«Tutto e Nulla»: Teresa e Giovanni della Croce
di P. Antonio Maria Sicari
Non vogliamo qui studiare un rapporto che meriterebbe ben altro approfondimento , ma non può sfuggire a nessuno con quale insistenza ritorni, sotto la penna di Teresa, quel binomio che quasi identifica, tradizionalmente, il Santo spagnolo: «Todo y Nada» - «Tout et Néant».
Qui possiamo solo osservare che Teresa condivide in tutto, anche nei suoi risvolti ascetici, la dottrina del Mistico spagnolo che chiede donare a Dio «tutto» lo spazio del cuore, in modo che «nulla» possa occuparlo.
Diciamo anzi che Teresa ha condiviso, senza esitare, la pratica di questa «dottrina»: l’esperienza stessa la spingeva, quasi con foga, a svuotarsi di ogni cosa, affinché Gesù potesse acquistare il dominio più completo e profondo possibile del suo piccolo essere.
E’ possibile tuttavia notare un certo superamento della dottrina sanjuanista, o una sua maggiore radicalizzazione.
Non che ai tempi di Teresa questo rischio fosse diminuito , o che siano diminuito oggi, ma è cambiata la coscienza del nulla.
Il «nada» che il Mistico spagnolo proponeva, doveva contrastare i troppi beni di questo mondo. Il «néant» di cui Teresa parla è anzitutto il «nulla» che l’uomo esperimenta intorno a sé e soprattutto in sé: è il «povero piccolo niente» che siamo, e che ciascuno vorrebbe dimenticare: è il «povero piccolo niente» con cui facciamo continuamente obiezione a Dio e al suo amore; è il «povero piccolo niente» a cui tentano di sfuggire le persone del mondo aggrappandosi a beni che passano, ma anche quello in cui si crogiolano le persone «spirituali» e perfino quelle «consacrate» per sfuggire, con una paradossale caduta, alle mani del loro amorevole Dio.
Teresa insegna ad amare il proprio «povero piccolo niente», non perchè voglia viziarlo o vezzeggiarlo, ma perché lo vuole colmare di stupore: Dio, per essere felice, ha deciso di «chinarsi fino al nostro niente e trasformarlo in fuoco» (Ms B, 3v)
Ed è questa felicità di Dio che deve diventare la nostra felicità.
Anche Teresa parla ripetutamente di una «fiamma d’amor viva», ma essa non è solo al vertice del cammino mistico, e anche là dove il «piccolo nulla» si lascia inabissare e consumare.
È insomma una fiamma sempre ardente e pronta ad accogliere il povero nulla disposto a lasciarsi bruciare.
Diceva Teresa con incontenibile entusiasmo:
– «Ho trovato il segreto per appropriarmi della tua Fiamma» (Ms B , 3v);
– «Per quanto lontani siamo, egli ci trasformerà in fiamme d’amore» (LT 197);
– «Fiamma divina, in te io fisso la mia dimora» (P 17);
– «E io voglio senza fine / o Divina fornace / inabissarmi in te» (P 28, 5) .
È il «tutto» di questa luminosità, di questo fuoco, che bisogna offrire agli uomini di oggi.
«Se tu sei nulla, –insegnava– non bisogna dimenticare che Gesù è tutto: perciò occorre perdere il tuo piccolo niente nel suo infinito tutto, e poi non pensare se non a questo tutto, unicamente amabile» (LT 109).
Antonio Maria Sicari, La teologia di S. Teresa di Lisieux Dottore della Chiesa, Jaca Book
| < Prec. | Succ. > |
|---|






