RECENSIONE
Davide Rondoni, HERMANN.  Una vita storta e santa puntata alle stelle, BUR 2010, pp.173.
di Paola ZUCCA

"E' l'Amore col quale Dio ci ama a produrre in noi la bellezza" (San Tommaso)

Quando accade qualcosa che lo rende davvero felice, mio figlio dice sempre la stessa cosa, sempre vera: oggi è il più bel giorno della mia vita!

Anche io adesso faccio lo stesso, ad ogni incontro che mi rende felice. Anche un bel libro è un incontro. Raramente mi è concesso di avere tempo per questo tipo di incontri, ma a volte un libro è come una persona che ti prende del tempo anche quando non ce l'hai. Un libro, una persona: se racconta la vita di un santo è proprio così. Grazie a padre Antonio sono abituata a questi incontri e ogni volta, come mio figlio, dico: è la persona più bella che ho conosciuto nella mia vita! Non vedo l'ora di abbracciarla!

Dopo avere letto la storia di "Ermanno lo storpio" ho una felicità nel cuore diversa dal solito, perché la lettura mi ha fatto intuire una cosa bellissima: in qualche modo, io abbraccerò proprio quel piccolo uomo brutto e storpio. Si capisce mentre le pagine scorrono e una bellezza dirompente intenerisce, commuove e traspare da un corpo che è tutta una cosa con la sua anima. E' tutta una questione di sguardo. E' una stupida illusione ottica che ci inganna. Vedere in Dio, con gli occhi di Dio, è un'altra cosa. Guardarsi allo specchio e vedersi con gli occhi di Dio è un esercizio di stupore per la bellezza. E lo facciamo troppo poco. Tendiamo a correggere, come se il Suo lavoro non fosse ben fatto. Invece, di un volto veramente amato non si desidera cambiare niente. E' bello leggere la storia di Ermanno lo storpio e avere l'impressione che non ci sia proprio nulla da correggere.

"A quattro, cinque anni un bambino si vede completamente. Già a due anni comincia a vedere le diffe-renze fra sé e gli altri, se ce ne sono. E poi deve cominciare ad accettare se stesso. Oppure cominciare il gran rifiuto. Il più gran rifiuto che esiste nell'universo. Quello di se stessi. Hermann cresce accettando [...]. Accettare la lentezza. E la conseguente velocità interiore. Accettare, sì, anche quel che si sviluppa nella ripugnante infermità delle membra: la spaventosa rapidità spirituale". Accettare, non lamentarsi. Amare e soffrire per vivere nella bellezza del più bello fra i figli dell'uomo, che si è ridotto peggio di questo figlio storpio.

Nel buio di quei tempi (e ancora di più dei nostri) è vera la domanda: "Come sorse Benedetto, non può sorgere ancora qualcuno, un santo, un uomo che ami il mondo e gli uomini, senza paura del reale e di Dio?".

La storia di Ermanno è molto attuale: intorno all'anno mille accadono le stesse cose che accadono ora. Bambini che sembra inutile far vivere. Prodotti di scarto, malriusciti. Alcuni sopravvissuti. Di Ermanno si è saputo, perché, lasciato da neonato in un monastero, ha fatto storia. Ha scritto la Salve Regina, senza avere mai goduto dell'affetto di una madre. Il Papa in persona ha cercato la sua preghiera e il suo consiglio. Ha amato come pochi altri. Ha stupito come una meraviglia. Ha goduto della tenerezza degli amici, "ciuchi di Cristo", perché aveva un solo Amico. Ha conservato la bellezza copiando la verità per i posteri. Ha svelato la bellezza, studiando ogni notte il cielo stellato. Come tutti i santi, ha vissuto di "desiderio", che, come ci ha spiegato padre Antonio, è proprio una parola che deriva da "sidera" e significa guardare le stelle con infinito struggimento. E' morto preparato alla bellezza.

"La vita intera, un sospiro che desidera Dio": un sospiro atteso da Dio, una morte attesa con "qualcosa che sembra un lontano sorriso".

Forse anche per il compimento di una preghiera di Hermann: "Padrone dell'eternità, considera quella donna che non sapeva come fare e che mi amò così, in modo duro e inevitabile. E' costato a lei forse più di quanto è costato a me. Tienici uniti sempre, Padre dell'Amore. Il tuo Hermann orribile e la mia bella mamma. Tienici uniti sempre, ti prego".


 

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