Una testimonianza su Pietro, un ragazzo ammalato da tempo di una malattia degenerativa, ma che ha sempre vissuto questo suo stato nella fede in Gesù, sino al punto di arrivare a consacrarsi nel febbraio dell'anno scorso e ad aggregarsi così alla famiglia del Carmelo, con il permesso del vescovo.

di P. Fabio SILVESTRI ocd

Non dovremmo mai dimenticare. No, non dovremmo mai dimenticare quanta innocenza e quanta verità possono nascondersi nelle parole di un bambino. Specialmente quando il suo cammino è stato accompagnato ed educato nell’amore, quanta pienezza può già farsi presente, quanto senso di Dio. Così, nel cominciare questo nostro breve momento insieme, sappiamo bene che bisognerebbe commentare la Parola delle letture in modo diretto, come la liturgia domanda. E noi oggi lo faremo, ma lo faremo con Pietro, con il suo ricordo e con le sue parole, convinti che la sua piccola e grande vita abbia avuto tutto il senso, tutta la verità e tutta la concretezza di una Parola di Dio rivolta a molti. Di una “parola” che ha dovuto imparare sin da subito cosa significhi - e sin da subito fino a toccare la carne - essere chiamati a fare la volontà del Padre, e non la propria, come Gesù oggi chiede nel Vangelo.

Capite allora che, leggendole oggi, le parole di Pietro bambino, di questo suo fioretto appuntato su un quaderno, appaiono ora riempite di tutta una storia, una storia vera: “Io prometto di non voler essere importante e di non voler stare in prima fila. Prometto di non essere disobbediente e di pregare sempre. E chiedo a Gesù di donarmi un cuore buono, per onorare Lui con la mia vita”.
D’altra parte, e - come dicevo - sin da subito, il confronto con un’altra realtà da quella che avrebbe immaginato, diversa anche dai propri desideri più semplici, per Pietro si è rivelato presto inevitabile. Non le corse nei parchi, non quelle dietro ad un pallone, ma quelle di un altro cammino da imparare, quello del cuore. Ed è stato un cammino duro, che ha coinvolto tutti, la sua famiglia innanzi tutto come tanti amici, che è arrivato a interessare molti cuori, ma che ha anche portato a scoprire forze nuove.

Pietro è un ragazzo dolce ma che sa capire, che impara cosa sia la pazienza del vivere (quella che in ultima analisi deriva e si scopre dal “patire”) ma che chiede comunque alla vita di poter fare la sua strada. La malattia, dopo il suo inizio, non lo lascerà più, ma non avrà la forza di fermare una consapevolezza sempre più adulta e forte, quella di esserci, comunque. “Nulla vada perso di ciò che il Padre mi ha dato”, diceva Gesù nel Vangelo di oggi: nulla ha voluto perdere Pietro, della vita, come ancora assai di recente diceva: “Oggi riesco a fare piccole cose, ma le faccio come se fossero grandi… E vorrei dire a tutti che la malattia, anche se difficile, non è però un ostacolo; va accettata consapevolmente e può essere vissuta con serenità. Ma ciò che più aiuta, ciò che più mi ha aiutato nei momenti difficili, è stato Dio. Perché Dio ha cambiato la mia vita. Con lui non mi sono mai arrabbiato, ma gli ho sempre offerto i miei dolori, per farli diventare preghiera. La malattia mi ha avvicinato di più al Signore ed ho capito di dover provare le sue stesse fatiche”. Sì, perché dentro la sua difficile strada, Pietro ha capito, forse molto più profondamente di noi, cosa volesse dire un incontro con il Signore. E se volessimo trovare un modo sintetico per dire ciò che lui ha rappresentato per chi l’ha conosciuto, allora potremmo dire così: nella sua sofferenza, nella sua umile condizione, Pietro è stato come “il punto di vista di Dio”. Sulle cose, sulla vita di ciascuno, sulla verità del proprio cuore. Perché era impossibile, per chi andava a trovarlo, per chi lo aveva conosciuto (per gli amici di ogni giorno come per i calciatori, per gli amici registi come per i sacerdoti, il vescovo e così via) era impossibile non sentirsi interrogati dal suo sorriso. Dal suo dare il giusto valore alle cose, cioè quello della gioia delle cose che innanzi tutto esistono, dal riconoscerle quindi tutte come preziose, perché donate e ricevute. La gioia di vivere, prima di tutto. Poi la gioia di essere in una famiglia, alla quale ha sempre consegnato il mandato dell’unità, rivelandosi lui silenzioso cuore e custode di quell’unità. E poi la gioia della vocazione a seguire il Signore. Sapete che Pietro, il 20 febbraio del 2010 si è consacrato al Signore con voti privati, in obbedienza al vescovo, ed è entrato a far parte della famiglia del Carmelo. Né a caso ha ricevuto il nome di fr. Pietro dell’Addolorata, consacrandosi profondamente al mistero materno e dolce del dolore di Maria. Quanto hanno imparato i frati dalla gioia di questo suo gesto, dalla luce di quel giorno, e che quel giorno era tutta prigioniera dei suoi occhi! E quanto abbiamo ancora da capire, tutti, ma in particolare noi religiosi, dal suo percepire il dono di Dio, come dono immenso, come amore puro! Come abbiamo tanto da imparare dalla sua voglia di fare del bene ai cuori e al mondo: ogni lunedì mattina la sua casa, su consiglio di p. Fedele che l’ha sempre guidato con la cura ma anche l’esigenza del padre spirituale, era ormai diventata un ritrovo di preghiera per i sofferenti. E il suo era ormai diventato un adulto e consapevole apostolato, di preghiera e offerta. Parlando della sua vocazione diceva: “Da quel giorno ho avuto il Signore nel cuore e nell’anima e non l’ho più lasciato” precisando così, nel suo atto di consacrazione a Maria nel Carmelo:“Io non ho nulla da donare, ma so di essere un mendicante dell’Amore di Dio e chiedo a te, dolce Maria, il tuo sorriso, il tuo sostegno, la tua intercessione, per cercare davvero l’unione con Dio”.

E allora oggi ciascuno di noi si senta ancora davanti a lui e al suo sorriso. Questo di oggi non sia solo un giusto momento di dolore, di commozione e di lacrime. Ma questo sia, come lui avrebbe desiderato, il momento decisivo per un risveglio. Ciascuno si domandi davvero, come ha fatto Pietro e sino in fondo: “Cosa posso fare io? Cosa posso offrire, alla Chiesa e al mondo? Da quale amore e da quale sì, da quale scelta per Dio posso lasciarmi veramente toccare?” Ciascuno si senta chiamato, da Pietro stesso, ad essere serio con i doni che riceve da Dio, a partire dalla vita stessa, in ogni suo istante, di dolore come di gioia. Noi possiamo amare, noi siamo chiamati all’amore. Ce lo dicono, con una forza straordinaria, le parole di Pietro, quelle che lo scorso novembre lui stesso ha affidato al suo testamento spirituale, parole scritte con il cuore come per anticipare un saluto: “Cara famiglia mia, cari frati, cari amici e tutti voi che mi siete stati vicini.. Con voi ho condiviso tante esperienze e tanti momenti significativi. Mi avete aiutato e dato tanto e spero che anch’io sia stato per voi un aiuto sulla strada di Gesù. Sono certo che continuerete a testimoniare il Signore e che chi fra di voi non l’ha ancora trovato lo trovi, anche nel mio ricordo. Ed io vi sarò vicino, sia fisicamente che spiritualmente”. Parole vere, parole vive sino alla fine. Sino al suo ultimo giorno: perché Pietro se ne è andato, come aveva promesso proprio in quel suo fioretto da bambino, “senza voler essere troppo importante”, senza troppi preavvisi, quasi in punta di piedi. Il Signore lo ha chiamato a sé, in una serata e una notte, tra domenica e lunedì. Ma se ne è andato pronto, anche qui come aveva promesso a Gesù, cioè “con il cuore buono”. E in quelle ultime ore, nelle quali aveva ancora la forza di scherzare come di pregare, ha visto riunito attorno a sé il suo mondo, come sua ultima umile corona, quello che ha tanto amato: quello della Sua Chiesa e dei suoi amici. Prima e più di tutto, però, quello della sua famiglia. Gli ultimi momenti sono stati infatti quelli delle mani forti di papà Saverio, alle quali Pietro chiedeva di stringere le sue, come pure dei suoi abbracci, con i quali gli veniva tirata su la schiena per avere un po’ di sollievo: ma al vederli, quegli abbracci, forti e delicati come solo quelli di un padre possono essere, altro non sembravano che un anticipo dell’abbraccio del Signore che, finalmente, si piegava su di lui, per portare con sé quel suo figlio fedele. E così, poi, per le sue ultime parole: dette in un soffio, ma piene sino al cuore, sino all’ultimo respiro, quelle di una vita intera. Le parole del suo saluto, le parole dei suoi due grandi e unici amori: “Mamma, ti amo. Gesù, io ti amo”.
Ciao Pietro e… per tutto, grazie.

Omelia del funerale di Pietro Antonini
(fr. Pietro dell’Addolorata, 2/5/1991 – 14/3/2011)

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