LA PRIMA VISIONE IN UN’ITALIA POVERA E IL RESTAURO DI OGGI
Quel «Miracolo a Milano» da riassaporare assieme ai figli
di Domenico DELLE FOGLIE
A sessant’anni da quel lontanissimo 1951 torna, restaurato, 'Miracolo a Milano', un capolavoro firmato dalla pregiata coppia Vittorio De Sica (regista) e Cesare Zavattini (sceneggiatore). Due campioni del neorealismo al servizio, per scelta, della narrazione fiabesca. Sarà bello poterlo rivedere nella versione digitale, ma soprattutto sarà l’occasione per mettersi alla prova. Perché nella vita di ciascuno c’è un ricordo remoto, remotissimo, che all’improvviso si palesa.
'Miracolo a Milano' l’abbiamo visto, poco più che ragazzini, in una piccola sala parrocchiale, dopo aver spostato il tavolo da ping pong e il biliardino. È stato il nostro primo film. Tassativamente in bianco e nero. E fra le zucche rasate degli amici irrequieti che saltavano sulle sedie cigolanti a ogni battuta, fra le lacrime che sgorgavano come fossero fiumi incontenibili, scoprivamo la magia del cinema ma anche l’emozione che un racconto per immagini può suscitare.
Eravamo ingenui? Non si discute. Ma la ragione e il cuore già cominciavano a funzionare. E quella storia di barboni senza casa, riscattati da una colomba 'miracolosa' giunta nelle mani giuste, quelle di Totò, uno di noi, era già una piccola rivincita sulla vita che non era per niente rose e fiori. Anzi, era ancora una lotta quotidiana, quella che si viveva alla fine degli anni Cinquanta, anche nella provincia italiana. Dove la prima regola era quella di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena. E rompere un paio di scarpe giocando per strada era un peccato mortale, i pantaloni corti erano la regola perché costavano meno e i capelli andavano tagliati a zero (ancora oggi nei peggiori incubi può capitare di risentire il sinistro cigolio della macchinetta che percorreva come una falciatrice il tuo cranio spinoso).
Nei pensieri di un bambino, poi, quel finale surrealista era un sogno rivelatore: un’altra strada è possibile, una speranza c’è sempre, un’occasione ci sarà anche per te e per tutti i tuoi amici. Ma anche per tuo padre col suo misero stipendio e per tua madre che faceva mille volte gli stessi conti per poi rinunciare, rinunciare. E poi, ancora, rinunciare.
Ci sentivamo un po’ tutti come quei barboni, eppure già vedevamo in Milano la città dove i sogni potevano davvero avverarsi. E se ci pensiamo bene, è andata così per intere generazioni di meridionali che a Milano hanno trovato il lavoro, hanno riscattato il loro destino di 'cafoni', hanno costruito un futuro per le loro famiglie. In fondo, va dato atto a Zavattini che, pur nella sua dolente e a tratti feroce denuncia sociale, si fa fatica a leggere nel suo film (e prim’ancora nel suo romanzo da cui è tratto) un sentimento per Milano diverso dall’amore. O uno slancio diverso dalla speranza un po’ folle dei cantastorie.
Ecco, allora, l’occasione da non perdere: accostarci a 'Miracolo a Milano' con gli occhi di oggi. Magari in compagnia di figli e nipoti per vedere nei loro, di occhi, l’effetto che fa questa favola moderna, in cui un ragazzo orfano sogna un mondo dove «Buongiorno voglia davvero dire buongiorno». E magari verificare insieme se quel finale, con la fuga sulle scope volanti dalla piazza del Duomo di Milano, davvero ci ricordi un altro 'decollo'.
Quello dei ragazzini sulle biciclette volanti in E.T., il capolavoro di Steven Spielberg.
Altri effetti speciali, stessa atmosfera da fiaba.
Ma soprattutto ci servirà a capire se, tanti anni dopo, il nostro cuore è ancora bambino. Una lacrima, anche una sola lacrima, sarebbe gradita.
(Tratto da Avvenire 13.02.11)
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