di Paola ZUCCAMi piace andare controcorrente. Non mi sento originale perché me l’hanno insegnato! L’anno è agli sgoccioli e si parla di ringraziamenti. E’ tempo di bilanci… economici, affettivi; di investimenti, di profitti. C’è chi gode perché chiude in attivo e chi è triste o risentito perché chiude in passivo. C’è chi guarda al nuovo anno e si prefigge obiettivi da raggiungere, anche buoni e santi.
Bisogna ringraziare per quello che il Signore ci ha dato. Bisogna? Qualcuno si sente costretto e lo fa, ma il cuore non ringrazia. Non gli è bastato quello che ha ricevuto. Forse addirittura qualcosa (o qualcuno) gli è stato tolto, e non capisce bene per cosa deve ringraziare.
Ho sempre amato il racconto del mendicante e del re di Tagore: “Il cocchio mi si fermò accanto; il Tuo sguardo cadde su di me, e Tu scendesti con un sorriso. Sentivo che era giunto alfine il momento supremo della mia vita. Ma Tu, ad un tratto, mi stendesti la mano destra dicendomi: «Che cos'hai da darmi?»".
La questione è così chiara!!! E’ appena passato il Natale e il Re è arrivato. Madre Teresa di Calcutta diceva al Signore: Ti amo non per ciò che mi dai, ma per ciò che mi prendi.
Ecco, andiamo controcorrente: ringraziamo con tutto il cuore il Signore per quello che ci ha preso!
“Date al Signore”, ci ripetono i salmi. “Il Signore ama chi dona con gioia”, dice San Paolo. La beata Elisabetta della Trinità chiede a Dio: “Che io mi abbandoni a Voi come una preda!” . Santa Teresina implorava Dio di esaudire i suoi desideri infiniti: che erano poi uno solo, fare perfettamente la volontà di Dio; come dire, prendi la mia vita istante per istante, granello per granello e fanne quello che vuoi.
Ma ecco il punto: il cuore vuole ricevere, vuole essere appagato. Se dà e non riceve niente in cambio, si riempie di risentimento. Giuda aveva dato tutto al Signore e si aspettava di ricevere tutto. Era giusto. E’ giusto aspettarsi di ricevere tutto. Un bella canzone di Claudio Chieffo, descrivendo il dramma di Giuda, dice: “Non fu per i trenta denari, ma per la speranza che Lui quel giorno aveva suscitato in me…”. Come si fa a dare, se non si possiede? Sembra un enigma il Vangelo quando dice: A chi ha, sarà dato; a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.
In un altro canto si dice: “Prendi la mia vita, Tu mio solo bene”. L’essere cristiani è tutto un verbo passivo, è un “essere vissuti”, un essere presi dentro un amore. Il Te Deum è un inno a Chi possiede la nostra vita.
Giuda non riusciva a vedere nel volto di Gesù la speranza; egli riteneva, piuttosto, di essere stato tradito nella fiducia riposta in Lui. Si aspettava chissà quali cose. Eppure aveva lì sotto gli occhi il Figlio di Dio che gli stava donando la vita.
Nel bellissimo “Racconto dell’anticristo” di Soloviev, l’anticristo ha un sacco di cose belle e buone da donare ai cristiani, ma questi gli resistono e l’anticristo si spazientisce, perché non capisce cosa desiderano. Lui è riuscito ad accontentare proprio tutti e li apostrofa deridendo la loro apparente follia: Strani uomini, ma insomma che cosa volete? L’unica cosa che tu non ci puoi dare: Cristo.
Se il cuore arriva a cantare davvero il Te Deum e a dire “mio Signore e mio Dio”, accade una gioia che non si può spiegare. Il Signore ci dona se stesso. Esattamente quello che il cuore desidera da sempre. Come una chiave, finalmente la chiave giusta, che si infila nella serratura, e finalmente apre il cuore alla gioia e il Te Deum si canta con tutto il cielo.
Mio figlio ha imparato una poesia per Natale che si conclude: “E’ Natale e tutto è perfetto”. Il Re è arrivato e lo scambio è possibile. Io non me ne voglio andare più: il Signore dovrà aspettare prima di andarsene che io vuoti la mia borsa, granello per granello. Intanto Lui mi guarderà e io Lo guarderò. Ad ogni brindisi guarderò la mia borsa che si sta svuotando e il cuore esulterà per il tempo che passa, per il nostro affrettarci verso l’abbraccio che il Signore aspetta di darci appena avremo le mani vuote e libere di ricambiare finalmente il Suo abbraccio.
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