Gli Esercizi Spirituali del MEC sono stati caratterizzati quest’anno dalla presenza del Generale dell’Ordine Carmelitano Luis Arostegui, che ha partecipato con squisita umanità a diversi momenti del nostro grande incontro.
Lo ricordiamo mentre ascoltava il concerto della sera di sabato e gli siamo grati per aver accettato simpaticamente di cantare insieme al coro un canto in lingua basca. Il momento più significativo della sua presenza tra noi si è poi concretizzato nella celebrazione della liturgia domenicale e nella meditazione conclusiva degli Esercizi Spirituali, sul tema Prendersi cura dell’uomo nel Carmelo. La pubblichiamo con il suo consenso, rispondendo così alle richieste di molti dei presenti.
Il soggetto di questa esposizione, indicato nel titolo, si potrebbe chiamare anche “L’umanità di Dio nel Carmelo”. Si potrebbero cercare altre espresioni, tutte dirette allo stesso centro. Ed è buono che si adoperino differenti espressioni, che così, insieme, suggeriscono la ricchezza del soggetto. Prendersi cura dell’uomo. Come appare e se vive nel Carmelo l’umanità di Dio? Che Dio sia umano, amante dell’uomo, è apparso in Gesù. Nella sua vita terrena e nella sua esperienza di risorto presente, in noi e tra noi, nel suo Spirito. Che Dio sia umano non è, nel messaggio cristiano, la conclusione di un ragionamento speculativo, ma la testimonianza di una vita e una risurrezione presente come spirito, che si mostra come il volto di Dio. Gesù umano. Dio umano. È umano il Dio che si manifesta e vive nel Carmelo? Nella sua esperienza, nella sua dottrina spirituale? Il Carmelo si prende cura dell’uomo concreto, o si cura delle leggi di perfezione oggettiva, di costruzioni teologiche per persone ideali? Abbiamo in mente l’uomo singolo e l’uomo come società. Non è possibile descrivere tutte le forme di essere dell’uomo. Ma possiamo ricordare alcuni tratti dell’uomo che oggi specialmente si sottolineano. Ci può servire, come evocazione, la lettera apostolica Novo Millennio Ineunte: “Il nostro mondo comincia il nuovo millennio carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale, tecnologica, che offre a pochi fortunati grandi posssibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana. È possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? Chi resta condannato all’analfabetismo? Chi manca delle cure mediche più elementari? Chi non ha una casa in cui ripararsi? Lo scenario della povertà può allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le nuove povertà, che investono spesso anche ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale. Il cristiano, che si affacia su questo scenario, deve imparare a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l’appello che egli manda da questo mondo della povertà” (NMI 50). “Il cristiano (...) deve imparare a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l’appello che ci manda da questo mondo di povertà”: ogni cristiano, tutti i cristiani. Tutti i carmelitani, non di meno le contemplative, anzi di più, si può dire, quando si tratta di questo atto di fede in Cristo. Di questo atto di fede dipende la vita cristiana, dipende la vita religiosa. “E come poi tenerci in disparte di fronte alle prospettive di un dissesto ecologico, che rende inospitali e nemiche dell’uomo vaste aree del pianeta? O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con l’incubo di guerre catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei diritti umani fondamentali di tante persone, specialmente dei bambini? Tante sono le urgenze, alle quali l’animo cristiano non può restare insensibile” (NMI 51). “Lo scenario della povertà può allargarsi indefinitamente”. Di quella povertà che si riferisce tanto alla società come alla persona singola. Si potrebbe dire che le povertà sono tante quante le persone singole. Perchè, anche senza applicarle in senso proprio il nome di povertà, ogni persona è quella che ha bisogno di essere accompagnata dalle altre nella sua esistenza fisica e nel suo cammino umano- spirituale. Alla spiritualità della famiglia del Carmelo si rimettono numerosi istituti che, insieme con la dedizione alla preghiera contemplativa, si consacrano a sovvenire i differenti bisogni dell’uomo, della società. Gli istituti scaturiti dal Carmelo o vincolati ad esso, rappresentano per noi un segno duplice: che la spiritualità del Carmelo necessariamente sbocca nelle opere di misericordia (fecondità del Carmelo), e che il Carmelo in se stesso, nel suo cuore, e quindi in qualunque sua modalità, necessariamente si prende cura dell’uomo, e deve prendersi cura dell’uomo. Voglio riferirmi a quello che potremmo chiamare, per intenderci, il Carmelo originario: che, per me, è quello che ha come Madre e Fondatrice Santa Teresa d’Avila. “Originario” non si intende qui nel senso di una successione storica esterna, ma come valore, come essere intimo, come vangelo scoperto nella Chiesa, quindi un originario teologico. È il Carmelo, storicamente, ricreato da Teresa d’Avila, e arricchito da altre figure. Questo Carmelo originario non ha, nemmeno nella modalità dei frati, una applicazione professionale specifica a una delle povertà (a una delle “opere di misericordia”), come invece possiamo vedere negli istituti che si rimettono, come detto, alla spiritualità del Carmelo. Questo Carmelo non è stato fondato per sovvenire una necessità umana particolare nella Chiesa, e non si è sviluppato in questo senso. È chiaro, certamente, che esso, nelle missioni, per esempio, e in molte altre parti, ha esercitato cristianamente le opere di misericordia, alle quali ogni cristiano e gruppo cristiano è obbligato, benchè in modi diversi. Ciò nondimeno, è un fatto storico che non è stato fondato per una opera concreta di misericordia. La sua figura apostólica si conformò, nel caso dei frati, per una azione pastorale direttamente spirituale (per intenderci). Certo che anche qui si tratta di sovvenire una necessità umana. E appunto vorrei sostare in questa realtà per trattar di vedere in che modo il Carmelo si prende cura, e deve prendersi cura, dell’uomo, della persona umana. “Deve prendersi cura”. Non intendo questo dovere innanzitutto in senso morale, benchè questo è incluso in qualunque attività umana. Voglio mostrare che il Carmelo autentico (in quanto autentico, quello della santità), si prende cura dell’uomo sempre e in ogni modo. Dobbiamo vedere l’essere del Carmelo. E allora sarà chiaro per noi la conseguenza morale. l. Percezione della povertà dell’uomo Nel Carmelo c’è una percezione dell’uomo in necessità, in ogni modo. È una esperienza comune che si può rintracciare facilmente. Ma basta citare qui alcuni testi dei rappresentanti più importanti. Teresa di Lisieux era malata di morte. Sua sorella le aveva detto che le era venuto un certo pensiero sul cielo. Teresa rispose: “In quanto a me, non ho altre luci se non vedere il mio piccolo nulla. Questo mi fa più bene che tutte le luci sulla fede” (CJ 13.8). Non si trattava di una bassa autostima. Infatti, un altro testo mostra allo stesso tempo la conoscenza degli aspetti positivi della sua persona, della propria piccolezza e il senso positivo di questa ultima conoscenza: “Preferisco accettare del tutto semplicemente che l’onnipotente ha fatto grandi cose nell’anima della figlia della sua divina Madre, e la più grande è quella di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza” (C 4r). È essenziale mantenere insieme la straordinaria percezione del proprio niente senza che questo sia effetto di una depressione o, come detto, di bassa autostima. È una coscienza estremamente chiara della nullità, non psicologica, non della assenza di qualità e capacità umane, ma teologica (e si potrebbe dire, esistenziale e metafisica). Certamente si tratta della dipendenza totale da Dio. Appunto, è ancora più straordinario che si affermi che la luce sul proprio nulla le fa più bene che tutte le luci sulla fede. Il rendersi conto fino a questo punto del proprio nulla è ritenuto come luce e bene superiore a tutte le altre luci sulla fede. È conosciuto soprattutto che san Giovanni della Croce è chiamato il dottore “de las nadas”, dei nulla, dei niente. Questo titolo popolare si riferisce alle sue esigenze di negazione per la purificazione dell’intellegenza, della memoria e della volontà, come con letteratura energica espressiva espone lui. È conosciuto anche che questa sua esposizione ha bisogno di una interpretazione adeguata, per non essere intesa in modo fondamentalista ed erroneo. Adesso non è mia intenzione occuparmi direttamente di questo aspetto ascetico. Ma della percezione che san Giovanni della Croce ha della negatività presente nell’uomo. Infatti, quelle esigenze ascetiche di negazione, per cui si è fatto noto (anche se quello non è il messaggio più profondo del santo) sono originate dalla percezione della negatività presente nell’uomo. È questa percezione dell’uomo che è importante. L’uomo come malato, come bisognoso di purificazione e di guarigione, bisognoso da principio e sempre di un processo di liberazione. L’uomo che deve essere accompagnato, aiutato, in questo cammino o processo di purificazione, sanazione, liberazione. La percezione della negatività non è l’effetto di una tendenza alla negatività e meno di una fissazione in essa: tutto lo sguardo si dirige al contrario alla salute e alla liberazione della persona. Vi è solo, con naturalità e senza esagerazione, la percezione lucida dello stato malato e imprigionato della persona. “Questi appetiti (...) all’anima in cui vivono faticano, tormentano, sporcano, e infiacchiscono e feriscono” (1S 6,1). Si tratta quindi di “liberarsi da molte pene, afflizioni e tristezze, oltre che dalle imperfezioni e dai peccati dai quali si libera” (3S 4,2). “La ragione è che la salute dell’anima è Dio, e così, quando non ha compiuto amore, non ha compiuta salute e per questo è malata” (CB 9,6). Per questo, san Giovanni della Croce ha una visione positiva delle afflizioni che sperimenta una persona di sincera volontà nel suo cammino umano-spirituale: “Perchè in questo modo sta Dio medicando e guarendo l’anima nelle sue molte malattie per darle salute, per forza ha di affliggersi d’accordo alla sua malattia in codesta purga e medicazione” (LB 1,21). La stessa realtà del processo è sperimentata ed espressa con la immagine di liberazione: “tutta la sovranità e libertà del mondo paragonata con la libertà e sovranità dello spirito di Dio è somma schiavitù, e angustia e soggezione” (1S, 4,6). “In libertà e tenebra di fede, in cui si riceve la libertà e l’abbondanza di spirito” (2S 19,11). Infatti, le passioni stanno vive “per affliggere l’anima con le loro prigioni e non lasciarle volare alla libertà e riposo della dolce contemplazione e unione” (3S 16,6). La persona che si lasci guidare da questo processo “conoscerà come la vita dello spirito è vera libertà e ricchezza” (2N 14,3). Abbiamo ascoltato che la salute della persona è Dio. È chiaro che qui l’uomo è nella sua totalità. Non si riferisce a una salute fisica o psichica particolare, anche se può essere messa in relazione con la salute spirituale. Per Giovanni della Croce, un uomo che abbonda in salute, ma che è alieno da Dio, è un ammalato e un prigioniero. Tutto lo sforzo della dottrina di Giovanni si dirige all’unione con Dio: questa è la salute. “perchè tutto il lavoro necessario per arrivare all’unione con Dio consiste nel purificare la volontà dalle sue affezioni e appetiti, affinché essa da vile e imperfetta divenga volontà divina, fatta una cosa con la volontà di Dio” (3S 16,3). 2. Il Dio umano. Santa Teresa L’umanità di Dio, che si può ricercare e constatare così facilmente nelle opere dei santi maestri del Carmelo, ha una rappresentante fontale in Santa Teresa di Avila, di cui partecipa sviluppando aspetti particolari l’esperienza spirituale posteriore (come in Teresa di Lisiex). Questa esperienza carmelitana è trinitaria. Lo è chiaramente in santa Teresa di Avila. E nondimeno, o per ciò stesso, è centrato in Cristo, nel Dio uomo e umano. “Tutto si può sopportare con Gesù Cristo, con un amico così buono, con un così valoroso capitano che per primo entrò nei patimenti. Egli aiuta e incoraggia, non viene mai meno, è un amico fedele. Per me, ho sempre riconosciuto e tuttora riconosco che non possiamo piacere a Dio, né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell’umanità sacratissima di Cristo, nel quale ha detto di compiacersi. Ne ho fatta molte volte l’esperienza, e me l’ha detto Lui stesso, per cui posso dire di aver veduto che per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta. Perciò chi lo segue non voglia cercare altra strada, nemmeno se sia già al sommo della contemplazione, perchè di qui si è sicuri. Di questo dolce Signore ci deriva ogni bene. (...) Che possiamo bramare di più quando abbiamo un amico così affezionato che nel tempo della tribolazione e della sventura non fa come gli amici del mondo che si dileguano? Beato colui che lo ama per davvero e lo ha sempre con sè! (V 22, 6.7). L’umanità di Dio in Cristo assume le nostre debolezze e limiti, comprende la nostra fragilità: “Non siamo angeli , ma abbiamo corpo. Voler essere angeli, mentre siamo sulla terra, è una vera pazzia (...), e quando si è in aridità, Cristo è sempre un buonissimo amico ed è di grande compagnia, perchè lo vediamo uomo come noi, soggetto alle nostre medesime debolezze e sofferenze” (V 22,10). Ne deriva la comprensione e l’accettazione paziente dei propri limiti: “Guardate che dice il buon Gesù nell’orazione dell’Orto ‘la carne è inferma’ (Mt 26,41). Se quella carne divina e senza peccato, dice Sua Maestà che è inferma, come vogliamo la nostra così forte” (Cp 3,10). L’umanità di Dio sperimentata in Gesù trasforma i nostri atteggiamenti personali e le relazioni, umanizzandoli: “più siete sante, più dovete mostrarvi affabili con le sorelle (...) sforzandoci di essere molto affabili e accondiscendenti e di contentare le persone con cui trattiamo” (C 41,7). “Opere vuole il Signore, e che se vedi una malata a cui puoi dare qualche sollievo, non ti importi nulla perdere questa devozione, e la compatisca” (M 5, 3,11). E, quindi, l’umanità di Dio in Cristo sviluppa necessariamente una scala differente di valori: “Si renda conto, padre mio, che io amo molto essere esigente per quanto riguarda le virtù, ma non per quanto riguarda il rigore, come si può vedere in queste nostre case” (Let 185, a Ambrogio Mariano, 12.12.1576). Questo è l’umanesimo teresiano, dove, con questa esperienza cristologica, certo intervengono altri fattori, come l’equilibrio naturale, la prudenza (la “discrezione”), la gioia, l’umore. 3. Dignità della persona umana Abbiamo messo l’attenzione sulla percezione dello stato di povertà, schiavitù e malattia nei nostri mistici. È una visione, abbiamo detto, del tutto diretta alla salute e alla liberazione, come quella del dottore riguardo alla malattia fisica. Ma la cosa forse più ammirevole che troviamo è la percezione della dignità dell’uomo nella esperienza spirituale di questi santi. Esaminiamo l’immagine dell’uomo che noi normalmente abbiamo nelle nostre relazioni, anche l’idea di noi stesssi, per non dire l’immagine che i mezzi di comunicazione trasmettono dovunque; e la confrontiamo con la persona umana che si illumina nei nostri santi: dobbiamo pensare quasi che non hanno niente a che vedere tra loro. Da una parte, l’esteriorità, l’uomo vuoto, uomo mezzo, uomo cosa, animale produttivo e godente. Dall’altra, un uomo interiore di cui si descrive la capacità infinita, una interiorità capace di Dio, in un rapporto di uguaglianza con Dio. Questo accade non di meno appunto in Giovanni della Croce. Fino a un punto che ci sembra incredibile. Ma dobbiamo riconoscere che non è altro che l’esperienza vivissima di quello che annunzia il Vangelo. È conosciuto quel suo detto: “Un solo pensiero dell’uomo vale più che tutto il mondo. Perciò Dio solo è degno di esso”. Che si deve intendere, non letteralmente e materialmente, ma in quanto esprime la dignità della persona umana. L’uomo, la donna, vale più del mondo intero. Dio solo è alla sua misura. Scelgo tra tanti testi uno, che veramente è difficile, ma che in ogni modo manifesta la dignità “interiore” della persona: “Non c’è da meravigliarsi che l’anima sia capace di una cosa tanto sublime, cioè che ella per partecipazione spiri in Dio come Dio spira in lei. Infatti, dato che Dio le faccia la grazia di essere unita con la Santissima Trinità, grazia per cui ella diventa deiforme e Dio per partecipazione, non è più incredibile che anch’ella compia il suo atto d’intelletto, di notizia e di amore nella Trinità congiuntamente con essa e come la stessa Trinità, ma per partecipazione, poichè è Dio stesso che la compie in lei” (CB 39,4). È un intento per esprimere che la persona umana può arrivare a tale intimità con Dio da poter dire che è “deiforme” “Dio per partecipazione”, che in qualche modo entra nelle relazioni intratrinitarie, compiendo gli atti di conoscenza e amore “congiuntamente” con la Trinità e “come la stessa Trinità”. Quindi il Santo irrompe con queste parole di esortazione e di incoraggiamento: “O anime create per queste grandezze e ad esse chiamate, che cosa fate? In che cosa vi intrattenete? Le vostre aspirazioni sono bassezze e i vostri beni miserie” ( CB 39,7). Citiamo ancora qualche altro testo: “Il centro dell’anima è Dio. Quando ella sarà giunta a Lui secondo tutta la capacità del proprio essere e la forza della propria azione e inclinazione, avrà raggiunto l’ultimo e più profondo suo centro in Dio, il che si verificherà allorchè con tutte le sue forze essa conosce e ama Dio e gode in Lui” (LB 1,12). “L’anima quindi dicendo ora di essere ferita fino al suo profondo centro dalla fiamma di amore, vuole indicare di essere stata investita e piegata dallo Spirito Santo secondo la capacità della sua sostanza, forza e virtù” (ib 14). È tutta l’opera di Giovanni della Croce, nel suo insieme, che mostra la dignità dell’uomo, fatto per l’infinito del Dio personale. Abbiamo letto che questo sembra perfino incredibile. Lo ha ben presente Giovanni della Croce, quando avverte ancora: “Ma poichè le cose rare, delle quali quindi si ha poca esperienza, come sono quelle che stiamo dicendo dell’anima in questo stato, destano molta meraviglia e sono poco credibili, temo che alcuni, non intendendole per scienza e non conoscendole per esperienza, non le crederanno o le crederanno esagerazioni o penseranno che non corrispondano alla realtà. A tutti costoro rispondo dicendo che il Padre dei lumi (Giac 1,17) la cui mano non è limitata, ma si estende largamente senza esclusione di persone, dovunque trova luogo, come il raggio del sole, mostrandosi dolcemente agli uomini sulla loro via, non esita (nè disdegna) di comunicare le sue delizie ai figli degli uomini” (LB 1,15). 4. Conclusione. Questa è, in qualche modo, la esperienza di Dio umano nel Carmelo. Con questo volevo suggerire che quel nucleo del Carmelo, vissuto e testimoniato dai suoi grandi testimoni, è giustamente esperienza del Dio umano, e della dignità dell’uomo. E quindi il processo, del quale parlano in modi diversi, in ogni caso è per prendersi cura di questa persona umana. Ma, ora, vero è che questa spiritualità si potrebbe mal intendere in senso spiritualistico, come quello che solo ed esclusivamente intende l’anima, non la realtà totale dell’uomo. Questo, come sappiamo, non è permesso dal Vangelo. Per questo, il Carmelo oggi deve chiaramente lottare contro questa ambiguità, e sottolineare che la umanità di Dio abbraccia la persona umana reale, storica, totale, come mostra il vangelo. Questo lo dobbiamo fare nella nostra presentazione del messaggio evangelico vissuto nella esperienza del Carmelo. Però soprattutto, nella nostra vita e negli atteggiamenti. E quindi, anche senza essere professionalmente dedicati a una determinata opera di misericordia, le opere di promozione umana e di liberazione totale non devono essere per niente estrane a noi.
Luis Arostegui
| < Prec. | Succ. > |
|---|






