Una settimana a Ciocanari

Settimana di volontariato a Ciocanari (Romania) dal 10 al 17 ottobre 2009, testimonianza di Angelo Crotti.

Dopo che per tutto il viaggio avevamo ascoltato messaggi in inglese e rumeno, la voce del comandante dell’aereo, ci colse alla sprovvista quando, in perfetto italiano, ci informò che entro pochi minuti saremmo atterrati all’aeroporto di Bucarest Baneasa (comune alla periferia della città n.d.a.) guardai oltre Mariapia, seduta alla mia sinistra, e dal finestrino vidi il terreno venirci incontro rapidamente.

Poco dopo un leggero urto dell’aereo annunciò il contatto col terreno ed immediatamente, il ruggito delle turbine diede inizio ad una energica frenata proiettando il mio naso, che per paura di restare solo si fece accompagnare da tutta la faccia, a far una rapida conoscenza con lo schienale del seggiolino davanti. Oltre a Mariapia di Verona (conosciuta per l’occasione) e a me “Angelovigile” (così chiamato da Paolino) di Rodengo Saiano, sparsi a pioggia sui sedili dell’aereo c’erano Santino, Beppe Bertazzoli con la moglie Marina ed il figlio Paolino, Luciano (che in realtà ha un altro nome, ma tutti lo chiamano così) di Desenzano ed Edoardo di Rivoltella (anche questi ultimi conosciuti al momento).

Vi chiederete cosa ci faceva un gruppo così eterogeneo a millecinquecento chilometri da casa? Il comune denominatore è il Movimento Ecclesiale Carmelitano (la più grande invenzione del dopoguerra dopo la penicillina ed internet) e per me tutto è iniziato nel nostro gruppetto di scuola di cristianesimo quando Cesare Braghini ha detto:”Se qualcuno avesse disponibilità di qualche giorno, e fosse capace di lavorare come elettricista, muratore, idraulico, ecc, ecc, si metta in contatto con Beppe Bertazzoli che sta cercando operai per la “vigna” del Signore, attualmente localizzata a Ciocanari (non sono molto convinto che si scriva così ma così si pronuncia), in Romania.
Chi ha fatto il militare sa quali pericoli si nascondono dietro le richieste tipo “chi sa lavorare al computer?” oppure “chi sa metter mano in meccanismi complessi?” chi alzava la mano col miraggio di una licenza premio dopo un lavoro gratificante, si ritrovava immancabilmente in cucina a pelar patate.

Un rapido esame dei requisiti, il consenso della moglie, e sciorinando un curriculum da tuttofare, sono da Beppe a chiedere in cosa consista il lavoro. Lui rimane un po’ sul vago e mi parla di alberi da piantare, di cancelli da motorizzare, ed altre amenità senza scendere in particolari. Io penso a grandi scorazzate nei campi a bordo del trattore e replico entusiasta la mia adesione.
All’arrivo in aeroporto sbrigate le formalità ci accoglie Paolo, che dopo un rapido viaggio sulla apocalittica “centura” di Bucarest ci porta all’azienda agricola dove veniamo accolti calorosamente da Lisetta, Beppe e Daniela, Lucio e Franca, Adrian e Drina. Troviamo anche Giorgio, Giuseppe, e Claudio il marito di Mariapia, di Verona, inoltre Scoprimmo il sorriso di Gabriela, una ragazza rumena della corte di Adriana e Bianca assistente sociale operante a Dermanesti .
Veniamo assaliti dagli Unni. Madalin, Giorge, Mihaela, (i bambini in affido) e Maria figlia di Adrian e Drina che rapiscono immediatamente Paolino il quale diverrà uno di loro a tutti gli effetti per tutta la settimana; una vera associazione a delinquere. Il Mite e tenero Paolino, novello mister Hide, verrà profondamente trasformato da questa esperienza, tanto da giungere al punto di sussurrare all’orecchio di una esterrefatta Mariapia: “ti dico una cosa, Angelovigile fa la cacca nelle braghe”. La domenica, accompagnati da Adriana, Io, Santino e Luciano, visitiamo la parte centrale di Bucarest, la sera siamo ospiti a casa di Flori e Jorg, lei romena e lui tedesco della Comunità Mec di Bucarest.

Lunedì iniziamo i lavori e le mie velleità di agropilota vengono subito smorzate. Passerò moltissimo tempo “coi” trattori, ma non “sui” trattori. Beppe di lunga memoria, ricordando che in un passato ormai antico lavoravo come meccanico su nobili macchine, incarica Giorgio e me della riparazione dei mezzi agricoli la qual cosa a volte diverrà problematica soprattutto per l’approvvigionamento dei ricambi o di particolari attrezzature, come quel giorno in cui Adrian dovette recarsi a Bucarest per cercare un paraolio, e dalle 9,00 di mattina tornò alle 5,00 del pomeriggio.
Io e Giorgio che per l’occorrenza eravamo stati riciclati da Beppe a piantar alberelli, dopo circa tre ore del nuovo lavoro, incalzati dal mal di schiena, eravamo seriamente preoccupati dalla prolungata assenza di Adrian, al punto che lo invocavamo a gran voce affinché tornasse presto ad affrancarci dalla schiavitù della vanga.
La cosa accadde alle 17,00 dopo che avevamo piantato in modo geometricamente esemplare alcune centinaia di alberelli, in numero superiore a quelli di Beppe che ci aveva dato un calibro più corto, e aveva tenuto per se quello più lungo per distanziare maggiormente le piantine e scavare meno buche.
L’insidia peggiore ci aspettava martedì mattina oltre la porta di casa che aprimmo come consuetudine dopo la recita comune delle lodi, appena la punta del naso varcò la soglia, fu investita da un vento gelido, tremendo che si faceva beffe allegramente del nostro abbigliamento estivo. Santino disse che era il temibile vento siberiano, foriero della stagione fredda, la cosa inspiegabile era che secondo le mie nozioni geografiche la Siberia era a nord/est rispetto a noi ed il vento giungeva da sud/ovest.
Corremmo ai ripari e nel giro di pochi minuti ci trasformammo in tanti omini della Michelin, imbottiti a più non posso, ed il nostro lavoro continuò in armonia ed allegria per tutta la settimana.
Ora vorrei scrivere della cena per l’anniversario di Beppe e Daniela, delle serate con la Zuika (grappa locale) ed il ping pong, della festa di Santa Teresa, del meraviglioso orto dell’azienda, delle dolcissime pepene (angurie) prodottevi, delle case dei rumeni, della delusione visitando Bucarest, dei branchi di cani randagi inselvatichiti che infestano la zona, della testimonianza di Giuseppe che ha avuto in affido tre bambini, di come “mi sento a casa” quando incontro altri del Mec, della voglia che ho di tornare a ripetere l’esperienza e di contagiare gli altri con questa strana malattia.
Ma per questo credo che chiederò lo spazio dei prossimi due numeri di Dialoghi.
Angelovigile
 
(Tratto da www.puntomissioneonlus.org)

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