di P. Ermanno Barucco San Benedetto è patrono d’Europa. Venticinque anni fa’ era il solo, adesso sono in sei. Ma questo non significa che San Benedetto abbia perso di attualità in quanto patrono d’Europa. Io vorrei indicare tre immagini simbolo di questa attualità di san Benedetto in quanto patrono d’Europa, legandole al Vangelo di san Giovanni (Gv 15,1-11).
“Ora et Labora”, “Prega e lavora”. Questo antico motto che identifica la vita monastica benedettina non è di san Benedetto, ma gli è stato attribuito. Nel vangelo di Giovanni, questa dinamica è ben descritta da due espressioni di Gesù che dice “Io sono la vita, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto…” (Gv 15,5). L’Europa di oggi punta molto sull’economia e sul lavoro dimenticando che il legame tra i popoli che la costituiscono deve essere riscoperto nella sua dimensione anche spirituale, addirittura religiosa e in particolare cristiana. L’Unione Europea si è data come motto: “uniti nella diversità”. Questa espressione si trova confermata dall’immagine di Dio che è Trinità di persone e Unità di sostanza. È stato Giovanni Paolo II nella sua lettera Ecclesia in Europa (n. 19) a ricordare questo paradigma trinitario per la comprensione dell’Europa, della sua storia, del suo presente e del suo avvenire. Inoltre dall’unica vite, nascono diversi tralci. San Benedetto indica all’Europa l’unità delle dimensioni spirituale-cristiana e socio-economica: senza una di queste non ci sarà futuro pienamente umano e solidale.
“Nell’abbazia benedettina, Romani e Barbari vivono insieme”. L’Europa è sempre stata terra di immigrazione, nel V-VI secolo come oggi. San Benedetto aveva come intuito la necessità della nascita di una “nuova” Europa, che avrebbe dovuto essere “potata, perché porti più frutto” (Gv 15,2). L’Europa deve capire da san Benedetto che l’importante è il legame con le radici, sia quelle classiche che quelle cristiane e illuministe, altrimenti si diventa tralci secchi che sono buttati. Tuttavia, bisogna lasciarsi potare e non restare nostalgici di una vecchia Europa, delle vecchie nazionalità europee, ma sapere accogliere le popolazioni che arrivano e costruire insieme, come sull’antica vite ci sono tralci potati e tralci nuovi. Ci saranno certo difficoltà, ma anche frutti nuovi e abbondanti. San Benedetto darebbe ai suoi discepoli europei questo principio: “non anteporre nulla all’amore di Cristo” (Regola, 4,21; 72,11) e allora si potrà accogliere tutti, gente di ogni razza, popolo, religione, cultura.
La Regola. San Benedetto è quasi “scomparso” dietro la sua Regola, poco si sa di lui e della sua vita. Ma la Regola da lui scritta ha dato le basi di una nuova dimensione spirituale e di una nuova convivenza tra popoli nell’Europa del suo tempo. La Regola comincia con le parole “Ascolta, Figlio mio, le parole del maestro…” (Regola, prol.; cfr. Prv 2,1). La figura del maestro spirituale si specifica come colui che chiama il discepolo “figlio” ed è quindi Padre-Pater-Abbas-Abate. La dimensione di figliolanza caratterizza la vita secondo san Benedetto e le relazioni con l’abate, e in questa prospettiva filiale-paterna va letta anche la Regola e le sue regole. Allo stesso modo il Vangelo di Giovanni ci presenta la parola di Gesù che lega tra loro: amore, comandamenti del Padre mio, gioia. “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti e rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,9-11). Anche molti Europei di oggi parlano di volere amore e gioia, come beni per tutti. C’è un cammino tra l’amore e la gioia-felicità, e questo ci è indicato dai comandamenti del Padre, dalla Regola dell’Abbas, o come oggi è spesso chiamata, dall’etica. E siamo chiamati a vivere un’etica nella vita sociale (i poveri), verso la vita fisica (rispetto della vita, dai suoi inizi e fino al suo termine), verso le nuove generazioni e specialmente i giovani (perché abbiano possibilità di un lavoro, di farsi una famiglia, di un ambiente rispettato e vivibile). E di temi etici hanno anche parlato ieri, nell’incontro in Vaticano, Benedetto XVI e Barak Obama. Ciascuno secondo la sua missione e responsabilità propria, quella di un Papa o quella di un Presidente degli Stati Uniti d’America, ciascuno dovrà aiutare gli uomini a percorrere il cammino dall’amore alla felicità attraverso l’etica, “i comandamenti del Padre mio”. San Benedetto scrisse una Regola per questo. E san Benedetto accompagni nel loro compito coloro di cui è per entrambi “patrono”: Benedetto XVI e Barak (anche lui si chiama “Benedetto” secondo la radice semitica).
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