di  Giuseppe DALLA TORRE

Un’ora di religione islamica? È questione che si tornati a dibattere in questi giorni. Al riguardo osserverei innanzitutto che lo Stato ben può prevedere che nei programmi delle materie impartite nelle scuole di ogni ordine e grado, si dia adeguato spazio alla conoscenza dell’islam: nella letteratura, nella storia, nella geografia, nella filosofia, nella stessa storia delle scienze naturali. Sappiamo tutti come, in secoli passati, uomini appartenenti a quel mondo religioso abbiano dato significativi contributi al riguardo. In secondo luogo osserverei che l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane discende da un obbligo internazionalmente assunto dall’Italia attraverso il Concordato con la Santa Sede, il quale gode tra l’altro di copertura costituzionale.

È quindi necessario tenere ben presente che non è possibile immaginare, almeno dal punto di vista giuridico, un’ora di religione islamica come parallelo e speculare dell’ora di religione cattolica.
Senza contare che quel mondo, assai diviso, non ha rappresentanza unitaria né intese con la Repubblica italiana. Ma soprattutto è ai contenuti che si deve guardare per cogliere il senso delle cose. Come noto, l’ora di religione cattolica, così come prevista dal Concordato, non è insegnamento catechetico: è aperta alla libera scelta di tutti ( non solo dei cattolici); ha un taglio culturale, ancorché fedelmente attinente a ciò che la Chiesa crede e professa; non è destinata a proselitismo o a un cammino di fede. In sostanza ha lo scopo di integrare il sapere religioso che appartiene alla nostra cultura e alla nostra storia, nell’ambito dei ventagli di saperi che si ritengono necessari per la formazione umana e culturale delle più giovani generazioni. La mancanza di questa presenza, se da un lato verrebbe a porre la scuola in una posizione di non laicità, nella misura in cui oscurerebbe uno dei saperi oggettivamente sussistenti; dall’altro lato renderebbe indecrittabile culturalmente la letteratura, la storia, l’arte, che esprimono le radici nazionali e costituiscono l’identità italiana. Non è un caso che l’articolo 9 n. 2 del Concordato, prevedendo l’assicurazione dell’insegnamento religioso cattolico nelle scuole, lo fonda tra l’altro sul fatto che « i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano » . Giova notare al riguardo come, a prescindere dagli impegni concordatari, la tutela del patrimonio storico italiano, di cui la sostanza religiosa e cattolica è gran parte, discende in via del tutto autonoma dalla stessa Carta costituzionale, che ne tratta precisamente nell’articolo 9.

Quindi in un certo senso l’insegnamento di religione cattolica è coerente anche con il più generale compito di garanzia che la Costituzione affida allo Stato, perché l’identità nazionale sia salvaguardata. Alla luce di queste considerazioni sembrerebbe singolare l’inserimento di un insegnamento di religione islamica nelle scuole, con la motivazione di favorire la conoscenza e l’integrazione. Ciò di cui hanno bisogno i piccoli immigrati provenienti dall’islam è semmai, al contrario, una conoscenza della nostra storia, della nostra cultura, della nostra arte, dei nostri costumi, e pure – con tutto il rispetto dovuto alla loro libertà religiosa – della religione tradizionale e larghissimamente maggioritaria degli italiani. In questo modo si può favorire la comprensione del contesto sociale e culturale in cui vengono a trovarsi e, quindi, la loro pacifica integrazione. Al contrario verrebbe favorita, oltre ogni intenzione, la separatezza e la ghettizzazione. È questo che si vuole?

(Avvenire del 20 ottobre 2009)

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