fathers del cardinale Gibbons, vescovo di Baltimora, chiese a suo padre di fargli conoscere un prete cattolico: fu affidato alla cura spirituale di un padre gesuita e sei mesi più tardi ricevette il battesimo nelle chiesa cattolica. Fu questo uno degli anni più felici della sua vita.
Ma stranamente proprio in quel periodo di tempo, segnato da un grande fervore religioso e da un grande entusiasmo, si verificò in lui un improvviso rivolgimento del suo spirito, gli parve di vivere un momento cruciale, che doveva condurlo progressivamente ad abbandonare la fede cristiana. Così racconta nel suo Diario: "Accadde, mi pare, nell'aprile del 1919, in un tiepido pomeriggio, mentre tornavo da un Vespro (...) Risalendo le scale della cripta, mi fermai un istante su un gradino, col cuore traboccante di tristezza al pensiero del mondo che stavo per lasciare (...) Dio sa ciò che avvenne dentro di me in quell'attimo. D'un tratto sentii formularsi in me il "gran rifiuto" che doveva dare alla mia vita un aspetto così particolare. Un peso immenso mi venne tolto nel medesimo istante, il peso della Croce".
In apparenza non avviene nulla, Green sembra allontanarsi da Dio a poco a poco, smette di leggere la Bibbia; non prega quasi più. Si sente spesso a disagio di fronte ai cattolici, perché essi avrebbero sempre una riserva mentale di proselitismo. Per capire il senso di questo cambiamento, che egli chiama "il gran rifiuto" occorre spendere una parola su quel Pamphlet contre les Catholiques de France, da lui pubblicato sotto lo pseudonimo di Théophile Delaporte, subito dopo la crisi religiosa. Con questo libello dichiara guerra all'abitudine, alla routine che uccide la vita religiosa; rimprovera i cattolici di non prendere più sul serio la religione e di lasciarsi cullare dal monotono bisbiglio delle loro pie abitudini. Green insomma oppone al conformismo bigotto dei cattolici di Francia la grandezza tragica dei profeti biblici, i rigori dell'Inquisizione. L'autore cerca così di giustificarsi per aver abbandonato la fede; vuol scaricare le sue malinconie e magari i suoi rimorsi sui cattolici benpensanti, che traviserebbero la fede. Il libro esprimeva in ogni caso uno dei temi invariati di Green: il suo orrore per la tiepidezza!
Il periodo dell'incredulità che va dal 1924 al 1939, e che alcune pagine del Diario definiscono della "felicità" e dell'"alleggerimento interiore", è in realtà il periodo dei cosiddetti "romanzi neri" che si distinguono per il terrore della morte e per un attaccamento disperato ai piaceri amari del mondo. Il vero Diario di Green, in quel tempo, non è composto dagli appunti che scrive giorno per giorno, ma è nei suoi romanzi. Si legga a questo proposito un passo del 3 novembre 1947: "I miei romanzi lasciano trapelare in larghi rigurgiti quel che io credo sia il fondo dell'anima e che spesso sfugge all'osservazione psicologica, regione segreta dove Dio lavora".
I suoi romanzi sono dunque una trafila necessaria per arrivare a vedere il cammino della grazia divina nel corso di quegli anni segnati dalla incredulità. Ma pur in piena ebbrezza per la scoperta della bellezza sensibile e della apparente felicità, Green vi scopre pure il nulla e il vuoto. Senza saperlo, invece di credere sempre meno in Dio, finisce per credere sempre meno nel mondo. Così i romanzi di Green, visti nell'insieme della sua vita, assumono un valore che a gran parte dei critici è finora sfuggito.
Intanto un senso profondo di malinconia lo avvolge e lo getta in una solitudine pesante. Tenta di tornare a pregare, ma il tentativo è vano. Dopo il 1934 il sentimento religioso ridiventa cosciente, ma si cristallizza intorno al buddismo. Il romanzo Minuit (Mezzanotte) fotografa questa situazione interiore: Green cerca di guarire dalle proprie fobie, sembra dirigersi sulla via della verità, ma è ancora lontano dalla meta. Dal 1935 il desiderio di scoprire la verità cresce nella sua anima. Deluso da molte cose, comincia di nuovo a sentirsi attratto dall'invisibile, per esempio dalla musica, che gli insegna la vicinanza di un altro mondo. Nel 1936 compare una nota nuova, che esprime il suo bisogno di purificazione morale. Scrive nel Diario: "Come mutare la mia vita? Dal di dentro. Inutile bruciar libri e manoscritti. Il distacco non avviene così, è un cuore nuovo che bisogna chiedere e il resto si compie senza difficoltà".
Fu allora che per approfondire le sue nozioni bibliche si rimise a studiare l'ebraico. Green aveva sempre amato la Scrittura, ma quel che ora soprattutto lo attira, leggendo la Bibbia, è il fatto che essa si oppone all'equivoco delle gnosi orientali, magnificando invece il Dio del Padre Nostro: "Per capire me stesso non ho che da riflettere alle vaste distese di luce contenute nell'orazione domenicale; là dentro non rimbomba più il ruggito funebre dell'inconscio, ma la voce del pastore che conduce le sue pecore verso le acque refrigeranti e porta in braccio l'agnello esitante sulle zampe". A questo cammino interiore va aggiunto il disgusto sempre più vivo per la politica assurda e criminosa del suo tempo.
Nel settembre del 1938, quando si crede inevitabile la guerra, Green prova una specie di collasso spirituale, si sente incapace di trovare nella religione un soccorso contro il Moloch della guerra imminente, e allora capisce che soltanto una fede intensa può affrontare circostanze come quelle. Davanti al cataclisma cosmico che si prepara, prende coscienza di non essere armato; la sua vita di apparente felicità gli sembra ridicola. Si rende, quindi, conto che gli eventi invitano a distaccarsi dal mondo sensibile; sempre più si sente fuori del suo tempo, apolitico, estraneo alla follia contemporanea.
Ma questi avvenimenti esterni non ebbero parte considerevole nel ritorno di Green alla fede; il suo riavvicinamento alla fede fu essenzialmente interiore, fatto di distacco progressivo, di presa di coscienza della tristezza del mondo e soprattutto da un forte sentimento di purificazione.
Finché nell'aprile del 1939 si arrese definitivamente all'opera della grazia divina. Ecco come Green ci descrive l'avvenimento più importante della sua vita: "Verso il mese di gennaio 1939 mi capitò tra le mani il Trattato del Purgatorio di santa Teresa da Genova, che mi fece un'impressione assai profonda. Non ho mai creduto al caso. Questo libro rispondeva a molte domande che mi facevo e capovolgeva opinioni che io credevo fortemente ancorate in me; esso determinò nella mia mente una nuova corrente di idee sul destino spirituale dell'uomo. Un conversazione che ebbi poco tempo dopo con Maritain a proposito di Aristotele e di Platone dette un colpo violento alla fede che io prestavo alle fantasticherie dei mistici indù (...) sentii pure che nello stesso istante crollava in me tutto un edificio di errori. La mia conversione, che fu il risultato di tali fatti, come d'altri d'indole più segreta, avvenne nell'aprile 1939".
Il romanzo Varouna, cominciato sotto il segno della metempsicosi, prima della conversione, fu portato a termine dopo il ritorno alla fede. Green esitava a continuarlo, perché gli era venuto a mancare il senso che voleva dare a quella sua opera in un primo tempo. Si decise poi a continuarlo, ma con altro risvolto. In esso l'autore attesta il passaggio dalla credenza nella metempsicosi alla gioia della scoperta dell'amore personale di Dio, il quale ci chiama attraverso i tempi per mezzo della comunione dei santi. Alcuni critici hanno detto che Varouna è un libro mancato. Si può invece affermare che, veduto nell'insieme della vita di Green, rivela una singolare grandezza per la sua profonda ispirazione cristiana. In esso la storia di Giovanna riflette quella di Green nel momento della sua conversione.
Nel romanzo Si j'étais Vous Fabiano, il protagonista, scopre che la metempsicosi non è che un volto del nostro desiderio di evadere dai limiti dello spazio e del tempo; l'equivoco consiste nel confondere metempsicosi e trasfigurazione. Il desiderio di trasfigurazione, che è sete della grazia di Dio, presuppone - spiega Green nella prefazione - "che la sapienza di Dio faccia bene quello che fa (...) che noi stiamo bene non come siamo, ma dove siamo, nel corpo e nell'anima che ci sono stati dati". Non tanto fuggendo i limiti dello spazio e del tempo quanto piuttosto accettandoli, assumendoli sotto la guida di Dio, si può raggiunge la trasfigurazione finale e la salvezza eterna.
Con la conversione si realizza in Green il passaggio dal fascino di un invisibile impersonale e terribile alla scoperta di un invisibile che è amore incarnato nel tempo e nello spazio, nella materia e nello spirito. Green convertito ha ritrovato Dio "là dove è": nel silenzio. Scrive nel suo Diario: "Proprio nel cuore del silenzio abita Dio. Là è la sua dimora, non nel vento, non nel terremoto, né certo nel rumore che le nostre parole fanno continuamente, ma nella parte più profonda di noi stessi, là dove le voci del mondo non giungono più".
(©L'Osservatore Romano - 31 dicembre 2008)
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