«HA AMATO ME E HA DATO SE STESSO PER ME»
di P. Antonio M. Sicari
A volte i titoli vengono scelti dopo che si è scritto un articolo, dopo che si è preparata una conferenza. Questa volta, invece, il titolo è stata la prima preoccupazione, e ho riflettuto a lungo sulla “personalizzazione” del fatto cristiano, così decisamente annunciata: «Gesù ha amato me e ha dato la sua vita per me».
Natale, Pasqua, le domeniche, le feste, i misteri di Gesù, la teologia, le verità cristiane, la morale, i comportamenti, le devozioni... tutto resta incompiuto fin quando la singola persona non si sente “raggiunta” in maniera unica e irripetibile.
Tutto l’avvenimento cristiano deve condurre a un “faccia a faccia” tra Gesù e me: se io non mi soffermo a pensare, a meditare, ad amare, a “sentire” le verità cristiane in modo che mi accada l’incontro, tutto rischia di restare ideologico, teorico.
E il mio edificio spirituale può frantumarsi in qualunque momento.
Gesù è una persona viva; non è un personaggio che ci comunica un certo sistema di valori o di idee.
L’incontro deve avvenire tra Gesù, persona vivente, e me persona vivente. E io devo giungere all’incontro con la mia età, le mie condizioni, i miei problemi, le mie gioie e i miei dolori, le mie esperienze.
Il titolo di questo Ritiro quaresimale è tratto da una espressione di S. Paolo che scrive ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne [cioè, la vita concreta, le condizioni carnali dell’esistenza] io la vivo nella fede del Figlio di Dio che ha amato me e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
S. Paolo è stato l’Apostolo per eccellenza: passava la sua vita predicando il Vangelo, viaggiando, lavorando e scrivendo; si interessava del mondo intero e annunciava la salvezza a tutti gli uomini. Eppure giungeva a “personalizzare” l’annuncio cristiano come se riguardasse soltanto lui: «Ha amato me e ha dato se stesso per me!».
E’ questa la più evidente differenza tra noi e i santi.
Per me e per voi il contatto con Gesù, la scintilla dell’incontro personale, non accade sempre: a volte rassomiglia a una luce che va ad intermittenza. Per i santi, invece, la luce non solo è sempre accesa, ma arde e brucia.
Tutti i santi sono uguali in questo: se voi li fate parlare, parlano della persona di Gesù; non si soffermano sulle loro opere o sulle loro idee, ma sul loro Amore.
Anche quando sono pieni di impegni, di sofferenze e di problemi, il loro cuore arde e brucia, e ardono anche il loro sguardo e la loro mente, perché sono innamorati di Gesù.
UNA DISTANZA INFINITA
A Natale abbiamo impostato la nostra riflessione su una novella di Pirandello, quella in cui sogna Gesù che, la notte di Natale, gli dice: “Io ho bisogno di nascere ancora. Potrei nascere nella tua anima se tu mi facessi spazio. Dovresti buttare via tante cose, ma non devi aver paura perché poi io ti darei il centuplo”.
Ora, per iniziare la Quaresima, ve ne leggo un’altra di Bertrand Russel, un autore agnostico – noto filosofo e matematico inglese – che la scrisse per ironizzare sulla pretesa dei cristiani di intrattenere rapporti personali con Dio.
La novella non è potenzialmente “mistica” come quella di Pirandello; è “cattiva”, ma – pur nella sua cattiveria – ci dice qualcosa di interessante.
Russel l’ha pubblicata nella raccolta “Fact and Fiction” (Londra - 1961) ed è intitolata “L’incubo del teologo”:
«L’eminente teologo dr. Taddeus sognò di morire e andare in paradiso. I suoi studi lo avevano preparato, e non ebbe alcuna difficoltà a trovare la strada. Bussò alla porta del paradiso e s’imbatté in uno scrutinio più attento di quanto si fosse aspettato.
– “Chiedo il permesso di entrare,” disse, “perché sono stato un uomo giusto e ho dedicato la mia vita alla gloria di Dio.”
– “Un uomo?” rispose il custode, “che cos’è? E come potrebbe una creatura buffa come te promuovere la gloria di Dio?”
Il dr. Taddeus rimase sbalordito.
– “Non è possibile che non conosciate l’uomo. Dovete per forza sapere che l’uomo è l’opera più sublime del Creatore.”
– “Quanto a ciò,” disse il custode, “mi spiace ferire i vostri sentimenti, ma quello che voi dite mi giunge del tutto nuovo. Dubito che chiunque quassù abbia mai sentito parlare di questa cosa che voi chiamate ‘uomo’. Comunque, dato che mi sembrate tanto sbalordito, vi concedo la possibilità di consultare il nostro bibliotecario”.
Il bibliotecario, un essere globulare con mille occhi e una bocca, rivolse alcuni dei suoi sguardi verso il dr. Taddeus.
– “Che cos’è questo?” chiese al custode.
– “Questo,” rispose il custode, “dice di essere un membro di una specie chiamata ‘uomo’, che vive in un posto chiamato ‘Terra’. Ha questa strana teoria secondo la quale il Creatore nutre un particolare interesse per questo posto e per questa specie. Ho pensato che forse ci avresti potuto aiutare a chiarire la faccenda.”
– “Dunque,” disse gentilmente il bibliotecario al teologo, “forse mi potrete dire dove si trova questo posto che chiamate Terra.”
– “Oh sì,” disse il teologo, “fa parte del Sistema Solare.”
“E che cos’è il Sistema Solare?” chiese il bibliotecario.
– “Oh,” disse il teologo piuttosto sconcertato, “io mi occupavo del Sapere Sacro, e la domanda che mi avete fatto appartiene al sapere profano. Comunque, ne ho imparato abbastanza dai miei amici astronomi per sapere che il Sistema Solare fa parte della Via Lattea.”
– “E che cos’è la Via Lattea?” chiese il bibliotecario.
– “Oh, la Via Lattea è una delle Galassie, le quali, mi hanno detto, sono qualche centinaia di milioni.”
– “Appunto, appunto,” disse il bibliotecario, “non potete certo aspettarvi che me ne ricordi una fra tante. Ma mi ricordo di aver udito la parola ‘galassia’ prima. Infatti, penso che ci sia uno dei nostri sotto-bibliotecari che sia specializzato in galassie. Andiamo a cercarlo per vedere se ci può aiutare.”
Dopo non molto tempo, il sotto-bibliotecario galattico fece la sua comparsa. Aveva la forma di dodecaedro. Era evidente che la sua superficie un tempo era stata luminosa, ma la polvere degli scaffali l’aveva resa fine e opaca. Il bibliotecario gli spiegò che il dr. Taddeus, nel tentativo di illustrare le sue origini, aveva menzionato le galassie, e si sperava che si potesse ricavare qualche informazione dalla sua specifica sezione della biblioteca.
– “Bene,” disse il sotto-bibliotecario, “suppongo che avendo del tempo sarebbe possibile avere qualche informazione, ma dato che ci sono cento milioni di galassie, e ognuna di esse ha un suo volume, ce ne vuole parecchio per trovarne una precisa. Qual è quella che questa strana molecola desidera che io trovi?”
– “E’ quella della galassia denominata Via Lattea”, rispose esitante il dr. Taddeus.
– “Va bene,” disse il sotto-bibliotecario, “se posso la troverò.”
– “Ci sono voluti tutti i nostri cinquemila impiegati della sezione galattica per trovarlo. Forse volete parlare con l’impiegato che si occupa specificamente della galassia in questione?”
Mandò a cercare l’impiegato, che si presentò sotto forma di ottaedro, con un occhio in ogni faccia, e una bocca soltanto in una di esse.
– “Cosa desiderate sapere sulla mia galassia?”
– “Ciò che voglio è sapere qualcosa a proposito del Sistema Solare, un insieme di corpi celesti, che ruotano attorno a una stella chiamata ‘Sole’.”
– “Uhm,” disse il bibliotecario della Via Lattea, è stato già abbastanza difficile trovare la galassia giusta, ma scovare proprio la stella giusta nella galassia è ancor più difficile. So che ci sono circa trecento miliardi di stelle nella galassia, ma neppure io sono a conoscenza di quello che potrebbe diversificare le une dalle altre. Credo, comunque, che una volta l’Amministrazione abbia ordinato di compilare una lista di tutti i trecento miliardi di stelle, e che deve essere ancora conservata nel sotterraneo. Se pensate che ne valga la pena, potrei incaricare del personale speciale dell’Altro Posto per cercare questa stella particolare.”
Si convenne che, dato che la questione era stata sollevata, e che era evidente che la cosa facesse soffrire il dr. Taddeus, quella sarebbe stata la cosa migliore da fare. Diversi anni dopo, un tetraedro molto stanco e provato si presentò al sotto-bibliotecario galattico.
– “Finalmente,” disse, “ho trovato quella stella per la quale era stata fatta richiesta, ma non riesco proprio a immaginare perché abbia suscitato tanto interesse. E’ molto simile a moltissime altre stelle di quella galassia. Possiede temperatura e dimensioni normali, ed è circondata da altri corpi celesti più piccoli chiamati pianeti. Dopo un’accurata indagine, ho scoperto soltanto che alcuni di questi pianeti hanno dei parassiti, e credo che quella cosa che ci ha fatto la richiesta sia uno di loro.”
A questo punto il dr. Taddeus scoppiò in un disperato e appassionato lamento:
– “Perché, oh perché il Creatore ha nascosto a noi abitanti della Terra che non eravamo noi quelli che lo avevano spinto a creare i Cieli? Per tutta la vita mi sono messo al suo servizio, diligentemente, credendo che lui avrebbe notato i miei servigi, e mi avrebbe ricompensato con la Beatitudine Eterna. E ora, pare che Egli non sappia nemmeno che io sono esistito. Mi dite che sono un minuscolo microbo di un piccolissimo corpo celeste che ruota attorno a un membro insignificante di un insieme di trecento miliardi di stelle, e che quella stella non è che una dei milioni che compongono tale insieme. Non posso sopportarlo, e non posso più adorare il mio creatore.”
–”Molto bene,” disse il custode, “allora potete andare nell’Altro Posto.”
A questo punto il teologo si svegliò ed esclamò: “Il potere che Satana ha sui nostri sogni è tremendo”».
Questa novella così amara ci rimanda a quella domanda del Salmo, sulla quale abbiamo impostato i nostri Esercizi Spirituali di qualche anno fa: “Che cosa è l’uomo perché te ne curi?”.
Anche nella Sacra Scrittura c’è la percezione dell’infinita distanza che separa l’uomo da Dio, ma è tutta impregnata di stupore perché Egli ha voluto chinarsi sulla sua poverissima creatura.
Gli stessi sentimenti di infinita distanza, che nella novella di Russel generano incredulità e sarcasmo, nella Scrittura generano stupore, umiltà, preghiera e ringraziamento.
E non perché l’uomo creda d’avere una qualche importanza, ma perché Dio ha deciso di innalzarlo fino a Sé.
NON SOLO DISTANTI, MA PECCATORI E NEMICI
Inoltre, la Bibbia descrive una distanza tra l’uomo e Dio ancora più abissale della “distanza matematica” (tutta espressa in numeri!) raccontata da Russel, dato che l’uomo sa di essere non solo piccolissimo, ma anche peccatore, anche malvagio, anche distruttore della creazione, anche aggressore di Dio, fino al punto d’aver rifiutato il Suo Figlio, venuto sulla terra a cercarlo, e di averlo Crocifisso.
Cos’è la lontananza abissale, descritta da Russel, in paragone con questa distanza ancora più abissale scavata dal peccato e dalla crocifissione di Dio?
Solo così possiamo capire davvero quale sia “la pretesa cristiana”: non quella di difendere la grandezza e l’importanza dell’uomo – che anzi, lasciato a se stesso, si sentirebbe degno di sprofondare nel nulla (come i Santi hanno ben compreso) – ma quella di poter e dovere annunciare, ad ogni creatura, la sorpresa di un Dio fatto uomo, un Dio che si cura della salvezza di ogni uomo, che muore per ogni uomo e dà ad ognuno la sua stessa vita: il suo Corpo e il suo Sangue.
Il Cristianesimo ci dice non soltanto che Dio considera tutti i miliardi e miliardi di uomini come suoi figli, ma anche che Egli li guarda uno per uno, come se ciascuno fosse unico al mondo.
Se io potessi pensare di essere l’unico uomo che esiste al mondo e di avere addosso – io da solo – tutto il male del mondo, Gesù si sarebbe incarnato ugualmente per raggiungere me, per dare la sua vita per me.
Ci sono molti santi che raccontano d’aver ricevuto da Gesù proprio questa rassicurazione: “Quello che io ho fatto l’avrei fatto anche soltanto per te”.
Da questa “certezza mistica” deriva il fatto che ognuno può ritenere come suo tutto l’avvenimento cristiano e tutte le sue espressioni.
Nel momento in cui uno prende in mano il Vangelo, le cose cambiano totalmente se egli dice a se stesso: “Questo testo è mio, è per me, è esclusivamente mio, come se e più ancora che se fosse una lettera d’amore personalissima inviata a me!”.
Se voi aveste una lettera scritta dalla persona che vi vuol bene – una lettera intima –, vi sentireste feriti se qualcun altro la leggesse. Col Vangelo deve accadere qualcosa di simile, anche se poi dobbiamo aver coscienza che tutti possono leggerlo e ritenerlo come proprio. Nel Vangelo c’è qualcosa di personale destinato “a me”: vi è descritto il rapporto personalissimo che Dio vuole avere con me; ciò da cui dipende la mia felicità. E lo stesso vale per ognuno di noi.
La lettura “personale” dell’altro non diminuisce, ma arricchisce la lettura personale che ne fai tu.
E’ PROPRIO DELL’AMORE CHINARSI MISERICORDIOSAMENTE
Ma ciò non basta ancora. Finora ci siamo immaginati tutti messi sullo stesso piano. Ma immaginiamo anche che qualcuno di noi si trovi in peggiori condizioni (fisiche, psicologiche, sociali, morali, spirituali) degli altri: ebbene, in tal caso, possiamo essere sicuri che lo sguardo di Dio su di lui è “ancora più personalizzato”.
Ecco un altro bellissimo testo:
«Il sillogismo è questo. L’amore (cioè il vero amore, non l’amor proprio che ama solamente ciò ch’è egregio, eccellente ecc., quindi in fondo non ama che se stesso) sta in rapporto inverso alla grandezza e all’eccellenza dell’oggetto. Se quindi io sono proprio una nullità, se nella mia miseria mi sento il più miserabile di tutti i miserabili: bene, è certo allora, eternamente certo, che Dio mi ama. Cristo dice: “Neppure un passero cade in terra, senza la volontà del Padre” [Mt 10,29]. Oh, io faccio un’offerta più umile ancora: davanti a Dio io sono meno di un passero: tanto è più certo allora che Dio mi ama, tanto più saldamente si chiude il sillogismo. Sì, lo Zar delle Russie, di lui si potrebbe forse pensare che Dio lo potrebbe trascurare: Dio ha tante altre cose da ascoltare! E lo Zar delle Russie è una cosa tanto grande. Ma un passero … no, no perché Dio è amore, e l’amore si rapporta inversamente alla grandezza e all’eccellenza dell’oggetto. Quando ti senti abbandonato nel mondo sofferente, quando nessuno si prende cura di te, tu concludi: "Ecco che Dio non si prende cura di me". Vergognati, stolto e calunniatore che sei! tu che parli così di Dio. No, proprio chi è più abbandonato sulla terra, egli è più amato da Dio. E se non fosse assolutamente il più abbandonato, se avesse ancora una piccola consolazione, anzi anche se questa gli venisse tolta: nello stesso momento diventerebbe più certo ancora che Iddio lo ama» (Diario IX, ed. Morcelliana, Brescia 1982, pag. 28).
E’ un testo estremo, ma vero: «Ha amato me» e io non valgo niente, non sono niente…e poi ho fatto tanto male… Ma Gesù è venuto proprio per me.
Ci può essere tra noi chi sta meglio, chi è più “nobile” e spiritualmente coltivato; e ci può essere la creatura più perduta e più abbattuta. Ma è in migliori condizioni chi, ascoltando l’annuncio che dice: «Ha amato me e ha dato se stesso per me», sente il cuore che si stringe di commozione e decide di rispondere con un po’ più d’amore.
Certo non si può scoprire d’essere amati fino a quel punto e restare passivi e immobili nella propria miseria. Quando uno capisce l’amore, l’amore urge per essere riamato. Anche la persona più misera, sapendosi amata, deve muoversi, facendo quello che può: all’inizio anche solo con uno sguardo, con una preghiera, con un gesto, ma deve cominciare a rispondere.
Quando iniziano la coscienza d’essere amati e la volontà di dare una risposta d’amore, tutto può accadere, perché è iniziato il cammino della santità, anche se ci vorrà del tempo.
«GESÙ HA AMATO TE E HA DATO SE STESSO PER TE»
Facciamo un piccolo passo avanti.
Dopo aver detto: “Ha amato me e ha dato la sua vita per me”, sei costretto a voltarti verso il tuo vicino e ad ammettere anche: «Ha amato te e ha dato se stesso per te». Ho visto che vi siete istintivamente voltati a guardare la persona che avete a fianco e che vi è venuto da sorridere, magari perché la vicinanza è casuale. Ma è proprio questa la cosa meravigliosa: la potete dire girandovi a destra o a sinistra, guardando avanti o indietro, oppure pensando a chi vi è più vicino affettivamente: pensando alla persona alla quale volete bene, o a vostro/a figlio/a che non vi fa dormire la notte, o ad una persona qualsiasi che vi viene in mente, e dite: “Ha amato te e ha dato se stesso per te”. Questo “tu” potrebbe essere il più abbattuto, ma, anche se fosse il più disprezzabile, dovreste dire ugualmente e con maggior ragione: “Ha amato te e ha dato se stesso per te”, perché questa è la logica del cristianesimo: una volta che hai cominciato a pensare cristianamente, devi andare fino in fondo.
Facciamo, allora, tre ipotesi:
1. La prima ipotesi: Questo “Tu” al quale dite: «Gesù ha amato te e ha dato se stesso per te», vi è caro, vi è vicino moralmente, spiritualmente, affettivamente. In questo caso, che cosa accade quando dite: “Cristo ha amato te e ha dato se stesso per te”? Che cosa accade quando lo dite consapevolmente, con tutta l’intensità e la convinzione che la frase merita? Accade che questo “Tu amato” viene infinitamente esaltato. Se prima ti amavo solo col mio cuore, ora al mio cuore viene chiesto di aprirsi per amarti sempre di più. Il cuore deve farsi sempre più grande. Io che ti amo mi trovo paragonato a Uno che ti ama infinitamente. Mi rendo allora conto che io ti amo “poco” in confronto, anche se magari ho l’impressione di amarti tantissimo. Ti amo poco, perché sono sempre una creatura limitata. Se mi paragono con Uno che ti ama infinitamente, io che cosa posso fare? Posso fare alleanza con Lui, posso fare alleanza con questo Dio d’amore, e chiederGli di accogliere il mio amore dentro al Suo. Allora scopro quanto il Suo amore sia esigente, e quanto il mio amore debba crescere. Perciò, quando uno si sposa in Chiesa, diciamo che “celebra un sacramento”. I due si dicono reciprocamente: io ti amo moltissimo, ma ho capito che tu hai diritto ad un amore Infinito, e io chiedo a questo Dio di infinito amore di accogliere nel suo anche il nostro piccolo
amore. Così si stabilisce un’Alleanza con Cristo. Poi bisogna viverla, e così il nostro piccolo amore matura di giorno in giorno, a misura di eternità.
2. La seconda ipotesi è: incontri un Tu che ti è umanamente indifferente. Forse non lo conosci nemmeno; forse lo incontri per la prima volta; o, anche se lo conosci, tra te e lui non scatta nessun feeling, nessun interesse. Che cosa accade quando sai di dover pensare, anche in questo caso: «Gesù ha amato te e ha dato se stesso per te»? Accade che quest’altro, che non conta molto per me, mi diventa prezioso. Prezioso vuol dire una persona che ha un prezzo, che costa nel senso che vale veramente. Davanti a quel “giudizio di fede”, per lo meno diventi incapace di disprezzo, e sai di dover vincere la tua noncuranza. Nessuno ti toglie la fatica di andare incontro a un estraneo, ma l’abitudine della tua mente e del tuo cuore sono diventate diverse. E’ diverso entrare in un ambiente e dire subito: “Che massa di st*!” o dire subito: “Quante persone! Ognuna fatta a modo suo, ognuna depositaria di un segreto prezioso che io non conosco; ognuna che merita la mia attenzione!” Cambia il cuore, cambia la mente, cambia anche il linguaggio! Dirmi che Gesù Cristo “ha amato te e ha dato la sua vita per te” mi obbliga ad una posizione umana dignitosa nei riguardi di chiunque. Se andate a rileggere i testi di Madaleine Delbrêl, troverete esempi a non finire di questo atteggiamento cristiano, verso tutto e verso tutti.
3. La terza ipotesi è: l’altro mi è nemico, mi è ostile. Avrei molto da rivalermi su di lui. Mi ha fatto soffrire. Che cosa accade quando devo stargli di fronte pensando, anche in questo caso: «Gesù ha amato te e ha dato la sua vita per te»? Accade che l’altro mi diventa “sacro”. Per spiegarvi il senso di questa parola, pensate a quest’uso antico che certo conoscete: quando una persona aveva commesso un delitto e veniva ricercata dalla giustizia, se riusciva a rifugiarsi in una chiesa non poteva più essere toccato. Non si poteva mettergli le mani addosso perché in qualche modo era sotto una protezione più grande, era sotto la protezione di Dio. L’esempio vuol dire che io posso certo soffrire nel rapporto con chi mi ha fatto del male, ma devo mantenere desta la fede nel fatto che l’altro è una persona sacra. Questo cambia la mia mente e il mio cuore, ed esige anche metodi nuovi, quando penso a difendermi e a chiedere giustizia
“HA AMATO NOI E HA DATO SE STESSO PER NOI”
Questa formulazione “comunitaria” è la conclusione inevitabile di quanto abbiamo detto finora.
Se dico “Gesù ha amato me e ha dato la sua vita per me” e poi aggiungo: “Gesù ha amato te e ha dato la sua vita per te”, la conclusione necessaria è di tutto è “Gesù ha amato noi e ha dato la sua vita per noi”.
E’ questo il fondamento della comunione cristiana e della comunità cristiana. Chi studia latino sa che la parola “comunione” deriva da «cum-munio». Il verbo cum-munire significa edificare le difese, le mura, dentro le quali proteggersi. Il dono della Communio ci ricorda che ci è stato donato uno spazio d’amore dove tutti entriamo e dove tutti siamo difesi: uno spazio che accoglie tutti, difende tutti. E’ uno “spazio d’amore” non perché ci riscaldiamo a vicenda con i nostri sentimenti, ma perché ogni persona – sapendosi amata da Gesù, e sapendo che ciascuno è ugualmente amata – sa anche che è un Altro a custodire i legami e a chiederci un continuo lavoro di adesione e di riconciliazione.
E’ in nome dello stesso Gesù e del suo stesso Amore offerto a tutti che possiamo costruire la nostra comunità, sapendo che, a tale fine, dobbiamo imparare a pensare, volere, sentire e operare come Gesù pensa, vuole, sente e opera.
Nello spazio d’amore creato dalla comunione diventa possibile dedicarsi alla coltivazione amorosa di tutto ciò che è umano.
Desidero concludere leggendovi una poesia di Ada Negri, nella quale la considerazione di “essere nulla” non è amara – come nel racconto da cui siamo partiti – ma è già impregnata di adorazione:
«Nulla, Signore, io sono
su questa terra. Nulla è questa terra
nell'universo. Ed io non so di dove
vengo, né dove andrò: tenebra fonda
prima che il tuo voler qui mi chiamasse,
cieca speranza nella tua clemente
misericordia, oltre il traguardo estremo.
Unica realtà questo mio nulla
che avanza in solitudine su angusto
ponte sospeso fra due sponde ignote:
e sotto ondeggia e rumoreggia il fiume
che non ha foce, e sopra ardon nei cieli
parole incomprensibili di stelle.
Che vuoi da me? Qual dono
chiedi alla mia miseria, e di qual luce
folgorerai l'anima mia,
nel giorno ch 'ella in Te rivivrà?
Ma tu giammai
ti scopri. Ed è nel tuo pensiero occulto
ch 'io più ti cerco e imploro: è in quest 'angoscia
di sapere da Te ciò che m'ascondi
ch 'io forza attingo per amarti -e il mio
tormento è grande come il tuo silenzio».
Adesso faremo silenzio: provate ad essere semplici. Ripetete a voi stessi: «Gesù ha amato me e ha dato se stesso per me», ma io, forse, non gli ho mai detto: “Gesù grazie, perché mi ami” e “Gesù, anch’io ti amo”. Vivremo la Quaresima se daremo significato a ciò che Gesù ha fatto per noi: è venuto su questa terra, ci ha amato, ha sofferto, ha dato la sua vita per noi.
Noi dovremmo essere gli uomini più felici del mondo, perché sappiamo di essere amati totalmente.
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