di Giorgio FERRARI

Ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi era stato ampiamente teorizzato e descritto più di trent’anni fa da Fernand Braudel nel suo Civiltà materiale, economia e capitalismo, grande sintesi di quella École des Annales che ha illuminato un secolo di storiografia moderna superando le strettoie ideologiche e disciplinari del passato. Braudel avrebbe spiegato così senza sforzo il fenomeno - che definire drammatico è assai poco - che sta investendo le materie prime alimentari e parallelamente sta mettendo in moto un processo che arriva a lambire le rivolte del pane che stanno infiammando l’Africa del Nord.

È di ieri l’allarme lanciato dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, secondo cui l’indice mondiale dei prezzi alimentari a gennaio ha segnato un rialzo del 3,4%, massimo storico dal 1990 e il settimo consecutivo dall’estate scorsa. Ma come siamo arrivati a questo punto? Stiamo bene attenti alla catena di cause e di effetti. La globalizzazione ha avvicinato produttori e consumatori avvantaggiando quei Paesi che promettono prezzi più bassi all’origine e consentendo ad aree lontane di raggiungere con i propri prodotti ogni angolo del mondo. Ma questo sistema integrato (qualcuno lo chiama 'frigorifero globalizzato') è tanto comodo quanto fragile. E’ vero che nel nord del mondo possiamo mettere in tavola fragole neozelandesi anche d’inverno, bere vini cileni e sudafricani o approvvigionarci di soia per nutrire gli animali da allevamento, ma è altrettanto vero che il prezzo delle materie prime alimentari oscilla in conseguenza di svariati fattori, da quelli naturali (siccità, alluvioni, epidemie) a quelli politico-economici (petrolio, combustibili, trasporti) e anche - da oltre un decennio sempre di più - sotto la spinta della speculazione finanziaria.

Un esempio su tutti: il 2010 è per concorde ammissione stato un anno di cattivi raccolti. Se viene a mancare la prevista quota di soia nordamericana, allevare animali costerà sensibilmente di più e di conseguenza carne e formaggio rincareranno. Per i Paesi ricchi si tratta di oscillazioni in qualche modo sopportabili, per quelli più poveri e con deficit alimentari netti, importare derrate a prezzo maggiorato ha un riflesso immediato e radicale sull’economia nazionale: l’80% del reddito di quei Paesi infatti è destinato ai consumi alimentari. Senza dimenticare che i rincari sono un dramma autentico anche per le classi disagiate, ovvero per i milioni di famiglie che stanno appese al crinale sottile che le separa dalla soglia di povertà anche nel ricco mondo occidentale.

Nel già delicato equilibrio fra prezzi e produzione s’insinua da tempo la speculazione. Un tempo, denuncia Diouf, i futures erano utilizzati prevalentemente da produttori e consumatori, e non dai grandi attori finanziari che comprano solo per rivendere a prezzi più alti. Uno scenario, come si può capire, che si accompagna alla persistente riduzione degli aiuti pubblici all’agricoltura (dal 19% del 1980 al 5% attuale) e che promette – parola del direttore del Programma alimentare mondiale dell’Onu, Josette Sheeran – nuove sommosse sul tipo di quelle scoppiate in Algeria e Tunisia e negli ultimi giorni in Egitto. Rivolte originate dal rincaro del più basilare degli alimenti, il pane. Che per quasi un miliardo di persone è tuttora un bene irraggiungibile.

Forse si fa fatica a crederlo, ma la polveriera della penuria alimentare, e soprattutto dei suoi sempre più visibili effetti a catena, ci riguarda tutti da vicino, ricchi e poveri. Basterebbe Alessandro Manzoni con il suo assalto ai forni a ricordarcelo: «Le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendio. Non mancava altro che un’occasione, una spinta, un av-viamento qualunque, per ridurre le parole a fatti. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de’ fornai i garzoni che, con una gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo comparire d’uno di que’ malcapitati ragazzi dov’era un crocchio di gente, fu come il cadere d’un salterello acceso in una polveriera».

(Articolo tratto da Avvenire, 05.02.11)

 

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