I santi di Sicari non sono solo dei racconti biografici accurati oppure delle ricostruzioni di un’epoca o di un pensiero, ma spiegazione del Vangelo, riproposizione dell’annuncio attraverso la testimonianza di discepoli che sul Vangelo di Cristo hanno cercato di conformare la loro vita, e invito alla sequela”. E’ il commento (qui solo un estratto) che la grande casa editrice milanese Jaca Book dedica ad uno dei suoi Autori più fecondi, con un invito alla lettura personalizzato nell’home page del sito ufficiale “I SANTI di P. Sicari”.
“Il dodicesimo libro dei Ritratti di Santi” di Padre Antonio Maria Sicari pare sia il libro più venduto in questi giorni. Non dimentichiamo anche l’ultima grande opera del teologo carmelitano, Il «Divino Cantico» di san Giovanni della Croce, a cui il quotidiano Avvenire ha dato spazio in occasione del premio Narducci conferito a P. Sicari la settimana scorsa. Di seguito proponiamo l’articolo di Paolo GHEDA (Avvenire del 29 luglio 2011).

 

 

Il mistico che ha cantato l’amore divino
Il messaggio spirituale e la «missione ecclesiale» di Giovanni della Croce in un saggio di padre Sicari sul grande santo carmelitano del ’500

di Paolo GHEDA

Alcuni problemi teologici che caratterizzano la Chiesa contemporanea possiedono in realtà radici assai antiche, e a volte la via per indagarli non risiede necessariamente nel dibattito dottrinale strettamente inteso, può piuttosto essere individuata nella alta letteratura religiosa, soprattutto quando questa si è posta concretamente – spesso su di un piano propriamente esperienziale – l’obbiettivo di individuarli e proporne possibili vie di soluzione. Capita così, a chi usualmente si oc-cupa delle vicende ecclesiastiche del Novecento, di ricavare un arricchimento alla lettura del pon-deroso, fine e partecipato saggio di padre Antonio Maria Sicari Il «Divino Cantico» di san Giovanni della Croce ( Jaca Book-Ocd, 496 pagine, 40 euro), dedicato al pensiero di uno dei maggiori mistici del Cinquecento, lo spagnolo san Giovanni della Croce. Scrittore le cui qualità letterarie – e pure la statura di santo cattolico, in quanto dottore della Chiesa – sono unanimemente riconosciute, il mistico carmelitano risulta, nella articolata e problematica lettura di padre Sicari, portatore di un messaggio profondo e tutto sommato sino ad oggi trascurato per la cristianità occidentale, in grado invece di chiarire i termini della portata della riforma luterana e delle sue conseguenze sulla Chiesa (post) tridentina. La sua «missione ecclesiale» fu quella di denunciare non solo l’er-rore protestante in sé, ma come esso si fosse ripercosso anche nella visione teologica ed ecclesiologica dello stesso cattolicesimo. Secondo Sicari – autore tra i più fecondi e conosciuti, non solo in Italia, di studi sulla storia della santità – il modo per poter leggere nella maniera più feconda il messaggio del santo spagnolo – e in generale di intendere correttamente l’agiografia rifuggendo dalle due modalità dominanti, l’una assolutizzante in voga nel passato, l’altra più recente, riduttiva e tesa a «storicizzare » le vite dei santi leggendoli unicamente al vaglio della scienza positiva – deve procedere dalla retta comprensione della sua peculiare «missione». Una missione di fede che dovette consistere primariamente nel denunciare e individuare opportuni contravveleni spirituali al duplice dramma attraversato dalla cristianità solo pochi anni prima per via della Riforma, e cioè il dramma luterano e quello cattolico: il primo consistette nel negare intelletualisticamente la dimensione dell’amore e della carità proprie di Dio, che avrebbe relegato Lutero a professare una fede scompensata e schiacciata dalla superiorità divina; il secondo si può individuare in una profonda carenza teologica palesata dalla risposta del Concilio di Trento allo scisma protestante, ovvero la mancata riaffermazione della struttura intrinsecamente trinitaria del Dio cristiano.

Lungi dal costituire puramente una questione di sottile dottrina, secondo Sicari questo secondo problema persino più del primo avrebbe indebolito il sensus fidei all’interno della stessa Chiesa cattolica, portandone molti esponenti tra i più pensosi e problematici a «simpatizzare» con le dottrine protestanti. Per lo studioso carmelitano, quindi, l’unica vera, robusta risposta – perché innanzitutto esperienziale – alle astrazioni impoverenti di Lutero e dei suoi seguaci sarebbe venuta dalla grande stagione mistica cinquecentesca, e in particolare dai due grandi riformatori dell’ordine carmelitano: santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce. Una risposta che passa innanzitutto non dalla speculazione teologica, ma dalla rappresentazione a un tempo letteraria e vissuta dell’amore cristiano inteso come esperienza unitiva con Dio, che non a caso ha profondamente rivalutato le parti mistiche della Bibbia, partendo proprio da quel Cantico dei Cantici che Lutero aveva relegato tra le parti meno significative della Parola.

Così la rilettura dell’opera di san Giovanni alla luce di questo problema centrale dell’ecclesiologia cristiana in qualche modo riconduce a questioni decisive del recente dibattito conciliare focalizzate dal Vaticano II, quando ancora una volta la Chiesa – attraverso i suoi interpreti più autorevoli, il Papa e l’episcopato mondiale – si confrontò tra l’urgenza di essere pienamente interprete della modernità (non a caso anche attraverso il ricorso a soluzioni teologiche che provenivano dallo stesso nord d’Europa dove si produsse la Riforma) e, a un tempo, la necessità di non depauperare il significato della Rivelazione cristiana e del messaggio evangelico, ultimamente per favorire la crescita del sensus fidei in un Occidente che stava smarrendo le proprie radici di fede e pure di civiltà.

 

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