di Michelangelo NascaNon è semplice parlare del dolore. Il terremoto abbattutosi in questi giorni in Abruzzo ci ha lasciati senza parole. Oggi però – per una strana coincidenza – i funerali delle 287 vittime del terremoto abruzzese si svolgeranno (grazie ad un particolare indulto pontificio) nell’unico giorno dell’anno liturgico (il Venerdi Santo) dove non si celebra mai la Messa. In questa particolare circostanza, dunque – nel giorno in cui la Chiesa si ferma a contemplare la Passione e la Morte di Cristo – il dolore del popolo abruzzese e il dolore di Cristo verranno celebrati sullo stesso altare!
Parlavamo di strana coincidenza, perché?
Talvolta è proprio nelle circostanze più drammatiche e dolorose della nostra vita che la domanda su Dio riaffiora con maggior intensità e forza, accompagnata da un’ulteriore e quanto mai struggente interrogativo: “Perché tanta sofferenza?”, “Dov’era Dio?”.
E’ molto bella, a tal proposito, la riflessione di C.S. Lewis:
“Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. [ ...] Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù” (C.S. Lewis, Diario di un dolore).
Se le prove della vita, come ci ricorda lo scrittore inglese C.S. Lewis nel brano prima citato, non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede per saggiarne la qualità, crolla l’idea (spesso frutto di nostri personali convincimenti) di un Dio sadico e incurante dei propri figli.
L’uomo non è stato creato da Dio per il dolore ma per l’amore. Tra la sofferenza di Cristo in Croce e le sofferenze di ogni uomo c’è un misterioso e profondissimo legame (quella particolare coincidenza di cui parlavamo prima), che noi stentiamo a comprendere fino in fondo. Invece, lo hanno capito bene i Santi, i quali – scrive il teologo Antonio Maria Sicari – «non si sono affatto attardati sui perché, ma hanno, al contrario, mostrato un’urgenza interiore, e quasi una “necessità”, che li spingeva ad immergersi nella Passione del loro Gesù per assimilarla interamente, rivivendola fin quasi a saziarsi degli stessi dolori del loro Maestro».
Non c’è sofferenza nella terra che non sia stata già assunta ed accolta da Cristo, in quell’estremo e per noi assurdo dolore patito in croce, per amore nostro.
Mi viene in mente la scena della crocifissione di Gesù insieme ai due ladroni.
Il buon ladrone può ragionevolmente usufruire della salvezza poiché Cristo prende su di sé i peccati del mondo intero, compreso quello dei due malfattori. Gesù soffre per il peso di quei peccati fino a trasudare sangue, fino a morirne. Anche i due malfattori soffrono e, a prescindere dal bene e dal male compiuto, vengono crocifissi insieme a Gesù!
Il dolore dei due ladroni non è lontano dallo sguardo di Dio. Attraverso il sacrificio di Cristo sulla Croce la sofferenza di ogni uomo assume un volto nuovo; colui che soffre può configurarsi a Cristo, può unirsi alla Sua passione redentrice.
Dov’era Dio quando due sue creature (in questo caso i due ladroni) venivano uccisi? Egli stava di fronte a loro, il loro dolore era il Suo dolore, anticipatamente accolto e sofferto da Cristo stesso. Egli stava di fronte a loro così come sta di fronte a noi nel momento della sofferenza.
Dio non è un carnefice che desidera saziare la sua sete di giustizia con il sangue dei suoi figli. Sarebbe solo l’immagine (già nota nei racconti mitologici) di una divinità pagana! Se un terremoto o una qualsiasi calamità naturale si abbatte sulla nostra vita, portando morte e distruzione, non è una colpa da imputare certamente a Dio!
In questi giorni abbiamo osservato, però, come a causa del terremoto in Abruzzo una Nazione intera come l’Italia si sia fermata improvvisamente per soccorrere le vittime del terribile sisma. Non è un atteggiamento scontato se pensiamo ai tanti episodi in cui ognuno pensa solo a se stesso!!! Ancora più grande del terremoto è la girandola di solidarietà e d’amore che sta abbracciando il popolo abruzzese, un vero “terremoto d’amore” che – proprio nella Settimana Santa – ha squarciato il velo dell’indifferenza umana e dell’egoistica cura dei propri interessi.
Così dovremmo vivere, sempre protesi gli uni verso gli altri; in comunione d’amore, capaci di venirci incontro in qualsiasi situazione, senza attendere necessariamente un cataclisma per potersi dire quanto amore e comprensione siamo capaci di offrirci reciprocamente.
In questi giorni un ragazzo, in classe, raccontava: “Per anni non ho considerato mio padre per quello che era, per gli sforzi che faceva nel garantirmi gli studi e una vita dignitosa. Poi, all’improvviso, un terribile male iniziò a devastare tutto il suo corpo, e io imparai (per i due anni che mi vennero concessi) cosa vuol dire essere padre ed essere figlio e l’amore che due persone potrebbero sperimentare se si concedessero più attenzioni. Furono i due anni più duri e faticosi (materialmente e interiormente) della mia vita ma anche i più fecondi. Alla fine perdetti mio padre… ma quanto amore imparai da lui e quanto ancora me ne rimane per offrirlo agli altri!!!”.
Quel giorno in classe regnava un inverosimile silenzio, un silenzio che lasciò nel cuore di tutti – nonostante il dramma raccontato – una notevole ed improvvisa carica di speranza!
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