Dinamiche e crisi di una leadership
Tra Hamas e Al Fatah la Palestina impossibile
di Luca M. Possati
Se le forze di Tsahal piegheranno Hamas, chi comanderà a Gaza? Il fronte palestinese è spaccato e a Ramallah manca ancora una classe politica in grado di collaborare con le diplomazie per una soluzione condivisa della crisi. Al Fatah sostiene che i capi di Hamas siano i veri responsabili dello scoppio del conflitto con Israele e delle sofferenze della popolazione della Striscia. A loro volta gli uomini di Kaled Meshaal definiscono "traditore" Abu Mazen, il presidente dell'Autorità palestinese, e invocano la mobilitazione armata della Cisgiordania e la ripresa degli attentati suicidi. Per contro, presidiare la Striscia sarebbe un prezzo troppo alto per Israele e in vista delle elezioni politiche di febbraio il Governo si guarda bene dal prospettare una simile eventualità.
Negli ultimi quarant'anni la politica interna palestinese ha conosciuto tre cambiamenti fondamentali, tutti legati alla svolta impressa dalla guerra dei Sei giorni: il cambio generazionale ai vertici dell'Olp col passaggio, alla fine degli anni Settanta, dalla leadership di Ahmad Suqayri a quella, interamente palestinese, di Yasser Arafat e del suo partito Al Fatah; lo scoppio della prima Intifada nel 1987 e la contrapposizione tra la popolazione dei Territori e i vertici dell'Olp a Tunisi, con l'emergere di nuovi partiti autonomi che riscuotono crescente sostegno popolare; la graduale ascesa al potere di Hamas, dalla netta vittoria alle elezioni del gennaio 2006 fino alla conquista della Striscia di Gaza nel giugno 2007.
Hamas è stato capace di sfruttare a pieno la contrapposizione tra gli insiders e la vecchia guardia dei returnees proponendo una svolta radicale nella gestione della politica palestinese. Accanto alla propaganda anti-israeliana e alla condanna degli accordi di Oslo, il movimento di resistenza islamico ha sempre puntato molto sull'attivismo sociale, sull'impegno nella costruzione di scuole, ospedali, istituti religiosi, fondi assistenziali. Una rete di organizzazioni (caritative, professionali, di servizi) che spesso arrivano laddove le ong internazionali non operano. Così si è costruito un solido radicamento popolare a Gaza e in tutta la West Bank. Una rappresentanza dal basso che produce ancora i suoi effetti, come dimostrano le tante manifestazioni di sostegno esplose a Hebron e a Ramallah subito dopo l'attacco di Tsahal alla Striscia.
Ma Hamas non è un movimento unitario. I conflitti interni tra Consiglio consultivo e Ufficio politico - i due massimi organi del partito - nascono dalla divisione tra la leadership politica basata all'estero e la dirigenza di Gaza. La lunga assenza di Ismail Haniyeh durante i raid israeliani, di contro ai proclami lanciati da Kaled Meshaal da Damasco, è stato un segnale molto eloquente dell'incapacità di assumere una posizione uniforme. A ciò si aggiungono altri due problemi. Da un lato, le difficoltà legate al controllo dell'apparato militare: secondo fonti di intelligence, le Brigate Ezzeddin Al Qassam dispongono di circa 25.000 combattenti addestrati in appositi campi - anche all'estero - che possono disporre di un sistema di difesa composto da un reticolo di bunker e di tunnel, e le dirigenze dei vari gruppi restano separate dagli organi politici. Dall'altro, i rapporti con la rete clanistica locale, una galassia di famiglie palestinesi economicamente e militarmente potenti, capaci di influenzare non poco gli equilibri.
Il "colpo di mano" del giugno 2007 avrebbe dovuto fare piazza pulita dei corrotti e dei banditi troppo potenti, ripristinando l'ordine e la sicurezza. L'embargo israeliano è riuscito solo in parte a piegare questo progetto: secondo gli analisti, negli ultimi anni Hamas ha potuto, grazie a ingenti finanziamenti esterni, disporre di circa settanta milioni di dollari l'anno, di cui una buona parte sarebbero stati spesi per l'acquisto di razzi. Durante la recente tregua semestrale il movimento è riuscito ad aprire nuovi canali politici e nel traffico di armi.
Se l'offensiva a Gaza raggiungerà gli obiettivi che si è posta, per Israele ci saranno tre possibilità: restare sul territorio, affrontando tutti i rischi che una nuova occupazione comporta; abbandonare i palestinesi a loro stessi, ma lasciando così spazio libero a una rinascita - e un rafforzamento - di Hamas; dare vita a un'amministrazione fantoccio, una diramazione dell'attuale Autorità palestinese con scarso riconoscimento popolare, tenuto conto anche del fatto che il mandato di Abu Mazen, scaduto il prossimo 9 gennaio, è stato prorogato di un anno. Gli esponenti di Al Fatah hanno già scartato l'ipotesi di un ritorno a Gaza sulla scia dell'intervento israeliano: "Non vogliamo un potere comprato con il sangue palestinese", ha spiegato Mohammed Dahlan, storico leader del partito.
(©L'Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2009)
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