Risulterebbe inadeguato considerare San Giuseppe, lo sposo di Maria, una presenza marginale nella vita e nella crescita educativa di Cristo. Giuseppe è chiamato – insieme alla Madre di Dio – a custodire e a crescere il Figlio di Dio attraverso un personalissimo atto di obbedienza. E’ proprio con Giuseppe che noi possiamo essere aiutati a comprendere fino a che punto può spingersi Dio nel chiedere alle sue creature di diventare completamente disponibili alla Sua volontà. Per i componenti della Sacra Famiglia la parola obbedienza e la parola orazione sono diventate palesemente il motivo della loro unità. Cristo, obbediente fino alla morte, si fa carne e va ad abitare in una famiglia umana dove il buon Dio volle che la parola obbedienza fosse da subito riconosciuta come esplicita volontà divina. Giuseppe e Maria potremmo definirli, dunque, contemplativi per vocazione. Diceva Teresa d’Avila: « Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà»; e ancora: « Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta».

In occasione della solennità (anticipata ad oggi) di San Giuseppe proponiamo una riflessione di P. Antonio M. Sicari pubblicata sulla rivista teologica “Communio”, n. 196-197, luglio-ottobre 2004, pp. 5-11. Sostenendolo con la nostra preghiera, rivolgiamo anche un particolare augurio a Papa Joseph Ratzinger.


Nella casa di nazareth
di P. Antonio Maria Sicari o.c.d.

«Ogni famiglia cristiana ha gli occhi fissi sulla famiglia di Nazareth. Migliaia e migliaia di famiglie cristiane, centinaia di migliaia, famiglie cristiane innumerevoli hanno realizzato la loro salvezza e meritato il cielo insieme, in famiglia, con gli occhi unicamente fissi alla famiglia di Nazareth. Il quarto comandamento, l’ammirabile comandamento dato da Dio al suo popolo sul Sinai, era questo: “Onorate il padre e la madre, per potere vivere lungamente sulla terra che il Signore vostro Dio vi donerà”. Tale era il comandamento nell’antica Legge... Pur restando intatta, questa prima Legge, questo comandamento antico, ha rivestito nel mondo cristiano, nella nuova Legge della cristianità, una giovinezza e una forza nuove, letteralmente: una nuova autorizzazione. Il fatto è che si è prodotto per noi un avvenimento nuovo, un avvenimento di portata e di conseguenze incalcolabili. Una famiglia modello ha, per così dire, “funzionato” davanti a noi, sotto i nostri occhi, una famiglia da imitare. Gesù si è rivestito di quel quarto comandamento, l’ha esercitato e, per ciò stesso, solo per questo (davanti a noi), lasciandolo lo stesso, ce lo ha reso nuovo. Gesù si è rivestito, sia in generale che per questo particolare comandamento, della prima Legge, l’ha osservata e, per ciò stesso, lasciandola identica, osservandola esattamente, ce la ha resa nuova. E’ accaduto questo a noi cristiani: che Gesù si è rivestito di quella prima Legge e, in essa, di quel quarto comandamento... Ed essa ne ha preso, ne ha ricevuto una nuova giovinezza, una nuova novità. Una famiglia e una bottega brillarono eternamente davanti a noi (…). Ed è proprio da quel tempo, è da allora che la famiglia cristiana è stata istituita. Istituita non solo da una legge e da un comandamento. Ma istituita da un esempio, e su un esempio vivente. Su un esemplare, e su quale esemplare! Da quel giorno ogni papà e ogni mamma cristiani sono un’immagine di Giuseppe e di Maria, ogni figlio e ogni figlia cristiani è un’immagine di Gesù. Ogni papà e ogni mamma sono allievi e discepoli di Giuseppe e di Maria, e ogni figlio e ogni figlia sono dei piccoli allievi, dei piccoli seguaci di Gesù. I bambini sono letteralmente alla scuola del piccolo Gesù» (Da: Un Nouveau Théologien, di Charles Péguy, 1911).


***

In un povero villaggio sconosciuto (prima di Gesù, non c’è nessun documento al mondo che parli di Nazareth!) il Padre celeste ha voluto ricostruire la famiglia umana, come Egli l’aveva immaginata all’origine.
Anzi: una famiglia ancor più arricchita di «comunione», perché immediatamente legata –per mezzo di Gesù– alla «famiglia trinitaria», in cui le Persone sono una cosa sola.
Una famiglia in cui le relazioni, le vocazioni, i compiti sono tutti ricondotti al loro significato originale: mettere l’uomo in comunione con Dio.

Una famiglia in cui abita MARIA, LA DONNA IMMACOLATA, cioè concepita senza peccato originale e dunque «piena di grazia»: ella vive nel nostro mondo senza esperimentare nessuna opposizione a Dio.
In lei, tutta pura e accogliente, si svela il mistero della femminilità dell’intera creazione destinata ad accogliere totalmente il suo Dio.
In lei, e per suo mezzo, tutto il genere umano dice di sì a Dio, senza alcuna riserva.
E Dio può svelare tutte le sue «possibilità», perché Maria crede che «niente è a Lui impossibile».
Lei è la donna che può collaborare intimamente col Creatore (pro-creare) senza opporsi in niente a Lui, senza «distrarsi» da Lui, anzi accogliendolo nel suo stesso grembo.
Ella può offrire il suo corpo a Dio come abitazione, ed Egli non la trova indegna di Sé («Non horruisti virginis uterum» – «Non hai disdegnato di abitare nell’utero della Vergine»– cantiamo lieti nel Te Deum).
Immacolata: la donna che riconosce dolorosamente ogni peccato, perché non ne ha commesso nessuno, e perciò può essere scelta come madre di tutti i peccatori.

– MARIA, la Vergine, che «non conosce uomo» perché accetta di lasciarsi conoscere interamente dalla Trinità: il Padre si avvicina a lei quanto a nessun’altra creatura («Il Signore è con te»: nessun’altra come lei ha saputo fino a che punto Dio sia Padre); il Figlio s’incarna in lei e prende da lei la sua umana natura; e lo Spirito Santo, (l’Amore che si fa ospitare sempre dentro ogni amore umano) in lei si può effondere totalmente.
La Vergine che, unica al mondo, sa veramente che cosa voglia dire «sposarsi», dato che viene immersa totalmente in quell’Amore che ogni altra creatura può solo sognare e un poco pregustare.
La Vergine che appartiene ad un vero sposo umano (Giuseppe) –dato che il suo è un vero matrimonio!– senza smettere in nulla di appartenere al suo Dio.
La Vergine che ama Giuseppe con una tale verità e intensità e purezza da partecipargli il dono della sua stessa verginità: in maniera che nulla manchi al loro amore. (La verginità, quando è scelta per amore di Colui che ha creato i nostri stessi corpi e ci ha amato donandoci interamente Se stesso, non è un «di-meno» rispetto alle modalità fisiche dell’amore, ma un «di-più»).
La Vergine Ancella che diventa Madre del suo Signore, perché crede alla Parola di Dio anche col suo corpo.

– MARIA, la madre che ha accolto e amato il Figlio di Dio alla stessa identica maniera in cui ogni mamma accoglie il suo bambino.
La Madre «materna», come Dio l’aveva immaginata prima del peccato di Eva; la Madre che pro-crea pienamente consapevole del Creatore.
La Madre che «dà un figlio a Dio» senza appropriarsene e senza possederlo per se stessa.
La Madre incinta che, al suo giungere, rallegra tutti gli altri bambini, come accadde al figlio di Elisabetta.
La Madre che si sente così felice da presentire e preparare la felicità di tutte le generazioni.
La Madre che parla al suo Bambino (e del suo Bambino) alla maniera in cui tutti gli altri esseri umani pregano Dio.
La Madre che Lo tiene in casa –come figlio buono, bravo, sano e obbediente– ma sa che la sua vera abitazione è «altrove».
La Madre che sa di dover «rigenerare» –per quel suo Bambino divino– tutti gli altri bambini umani, anche se ciò le «trapasserà l’anima».

– GIUSEPPE, il Padre che deve esaurire tutto se stesso nel rappresentare, nella famiglia di Nazareth, il volto del Padre celeste: la Sua provvidenza, la Sua energia, le Sue decisioni:
Padre che, unico tra tutti i padri umani, sa per esperienza «quanto sia Padre Dio»: e per questo la sua verginità non provoca in lui un’esperienza sminuita di paternità terrena, ma accresciuta. E lo chiameranno «padre putativo», nel senso che è «reputato tale», ma di fatto –benché non sia padre fisicamente– lo è più profondamente di quanto noi non riusciamo a pensare.
Padre perché deve aiutare Gesù ad esperimentare sulla terra, alla maniera umana, quella «filialità» che Egli da sempre sperimenta così bene e così perfettamente in cielo.
Padre perché deve far crescere Gesù «in sapienza, età e grazia», in modo da non spegnere la nostalgia del Padre celeste, ma da acuirla senza tristezza;
Padre perché deve insegnare a Gesù le parole e i sentimenti umani che Egli poi metterà nella preghiera del «Padre nostro»;
Padre perché deve difenderLo in questo mondo al posto del Padre celeste che comincia ad «abbandonarlo» nelle nostre mani e per nostro amore;
Padre perché Gesù lo chiama «papà» (in aramaico: Abbà) come fanno tutti i bambini ebrei, ma –quando Egli ha imparato, prestissimo, sillabe così brevi e familiari– subito le usa anche per rivolgersi al Padre celeste; e in cielo questa è un’invocazione «nuova» e sorprendente che rallegra la Trinità. E sarà nuova anche per noi che, con la stessa formula, impareremo a rivolgerci a Dio con inaudita familiarità.
E Giuseppe «sogna» la voce del Padre celeste che lo guida, e Gli obbedisce in tutto, fino a quando nel Tempio ritrova il Figlio che crede «perduto», e scopre che il Padre Lo ha trattenuto nella sua casa.

– E infine il BAMBINO GESÙ: Colui che è eternamente «Figlio di Dio», e viene al mondo come tutti i bambini, per ricordarci che «esser figli» («esser bambini») non è una stagione del vivere, ma è l’identità costitutiva del nostro essere.
Il Dio fatto Bambino, per mostrarci che Dio non è solo Onnipotenza, ma anche Amore indifeso, Amore obbediente, Amore che vuole essere accolto e custodito: e può essere adorato dai Re Magi con umiltà, e dai pastori con fierezza.
Il Dio fatto Bambino che dà Gloria al Dio dei cieli, rivelando il Suo Volto paterno, e dà Pace a noi uomini che sappiamo finalmente fino a qual punto siamo stati amati.
Il Dio fatto Bambino, affinché tutti i nostri bambini imparino a «diventare Dio» (per grazia e partecipazione). E, se si è vecchi, bisogna prima farsi bambini, a costo di nascere di nuovo.
Il Dio Bambino che ha bisogno di madre e di fratelli, e a cui tutti potremo fare da madre e dare fraterna compagnia, purché prima ci mettiamo in ascolto del Padre celeste, l’Unico che gli è sempre vicino («Chi fa la volontà del Padre mio, è mio fratello, mia sorella, mia madre»).
Il Dio Bambino che occorre proteggere da Erode e dai persecutori, come poi bisognerà proteggerlo lungo tutta la storia umana, a costo di fuggire con Lui verso paesi stranieri.
Il Dio Bambino che occorre tenere tra le braccia, come Simeone, per «vedere la salvezza» che si è a lungo desiderata e che finalmente appare, non come un sogno o un’utopia, ma come «Salvezza fatta carne» (contro tutte le riduzioni intellettualistiche e moralistiche).
Il Dio Bambino che si può perdere di vista, quando ci si dimentica che Lui deve «restare nella casa di suo Padre», così come si può perdere di vista ogni altro bambino quando lo facciamo abitare in case che non assomigliano alla «casa del Padre».

– FAMIGLIA DI NAZARETH, dove per trent’anni un padre e una Madre, attorno a Dio, loro figlio, e loro Creatore, imparano a vivere nel silenzio, nell’amore e nel lavoro: dove tutto –senza clamore e senza pretese– diventa degno dell’eternità, tutto è impregnato di grazia.
Famiglia che vive nel silenzio: silenzio non è solo atmosfera tranquilla dove lo spirito si eleva, ma anche normalità dell’esistenza che sembra non avere voce se non per Dio; silenzio che è anche umile e continua fatica di quel vivere che sembra non avere alcuna eco nel mondo.
Silenzio che, lontani da Dio, diverrebbe forse frustrazione e incapacità al dialogo perché non c’è più nulla da dirsi; ma che –attorno a Lui che gira per casa come un Bambino– si riempie di dolcezza, di semplicità, di merito e di eternità.
Silenzio consapevole della nascosta presenza di Dio nel quotidiano, che rende preziosa la frammentarietà della vita.
Famiglia in cui l’amore è il lavoro quotidiano per accogliere Dio sempre più addentro nel proprio cuore e nei propri rapporti, e in cui il lavoro è l’amore quotidiano alle cose che occorre preparare per Lui, all’ambiente che si vuole offrirGli in maniera degna. E così impariamo che amore è il nome che diamo al lavoro, quando il lavoro riguarda le persone. E impariamo che lavoro è il nome che diamo all’amore quando esso si prende cura della realtà delle cose, per costruirle e coltivarle.
Famiglia in cui l’amore è lavoro perché non è solo sentimento, e non è mai noia né tragedia (uniche forme che l’amore umano sembra oggi conoscere) ma è soprattutto dramma. A mano a mano che Maria e Giuseppe imparano a riconoscere l’Amore nel volto del loro Bambino, ne intuiscono anche il drammatico Destino, al quale accordano il loro cuore:
dramma di una Presenza infinita dentro le umili contingenze della vita;
dramma di Chi si prepara a dare sempre più amore di quanto la persona amata non ne meriti;
dramma di Chi resterà fedele anche quando sarà da tutti abbandonato;
dramma di Chi si unirà indissolubilmente alla sua Sposa ecclesiale;
dramma di Chi darà eucaristicamente la sua vita per il nutrimento della persona amata;
dramma dell’infinita fecondità necessaria per generare innumerevoli figli di Dio.
Famiglia in cui il lavoro è amore perché non si lavora se non si ama la realtà, e il Figlio di Dio amava la creazione uscita dalle mani del Padre e il suo Disegno:
amava il legno e il mestiere di falegname;
amava il sudore del lavoro perché era espiazione e desiderio di un mondo nuovo;
amava la volontà del Padre che lo lasciava trent’anni in una botteguccia quando c’era da salvare il mondo, perché il mondo non può essere salvato se non da chi salva anche l’umile materia;
e amava il lavoro perché serviva a guadagnare quel pane e quel vino con cui avrebbe fatto i suoi miracoli e la sua Eucaristia.

***

«Ogni bottega cristiana è un’immagine della bottega di Nazareth, proprio come ogni famiglia cristiana è un’immagine della Famiglia di Nazareth. Ogni operaio cristiano lavora come Gesù, allo stesso modo che ogni mamma e ogni papà ama, istruisce, nutre, alleva i suoi figli come Giuseppe e Maria amavano, istruivano, nutrivano, allevavano Gesù e ogni figlio cristiano ama, nutre e onora i suoi genitori come Gesù amava, onorava, nutriva, suo padre e sua madre» (…)
«Nella morale cristiana e anche nella teologia cristiana la legge del lavoro non ha una base di applicazione più seria che il lavoro quotidiano di Gesù nella bottega di Nazareth. La legge del lavoro è una legge, un comandamento sia dell’antica come della nuova Legge. Ma come è nuova questa legge, come è nuovo questo comandamento, come tutto del resto, nella Nuova Legge! Nella Legge Antica, la legge del lavoro, il comandamento del lavoro procedevano, come ogni servitù, dalla caduta di Adamo. Era un castigo di giustizia. Mangerai il pane col sudore della tua fronte! Ma Gesù, indossando per così dire, questa legge e la legge dell’umiltà, ne ha fatto uno statuto di amore. Così è nato il Lavoro nuovo. Da allora, migliaia e migliaia di botteghe cristiane non sono state altro che imitazione della bottega di Nazareth. Oggi l’uomo – tale è la legge nuova, tale è il nuovo comandamento – oggi l’uomo che lavora non è più un forzato che sta al tempo fissato. Oggi l’uomo che lavora è uno che fa come Gesù, che imita Gesù. Il lavoro quotidiano non è più soltanto una pena, non è più primariamente una pena. Oggi è imitazione di un augusto lavoro quotidiano. L’uomo che “fa la sua giornata” è buono. Non deve far altro che questo. Come per ogni altra cosa, e in primo luogo, egli è sicuro così di imitare Gesù. L’uomo che “fa la sua giornata” imita in primo luogo Gesù operaio che “faceva la sua giornata” non pubblica. Nel periodo non pubblico della sua vita. Migliaia di oscure botteghe, migliaia di umili botteghe sono tra noi il riflesso, riflettono, ripetono, ripetono tra noi la bottega oscura, la bottega umile di Nazareth È questo il tessuto stesso, il midollo, del mondo cristiano. Migliaia e centinaia di migliaia di uomini, migliaia di operai cristiani non hanno avuto che questo da fare: “la loro giornata”; non hanno avuto da far altro che lavorare tranquillamente dal mattino alla sera, con gli occhi fissi unicamente a quell’umile bottega di Nazareth. E chi ha lasciato il banco e la pialla solo per mettersi a letto e morire è colui che è più gradito a Dio» (Da: Un Nouveau Théologien, di Charles Péguy, 1911).

 

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