Un bambino che crede nell'eguaglianza
di Marco MISSIROLI
La prima cosa che mi viene in mente quando vedo un bambino è la potenza. Potenza per eccellenza, potenza inconsapevole. Nessuno come loro, penso. Nessuno. E se mi chiedessero un paragone, bé, ci metterei un secondo a dire del topo con l'elefante. Noi adulti, elefantoni enormi, e loro bambini, topolini agili. Noi spaventati dal piccolo che si fa imprevedibile, loro inconsapevoli del grande che si fa prevedibile. L'addestrato contro l'ancora indomabile. Poi penserei a quella forza straordinaria di piccoli gesti che non hanno fini, quei piccoli gesti che spostano montagne.
Le manine veloci e semplici, la corsa e lo sguardo ancora liberi. Lì mi fermo, lì succedono i miracoli che faccio fatica a descrivere. Ne ho visto uno due giorni fa, in treno. Stavo andando a Verona e per la tanta gente sui vagoni mi sono dovuto sedere in prima classe, di fianco a un uomo di quarantanni circa. L'uomo teneva sulle ginocchia un bambino di due o tre anni. Il bambino aveva un sonaglio che agitava, e intanto rideva e rideva, beato te che ridi, perché ridi, mi chiedevo io stupidamente.
Agitava la manina come a salutarci a tutti e ci batteva il sonaglio vicino all'orecchio, e quella era la musica che toglie le preoccupazioni. All'improvviso il treno si riempie ancora e nei posti davanti a noi si siedono due ragazzi di colore vestiti malamente. Il signore con il bambino mi guarda stranito, tira verso di sé il bambino e si alza veloce, poi si accorge che il treno è talmente imbottito che è molto meglio se si tiene quel posto. Così torna seduto e la prima cosa che fa è dire ai due ragazzi di colore, guardate che questa è prima classe forse vi siete sbagliati. È stato in quel momento che il bambino ha ripreso ad agitare il sonaglietto, è stato in quel momento che i due ragazzi hanno tirato fuori i due biglietti e hanno mostrato la loro classe pagata: prima. L'uomo si è voltato verso di me, adesso quasi sconvolto, intanto che il figlioletto tornava a ridere e a muovere il sonaglio verso uno dei due ragazzi di colore. Sic sic, sic sic faceva il sonaglietto, sic sic, faceva, e intanto la manina salutava. Salutava proprio quella pelle nera accomodata davanti a lui. E quella pelle nera ha cominciato a rispondere al saluto, a muovere la mano come avesse anche lui un sonaglio. Basta, fai piano, diceva il padre al bambino. Ma i bambini sanno capire i capricci degli adulti, così ha continuato. Salutava, non c'ha pensato un secondo a smettere, anzi con il braccio si allungava finché ha iniziato a battere il sonaglio contro la gamba del ragazzo nero.
Lo salutava e lui salutava il bimbo che adesso gli si era messo a sorridere, mentre il padre si forzava a leggere il giornale nell'angolo. E questa è stata una lezione che nessuno di quello scompartimento dimenticherà mai. Il topo vince sull'elefante, oltre la pelle e la classe. Il topo vince e non ci sono dubbi. E lo fa perché conosce la musica che stordisce gli ammaestrati e incanta le diversità. Le unisce salutandole, le tiene vicine ridendo, fa sedere le stupidità perché siede sulla stupidità che sa riconoscere. Sic sic, sic sic, quel suono è rimasto anche quando padre e figlio sono dovuti scendere dal treno. Sic sic, quel suono rimane ancora. Ha il ritmo dell'uguaglianza al di là di ogni cosa. Sic sic. Di ogni cosa.
(Tratto da "Avvenire")
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