Spesso ci chiediamo in che modo la santità può raggiungere la realtà sacramentale del nostro Matrimonio. Basta dare un’occhiata agli innumerevoli e reciproci difetti presenti nella coppia per riconoscersi inadeguati a qualsiasi tipo di ragionevole confronto. La santità appare lontana e irraggiungibile con le sole forze umane. Forse è proprio questo il principale ostacolo da superare, il poter riconosce il fatto che “da soli non ce la facciamo”!
Quante volte abbiamo ascoltato, forse con un po’ di indifferenza, quelle strane parole pronunciate da Gesù, magari accompagnandole con la semplicità di un sorriso senza però comprendere sul serio il senso del discorso: «Senza di me non potete far nulla» (Gv, 15, 5). Eppure, in questa espressione c’è tutto il segreto della nostra povera esistenza e il senso da dare ad ogni nostra azione quotidiana. Può ritenersi completo un amore tra due creature senza Dio? E perché dovremmo riconoscere a Dio il primato dell’unità?
C’è un valore trinitario che dovremmo imparare a riconoscere in ciascuno di noi; un valore, una realtà che in una coppia, in una famiglia risulta essere assolutamente indispensabile. Dio è in se stesso l’origine di ogni relazione, è la sorgente dell’unità. Se il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vivessero in singolare solitudine, né più né meno saremmo di fronte all’ennesima trilogia divina già rappresentata da altre religioni. Proviamo a chiederci se per caso non abbiamo perduto il senso dell’unità coniugale proprio perché ci siamo allontanati da Dio che è in sé unità e trinità! Quarantasei anni fa il Concilio Vaticano II (1962-1965) definì la famiglia “Chiesa domestica”, “Immagine della Trinità”… è ancora così? Se la famiglia è una Chiesa domestica vuol dire che ogni figlio può imparare a conoscere l’amore di Dio Padre già da casa sua, e dunque tutto in “quella” casa dovrebbe parlare di Dio! Se la famiglia è l’immagine della Trinità vuol dire che ogni componente il nucleo familiare custodisce in se la costante preoccupazione di aiutare l’altro (amandolo) ad amare Dio. Tutto questo ha una motivazione sacrosanta: Dio è unità di relazioni, comunione di persone, amore donato, capacità di dialogo e di ascolto… in una sola parola Egli è Dio Trinità.Il privilegio concesso ad ogni uomo, e in modo ancora più esplicito nella famiglia, è quello di entrare in comunione trinitaria con Dio. Il nostro cuore possiede tali caratteristiche, poiché Dio le ha inscritte nella nostra natura umana nell’instante in cui ha creato gli uomini. E’ una realtà esperienziale notevolmente grande e tuttavia ancora inesplorata da parte nostra!
Durante gli Esercizi Spirituali del MEC, nel 2001, Padre Antonio Sicari dettò questa importantissima riflessione:
“Santità non vuol dire soltanto moralità, non vuol dire forza psicologica, equilibrio sociale… Ma significa poter dire al coniuge: «Tu sei tutto per me» sapendo che l’espressione è contemporaneamente rivolta a lui e a Cristo. Santità è toccare l’infinito con lo stesso unico gesto con cui si toccano le cose e le persone della vita… come avveniva al tempo dell’incarnazione di Cristo. E questo lo si vede soprattutto quando “il tocco” di cui parliamo produce sofferenza.
Ci sono famiglie in cui le cose funzionano bene quando il rapporto si rivela soddisfacente, bene bilanciato ed equilibrato. Ma appena uno è per l’altro causa di sofferenza, appena il rapporto impone qualche pena, allora l’unione va in crisi e i due si sottraggono l’uno a l’altro, a volte temporaneamente, a volte definitivamente. La più grave incomprensione nella vita di coppia e di famiglia, dal punto di vista cristiano, sta in questo: che i vari membri si sono abituati a capire l’amore come una forza che li attrae l’uno verso l’altro e li gratifica, ma non come la forza che li allena a soffrire l’uno per l’altro, a portare l’uno i pesi dell’altro, a farsi “salvatori” l’uno dell’altro.
Sono sempre di meno le persone disposte a soffrire per un altro, per la persona a cui pur vogliono bene.
C’è ancora, nei genitori, una certa capacità di soffrire per i figli, perché a questo Dio ha inclinato potentemente la natura, ma diminuisce spaventosamente la capacità dei coniugi di soffrire l’uno per l’altro o l’uno a posto dell’altro, e di considerare ciò una esperienza santa e giusta. Quando una qualche sofferenza sopraggiunge, sono pochissime le persone che vedono in questo un’occasione di maggiore amore; al massimo vi vedono una ferita inferta all’amore, un’ingiustizia che pesa duramente sull’amore e lo allontana.
Con una tale persuasione, è difficile per un coniuge accorgersi che l’altro –proprio perché gli sta chiedendo qualcosa di illimitato– gli sta chiedendo in fondo di “essere per lui come Dio, come Cristo», di essergli «salvatore». Accade così che i coniugi si sottraggono l’uno all’altro proprio nel momento in cui la loro vicenda rassomiglia di più a quella di Cristo (“il Giusto che ha dato la vita per noi ingiusti”!), proprio nel momento in cui il sacramento si fa più vero ed esigente. E le famiglie, invece di vivere un progetto di santità, restano racchiuse in una «zona a rischio» dove «la prossima delusione» può rivelarsi fatale.
Le famiglie in formazione sono “a rischio” già da quando i ragazzi cominciamo a mettersi assieme e a vivere la loro affettività senza mettere in conto la necessita di imparare ad amare (non solo: a sopportare) i limiti dell’altro.
Raramente si incontra un ragazzo o una ragazza che guardino all’altro/a con la capacità di dire: «So già che nella vita mi farai anche soffrire e tuttavia non smetterò mai di volerti bene; la sofferenza sarà un’occasione per volerti ancora più bene!».
Evidentemente queste promesse non vanno fatte in maniera stupida (perché l’amore chiede felicità e non sofferenza gratuita), ma in maniera umilmente realistica, propria di chi sa che non sarà possibile amare senza attraversare molte rinunce e senza esser disposti a un serio lavoro a favore dell’altro/a.
Se una coppia o una famiglia vivesse la coscienza sacramentale di essere «un solo cuore-ed-anima», nell’istante in cui uno infliggesse all’altro una qualche sofferenza, l’altro reagirebbe dicendo: «Ti devo volere ancora più bene. Guarda di quanto amore hai bisogno! Non mi ero ancora reso conto di quanto amore tu avessi bisogno!».
La fatica resta, e restano i drammi, ma è una coscienza ben diversa di quella di chi subito, alla prima tempesta, pensa o dice: “Che sbaglio ho fatto a mettermi con te!”.
Il sacramento del matrimonio dà oggettivamente ai due coniugi (e all’intera famiglia) «un solo cuore-ed-anima».
Se si vuol sapere fino a che punto un tale sacramento sia logorato o resti invece fervido e vitale, basta osservare come i coniugi reagiscono nel momento in cui uno infligge all’altro una qualche delusione, una qualche ingiustizia: se il sacramento vive, i due vi sentono la violenta richiesta di un amore più grande (e non importa, qui, distribuire il torto e la ragione. Anzi!); se il sacramento languisce e si consuma, i due si sentono giustificati nella loro decisione di non-amare più e rimpiangono di essersi messi assieme, e fantasticano una separazione, anche se sanno che non l’attueranno mai. […] Perché il mondo diventi la famiglia di Dio, occorrono persone che concepiscono l’amore come il prendersi cura dell’altro, e tutte le volte che viene chiesto un di più di amore perché c’è stata una caduta, una rovina, l’amore vibra e si protende. Ognuno si chieda dunque: “Che cosa mi accade quando l’altro esige da me più amore e lo esige perché evidentemente è più a terra, perché evidentemente non se lo merita?” (P. Antonio M. Sicari, Cristo centro della vita, 2001).
Michelangelo Nasca
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