L’incontro degli operatori sanitari tenuto agli Esercizi Spirituali del MEC di quest’anno è nato innanzitutto dal desiderio di incontrarsi, prima ancora che da un progetto o da un tema specifico. Un incontro di riflessione, di testimonianza e di giudizio sulle nostre professioni, sul nostro lavoro di tutti i giorni, alla luce della nostra appartenenza al Movimento. Con la pubblicazione di questo articolo desideriamo condividere con tutti voi i giudizi emersi in quell’incontro e offrire un’occasione di riflessione e di scambio.

Abbiamo scelto come titolo e tema del nostro incontro le parole “scienza e carità”.  Parole che, ci sembra, esprimono quello che vogliamo essere nel nostro lavoro.
Scienza e carità non sono parole che si escludono a vicenda, né parole reciprocamente indifferenti che possono coesistere senza mai interagire, al contrario ci sembra di intuire che, così come non vi è opposizione tra fede e pensiero scientifico, non solo tra scienza e carità è possibile una sintesi, ma, crediamo che non vi sia vera scienza se non animata dalla  carità, e contemporaneamente non possiamo essere caritatevoli se non siamo scientifici.
In questa sede non vogliamo parlare di scienza come ricerca, che riguarderebbe pochi addetti ai lavori, ma come applicazione della conoscenza, e questo è possibile a tutti, e tutti, ad ogni livello, devono assumersi la responsabilità di un comportamento scientificamente corretto.Ciò che in questi ultimi decenni ha caratterizzato il pensiero scientifico è stato il prometeutico desiderio di svincolare la ricerca dal soggetto della stessa ricerca, l’uomo - creatura.
Questo atteggiamento di supremazia della scienza pervade anche gli ambienti dove noi lavoriamo, con il rischio di incasellare ogni bisogno in modo preordinato, saltando il confronto ed il rispetto dell’integrità della persona malata. Non vogliamo certamente sostenere un atteggiamento paternalistico denigrando la validità dei protocolli terapeutici o delle sperimentazioni, crediamo però che si debbano considerare gli stessi come strumenti utili da applicare con il riferimento ultimo al soggetto-persona.  La nostra esperienza ci insegna come, nel momento della malattia, la persona ti si pone con una richiesta esplicita: “voglio essere considerata”. Questa domanda che non è solo del malato, è di ogni uomo, diventa un bisogno primario nello stato di malattia. Qui, crediamo si giochi il binomio scienza–carità. Posso eludere la carità e applicare ciò che la scienza mi ha insegnato, adeguare le esigenze del malato al sistema in cui opero con la giustificazione dall’efficienza, ma non risponderò in questo modo in maniera esaustiva al bisogno del mio paziente.
Posso all’opposto scimmiottare risposte paternalistiche con un’approssimazione scientifica; come detto poco fa  darò una altrettanto solo parziale risposta al bisogno del malato, aggravata da una responsabilità diagnostico terapeutica che nella ignoranza scientifica diventa complice di una violazione del bene supremo della vita.

La scienza non può quindi prescindere dalla persona nella sua globalità, lo scientismo, oggi meglio definito tecnoscienza, è l’affermazione di un pensiero assolutizzato nel suo valore, autoreferenziale, che rischia di portare a conseguenze aberranti nel nostro campo. Le recenti sperimentazioni in campo genetico , le clonazione , la creazione di chimere, le manipolazioni embrionali, l’eugenetca  con tutto il supporto di pensiero mediatico mirante a legittimare ogni tipo di sperimentazione, ne sono un esempio. Lo scientismo, cioè la scienza priva di riferimento etico, che non ha al centro del suo interesse la persona nella sua globalità, snatura la professione del medico.

MEDICINA E CRISTIANESIMO

La medicina moderna nasce con Ippocrate, medico greco vissuto 400 anni prima di Cristo, ritenuto il padre della medicina clinica. Con lui la medicina divenne atto di fede nella ragione, desiderio di conoscenza. La sua fama è dovuta anche, e forse soprattutto, alla sua attività di maestro: fondò una vera e propria scuola medica e regolò in maniera precisa le norme di comportamento deontologico del medico, raccolte nel suo famoso giuramento: “Scegliero' il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un' iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l'aborto”.
E’ un testo pre cristiano che pone il fondamento del proprio sapere e dell’azione medica nel rispetto della vita e della persona.
Oggi il codice di deontologia medica ha modificato ed adattato alcuni articoli per non creare incompatibilità con le norme di legge che regolamentano l’attività del medico ( aborto, eutanasia, fecondazione assistita…).

La medicina è scienza “applicata” all’uomo e si sviluppa in modo strutturato ed esteso solo quando incontra la caritas cristiana. Prendersi cura dei poveri e dei malati come mai prima era successo nella storia umana è stato l’elemento che ha caratterizzato la storia cristiana. Il buon samaritano diviene il paradigma del prendersi cura del prossimo.
Nell’Europa cristiana nacquero confraternite animate dal carisma della cura dei malati (S. Camillo de Lellis, i fatebenefratelli di S. Giovanni di Dio). Nacquero i primi ospedali moderni e le prime università mediche; il carisma dell’amore per il bisognoso rese più acuto l’occhio del clinico e dello scienziato.

Il primo rapporto tra scienza e carità, crediamo è nel modo di concepire la propria professione, come medici, ma la stesso modo vale per ogni operatore sanitario. La mia persona  si gioca nell’Amore che è l’altro, come ci siamo detti nella Scuola di  Cristianesimo.  Io sono l’Amore per l’altro. Non possiamo non sentirci totalmente coinvolti in questo Amore fatto di carne e ossa del paziente che abbiamo davanti. Non pensiamo di esagerare se diciamo che  non è lui che ha bisogno di te ma sei tu che hai bisogno di lui. Con questa prospettiva non possiamo trascurare nulla che possa aiutare il bisogno di cura dell’altro-Amore.

Possiamo imparare e capire questo guardando gli esempi che la storia cristiana ci mette davanti;
le figure  di S. Giovanni di Dio e  di Pier Giorgio Moscati ne sono evidenti  esempi.

- S.Giovanni di Dio, (1495-1550) proclamato santo da papa Alessandro VII  nel 1690, uomo semplice, autodidatta, innamorato di Cristo e, per amore suo, dei poveri e degli ammalati, per rispondere ad un bisogno ideò l’ospedale moderno.
C. Lombroso, persona certo non tenera con la Chiesa cattolica , lo definì: "il creatore dell'ospedale moderno“  .
La sua opera fu dilatata nel tempo e nello spazio dalla congregazione da lui fondata, i Fatebenefratelli.

- Giuseppe Moscati, vissuto tra il 1880 e il 1927,  beatificato da  Paolo VI il 16 novembre 1975. Fu medico, primario, ricercatore e santo; una carriera scientificamente ineccepibile sempre vissuta col faro maestro della carità: “Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo” fu la sua frase più famosa;  “solo pochissimi uomini sono passati alla storia per la scienza, ma tutti potranno rimanere imperituri..se si dedicheranno al bene”.
La figura di Moscati ci fa riflettere su tre aspetti:  in ogni posizione ti trovi, professore, primario, assistente , infermiere, operatore sanitario, devi dare il massimo della tua professione. Con umiltà sei chiamato ad una totalità di te stesso per la conoscenza dell’altro.
Il secondo aspetto di Moscati riassume quanto detto prima, è l’altro il riferimento del tuo operare, non è la mia persona a cui l’altro , il malato, si adegua.
Un terzo aspetto che completa il rapporto scienza-carità, è riposto nella testimonianza di una appartenenza. Lo stesso Moscati non lesinava dal richiamare lo stato di male o meglio, di guarigione come possibilità di avvicinarsi al mistero di Cristo. Oggi sarebbe “improponibile” nelle forme evinte dalla biografia del medico napoletano, ma è altrettanto vero che la domanda del perché lo fai , perché sei disponibile , spesso viene posta.

IL CONFRONTO CON LA SCUOLA DI CRISTIANESIMO

Lo scopo di questo incontro è innanzitutto quello di confrontare la nostra professione, con le molteplici esperienze che ognuno di noi vive nel proprio luogo di lavoro, con il lavoro di Scuola di Cristianesimo fatto in questi anni; abbiamo scelto alcuni giudizi che ci sono sembrati più significativi presi dai testi meditati in questi anni (Il dono, Il compito, riflessioni cristiane sull’Ambiente).

-La vita è dono e il dono va curato; vediamo questo dono nel malato, nel sofferente, quando c’è abbrutimento, dipendenza?
Questi aspetti negativi ci richiamano alla coscienza che la persona comunque  è dono per me?

-“Dove si ama non ci si affatica. E, se ci si affatica, la stessa fatica è amata”  (S.Agostino)
Questo giudica il modo come affrontiamo il nostro lavoro?  E’ questo l’atteggiamento con cui vado al mattino e soprattutto  torno la sera dal mio posto di lavoro?

-Cristo vuole incarnarsi per mezzo nostro nell’ambiente del nostro lavoro; questo ci chiede una misura alta della vita, il massimo della scienza ed il massimo della carità possibili.
Quanto questo giudica il nostro modo di essere sul luogo di lavoro e quanto ci sentiamo responsabili ?

-Abbiamo definito la scienza, dobbiamo capire di più la parola carità.
L’amore, la carità, come amore sostanziale, come l’amore di Dio per noi, cioè non affidato all’emozione, ai sentimenti o alle voglie, ma un amore che ti chiede di essere fedele là dove Dio ti chiede di essere e verso chi Dio ti chiede di amare.
La natura di questo amore è eucaristica, cioè rimanda sempre ad un amore più grande.
La natura umana non è capace, da se stessa, di amore sostanziale, ma lo diventa quando è abbracciata dalla natura divina.

-“Persone in comunione”
Essere comunione costituisce la natura di Dio-Trinità: noi, fatti a sua immagine non possiamo rifiutare a priori nessuna relazione coi malati, ed ancor meno con chi divide con noi l’ambiente di lavoro.
Bisogna imparare una concezione trinitaria delle relazioni: l’altro è sempre parte di me!
Bisogna essere “persone in comunione” in tutto e per tutto: nel pensiero e nella prassi quotidiana.

CONCLUSIONI

Tutte queste considerazioni per essere vere non possono rimanere parole, ma devono determinare concretamente la nostra prassi quotidiana.
La scienza deve diventare attenta alla globalità della persona, per fare scelte adeguate al bisogno che abbiamo davanti, non può essere autoreferenziale e chiusa ad ogni contradditorio.
La carità non può essere semplice paternalismo, o buona educazione, esige una disponibilità ad un rapporto umano tra persone.
Abbiamo imparato che la scuola di cristianesimo non è teoria ma si può vivere nel quotidiano, in comunità, in famiglia; dobbiamo imparare a viverla nell’ambiente di lavoro, dove spesso è più difficile, per la fatica, le tensioni, le delusioni, i rapporti difficili che si possono vivere.
Non dobbiamo infine dimenticare la ricchezza che le persone della comunità rappresentano per ognuno di noi; questo cammino non lo stiamo percorrendo da soli.


Gianni Viviani    Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Gabriele Tomasoni  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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