di Rosario RIBBENE
I ritmi frenetici della vita quotidiana rendono spesso la pausa caffè una forzatura della scaletta degli impegni. Ci si trova – per esempio – ad avvertire improvvisi brontolii atti a segnalare che, forse, avremmo dovuto buttar giù qualcosa nello stomaco; oppure non si trova neanche il tempo per un caffè al bar.
Gli esempi che si possono prendere in considerazione sono numerosi e disparati ma tutti hanno un lieto fine: il ricorso ai distributori automatici. Sono disseminati ovunque; in ufficio, in metropolitana, in aeroporto, in ospedale, per strada. Posto che vai macchinetta che trovi.
In Italia i distributori automatici sono 2,5 milioni, con un numero di consumazioni che sfiora i sei miliardi ed un fatturato di 2,4 miliardi di euro. Nonostante la crisi economica, il numero di italiani che ne fanno uso è aumentato; secondo una recente ricerca presentata da Cra per Venditalia si rileva che sono 26 milioni gli italiani che consumano prodotti alle macchinette, tremilioni in più rispetto al 2006.
La macchinetta insomma sembra inossidabile, dimostrando forte vitalità ed attirando sempre nuovi adepti del last minute. Asseconda le nostre esigenze e puoi sempre trovarne una dietro l’angolo.
Ma il fenomeno è più ampio. Paradossalmente se essa è complice della frenesia del nostro tempo, risulta anche luogo di coesione sociale. Intorno a loro si scambiano informazioni e pareri, lamenti e desideri; lì si tesse la trama di relazioni sociali.
E così la macchinetta, simbolo materiale del soddisfacimento delle esigenze di una dimensione temporale trasformata in un continuo incastro di tessere, resta associata all’idea di una pausa fatta di chiacchierate, discussioni, confidenze, silenzi.
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