DAL CURARE AL PRENDERSI CURA
Persone in comunione nel mondo della salute
Incontro culturale degli operatori sanitari svoltosi a Lignano in occasione degli Esercizi Spirituali 2010
.

di Gianni Viviani

Da alcuni anni ci incontriamo qui agli esercizi per riflettere su temi eticamente sensibili e sulla nostra professione di operatori sanitari; anche quest’anno proponiamo un incontro di riflessione su questo.

L’argomento scelto ci sembra opportuno per 2 motivi:

-negli ultimi anni la medicina sta cambiando, e non sempre in meglio.
In particolare la relazione soggettiva e personale tra medico/operatore sanitario e paziente sembra essere diventata meno importante; sempre più il medico è diventato uno specialista che analizza un organismo e sempre meno una persona che, in base alla sua conoscenza e specifica esperienza, cura non solo la malattia ma la persona malata.

-il lavoro è parte importante della nostra vocazione.
Il carisma carmelitano ha cambiato la nostra vita, il modo di vivere i rapporti, l’amicizia, il tempo libero; il lavoro non può essere fuori da questa appartenenza.
Come può la fede non trasparire dai gesti che facciamo?

La prima base etica nel rapporto medico-paziente è il porre una forte base scientifica.

I medici santi lo sapevano.
-Gianna Beretta Molla (medico pediatra): “il nostro oggetto di scienza e di lavoro è l’uomo che dinanzi a noi dice di se stesso: aiutami. La nostra missione non è finita quando le medicine non servono più.
-Giuseppe Moscati (medico e ricercatore universitario): gli ammalati sono le figure di Gesù Cristo. Pensate che i vostri infermi hanno un’anima a cui dovete sapervi avvicinare, pensate che vi incombe l’obbligo di amare lo studio  perché solo così potete adempiere al grande mandato di soccorrere le infelicità.

Dobbiamo mantenere la tensione per la conoscenza; se no fare il nostro lavoro è difficile.
Ma i santi ci dicono anche che la natura del nostro lavoro è quella di rispondere al bisogno dell’uomo, che non è mai solo di salute.
La medicina è più scientifica (seria, rigorosa) più da’ considerazione alla persona; alla base dell’atto clinico sta una relazione personale.
Questo l’avevamo intuito 2 anni fa quando abbiamo individuato in scienza e carità le modalità del nostro lavoro. Il massimo della scienza e il massimo della carità possibili.
Scienza e carità non sono parole che si escludono a vicenda, né parole reciprocamente indifferenti che possono coesistere senza mai interagire, al contrario non solo tra scienza e carità è possibile una sintesi, ma, crediamo che non vi sia vera scienza se non animata dalla  carità, e contemporaneamente non possiamo essere caritatevoli se non siamo scientifici.
La scienza deve diventare attenta alla globalità della persona, per fare scelte adeguate al bisogno che abbiamo davanti, non può essere autoreferenziale e chiusa ad ogni contradditorio.
La carità non può essere semplice paternalismo, o buona educazione, esige una disponibilità ad un rapporto umano tra persone.

Abbiamo imparato che la scuola di cristianesimo non è teoria ma si può vivere nel quotidiano, in comunità, in famiglia; dobbiamo imparare a viverla nell’ambiente di lavoro, dove spesso è più difficile, per la fatica, le tensioni, le delusioni, i rapporti difficili che si possono vivere.

Il lavoro, ci ricorda la scuola di cristianesimo, è l’espressione più concreta, più faticosa dell’amore a Cristo: lavorare non è lavorare, ma fare la volontà di Dio.

Scuola di cristianesimo ci indica la strada; non una filosofia o una teoria, ma una capacità di giudicare la realtà che può cambiare il nostro modo di lavorare.

Da: Ambiente e riflessioni cristiane: l’io è le sue relazioni. Cristo vuole incarnarsi per mio mezzo nell’ambiente del mio lavoro, tra le persone con cui lavoro. La vera ricchezza del lavoro è lo stesso “uomo del lavoro” che lavorando edifica la propria umanità e quella di coloro con i quali e per i quali lavora.

Da: Cristo centro della vita: la conversione cristiana, il cambiamento che accade quando Cristo diventa il centro della vita. Non si tratta di un immediato cambiamento di strutture, ma dell’umile disposizione ad imparare pazientemente, umilmente, tenacemente, nuovi criteri di giudizio, una nuova maniera di implicarsi, un nuovo modo di affrontare i problemi, una nuova sensibilità che tenga conto di ciò che ci è stato rivelato, mostrato.

Da: Pregare nel mondo: vocazione è soprattutto il lavoro, perché esso rappresenta la fattiva partecipazione dell’uomo al progetto di Dio. Non c’è lavoro che non sia una chiamata di Dio, anche quando sembra dettato o condizionato dalle circostanze (anche se non l’ho scelto, o non mi piace, o non va come vorrei). Il mio lavoro è la materia della mia vocazione, del compito che Dio mi affida, della mia santità. Al lavoro, io sono alle dipendenze di Dio. Non solo il lavoro è una vocazione, ma va vissuto in modo da offrire a Dio il meglio.

Da: Nella terra del Carmelo, il compito: il mio lavoro avviene sempre secondo una modalità ultima: la modalità dell’offerta. Dell’offerta, non della pretesa o della rivendicazione. La prima grande opera, a tutti possibile, è la propria professione vissuta come offerta.

Tutte queste considerazioni per essere vere non possono rimanere parole, ma devono determinare concretamente il nostro lavoro quotidiano.
Affermare tutto questo condiziona, cambia il modo in cui si lavora, si usano le risorse.
E’ possibile questo per tutti gli operatori sanitari?
E’ difficile se si è soli, senza un contesto che ci aiuti: il movimento è questa amicizia che ci richiama al senso del lavoro, il luogo dove la nostra umanità viene coltivata, favorita, stimolata.
Questo cammino non lo stiamo percorrendo da soli.
Dobbiamo imparare ad amare quello che facciamo, perché questo ci permette di superare le difficoltà quotidiane, di essere meno distratti.
Ci sentiamo piccoli in termini di capacità di risposta, ma grandi per il livello di desiderio che abbiamo dentro e che la realtà ci suscita.

Vogliamo raccontare esperienze di come l’appartenenza all’esperienza del movimento cambia il nostro modo di lavorare, di essere presenza nel luogo di lavoro.

Ornella Gatti

Lavoro da 33 anni in una RSA come infermiera. Seguo 64 ospiti nell’ultimo tratto di vita molti dei quali con deficit fisici o mentali, corpi deformati dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla demenza. Persone che agli occhi di molti non hanno più ragione di vivere perché così come sono la vita non è più dignitosa. Invece noi sappiamo che c’è una dignità che va oltre quello che noi vediamo e percepiamo, la dignità dei figli di Dio. Prendersi cura di loro lo ritengo un privilegio anche se oneroso sia fisicamente che psicologicamente.
Il rischio dopo tanti anni è quello di indurirsi, inasprirsi, diventare vecchi prima del tempo.
L’incontro con il Movimento, la scuola di cristianesimo, l’amicizia mi hanno aiutata e mi aiutano a lavorare non solo perché “piace”, perché a lungo andare ci si può stancare, ma a lavorare con carità verso persone care a Dio; e attraverso loro lo servo, e lo devo servire nel migliore dei modi, meglio che posso.
Non si tratta di fare cose grandi, ma rispondere ai bisogni fisici o mentali con la certezza che la dignità e la preziosità delle persone passa attraverso i gesti quotidiani come lavarli, vestirli, portali in bagno, dar loro da mangiare o la terapia, e attraverso questi gesti rispondere sì al loro bisogno fisico ma ancor di più al loro bisogno più profondo, quello di sentirsi amati. Per esempio, l’antidolorifico dato con fretta e superficialità è meno efficiente del placebo dato dopo aver parlato un po’. E’ il capire quando hanno bisogno di conforto religioso. Ascoltare le loro storie. E’ un abbracciare e lasciarsi abbracciare. E’ stato un imparare a lavorare con la testa e con il cuore perché lavorare così ti aiuta ad essere più attenta, più intelligente, con più iniziativa, con più passione.
Ovvio che tutto questo costa fatica e non pochi scontri con i superiori e i colleghi perché sei l’infermiera rompiscatole, quella che non dà piatti unici per fare più in fretta, quella che bisogna portare l’ospite in bagno o prepararlo vestito bene ecc…
Mi ha aiutato anche a superare momenti difficili di scoraggiamento offrendo tutto anche per i colleghi.
Lavorare con professionalità, autenticità, umanità, ha fatto sì che sono diventata, al di la delle divergenze, un punto di riferimento.


Gabriele Tomasoni

Oggi riprendiamo un dialogo tra noi che non può prescindere dal tema degli esercizi di quest’anno.
Essere impegnati professionalmente nella cura della persona ci pone in una posizione di privilegiati,  di strumenti capaci di leggere la malattia, il bisogno dell’uomo malato  nella dignità assoluta conferitagli da Dio stesso.
La scienza , la medicina di oggi si propongono nell’incapacità a porsi in questa dimensione. Il dramma della medicina che ci viene insegnata è alimentato dalla capacità di ridurre la persona malata ad un puro bisogno umano non proiettato verso una dignità fatta di  Umano-Divino.
“ Il senso della sofferenza è soprannaturale in quanto si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed, è, altresì, umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione. ( Salv. Doloris )
Già negli incontri precedenti avevamo affrontato i temi specifici della morte indotta, del testamento biologico, delle cure palliative. Tutti argomenti importanti che chiedono a ciascuno di noi un giudizio ed una posizione professionale culturale motivata e supportata dalla scienza e dalla fede.
In questo nostro incontro, mi preme farvi partecipi non tanto di giudizi tecnici seppur importanti,ma di uno sguardo diverso verso il sofferente. Lo sguardo che Gesù stesso ci insegna ad avere.
L’amore per il prossimo, per il malato, non è generico, non è sentimentale, non è solo percezione . Il buon Samaritano ci insegna che la realtà che incontra in quel momento chiede un’azione, un coinvolgimento. Se per il Samaritano la realtà incontrata è stata occasionale, per noi che lavoriamo in sanità è quotidiana.
Le  sagge e dotte interpretazioni morali date nel corso della storia al significato della sofferenza con chiari riferimenti al vecchio e nuovo testamento ( Giobbe, Nicodemo, La passione di Gesù , S. Paolo …) sono sicuramente state di aiuto a molti malati che, per Grazia di Dio , hanno saputo vivere il loro stato in Santità . Per noi operatori, le stesse sofferenze ci interrogano sulla richiesta di coinvolgimento profondo. La Croce del malato è la stessa mia croce che mi è chiesto di portare per un breve o lungo tratto come Simone sul Calvario. Non possiamo avere alibi ti tempo, di impegni, di ruoli. La sofferenza del malato chiede di essere alleviata non solo fisicamente ( terapie, cure ) ma chiede una compagnia un coinvolgimento. E’ la nostra occasione di essere vicini a Gesù.
Riprendendo la parabola del Buon Samaritano per trarne un insegnamento, mi sembra poter dire che il gesto che compie è sicuramente compassionevole e consolatorio, ( non lo lascia solo ). Riferiamoci ora a ciò che accade nei nostri ospedali, gli esempi sono numerosi. I l malato soffre, la nostra capacità è compassionevole,e fin qui va bene, ma c’è un di più che ci è chiesto ed è la capacità consolatoria?
Per assurdo, anche l’eutanasia è un gesto compassionevole ma proprio perché manca della capacità consolatoria cioè di accompagnare il malato terminale nel suo cammino verso Dio si pone come rifiuto della unicità della persona .
Tante volte ci siamo detti la Grazia di vivere il quotidiano nella consapevolezza di una costante Presenza di Dio tra noi .( M. Delbrèl )
Non illudiamoci che solo lo scandire la giornata con gesti rituali di preghiera ci collochi nella tensione o meglio, nel cammino che Dio ha disegnato per noi, per me. Se io sono davanti al malato, lì Dio mi chiede una complicità del Divino-Umano. Il gesto ma è meglio dire, la mia persona che si pone come consolatoria è l’atto concreto fatto di professionalità, di razionalità, di psicologia ma  ,ancora di più è un gesto di non solitudine dell’uomo con Dio.
Mi riferisco quando parlo di consolazione allo stesso gesto professionale, al tempo perso per il malato, alla presa in carico del bisogno,il gesto è un gesto accompagnato al Divino,il tempo  è un tempo dedicato al Divino , il farsi carico è un farsi carico del Divino-Umano e dell’umano-Divino.
Dalla riflessione alla pratica.
C’è sicuramente il nostro limite che incombe ma nessuno , credo nemmeno il Signore, pretende la Santità immediata. Il limite però non può diventare una giustificazione ,un freno per il non agire. La consapevolezza di essere strumenti del Divino-umano non ci pone limiti immaginativi o temporali.
L’esempio del limite umano che ostacola la disponibilità consolatoria è nell’episodio del Vangelo quando Gesù prega nell’orto degli ulivi e chiede ai discepoli di vegliare e pregare , una richiesta di non essere solo. Quando la terza volta si accorge della solitudine , dice il Vangelo, “ rimase sconsolato”.
Ora, riflettiamo sul nostro operare: può un malato dire del nostro gesto, della nostra presenza sono stato consolato? O è più facile che rimanga sconsolato?
Non ci vengono chiesti artifici tecnici. La competenza ci è richiesta perché abbiamo una responsabilità che è di tutti i medici, cristiani e non. La passione ci è più o meno richiesta perché sappiamo cogliere il nostro lavoro con interesse, con fascino ma , anche la passione è sia dei medici cristiani che non. La compassione può essere fraintesa se finalizzata a rispondere del bisogno dell’umano anche se la compassione cristiana implica una capacità consolatoria.
La consolazione è però il di più che il cristiano sa porre nel rapporto e nel coinvolgimento della persona con il Divino che è nell’altro.


Bruno Platto

Come faceva notare Gianni Viviani oggi la relazione medico paziente  pare essere divenuta sempre meno importante.
Quasi che ,la sempre più vasta base scientifica dell’agire medico fosse ostacolo ad un buon rapporto con il paziente.
Come ricordavano prima  Gianni ,la  Ornella e Gabriele  la preparazione, il massimo della correttezza e precisione dell’agire  restano  il punto fondamentale  del buon lavoro medico; la prima etica è la correttezza  dell’agire nel rispetto  della massima scientificità possibile.
Anche l’esperienza di medico di medicina generale  è sempre più permeata di alta professionalità e buona tecnologia.  Negli ultimi anni abbiamo imparato a  gestire banche dati  di altissimo livello con possibilità di estrazioni  e ricerche significative. Negli ultimi anni  si è sempre più  sviluppata  una vivace  adesione a linee guida  scientificamete validate e a livelli di sempre maggior appropriatezza  prescrittiva sia diagnostica che terapeutica.
Tuttavia  ,anche questa professione,tradizionalmente capita come la più prossima  al paziente  negli ultimi anni  manifesta un certo distacco e una certa conflittualità con il paziente.
Ciò è spesso legato all’esasperazione di controlli burocratico amministrativi più legati a logiche economiche che a  effettive logiche  di assistenza.
Stà nascendo un medico  freddo ,tecnico, poco empatico????   Ma è così??
Un recente corso, organizzato dal nostro ordine professionale , dedicato ai giovani colleghi neo laureati   sulla comunicazione  della prognosi infausta ai pazienti ha evidenziato il grande imbarazzo comunicativo e la grande carenza nella gestione del rapporto con il paziente . Mi rendo conto che il problema  nasce già nella preparazione universitaria .che sforna medici molto preparati tecnicamente ma con scarsissima capacità di relazione con il paziente .
La stessa esperienza  che, da qualche tempo ,faccio presso l’ordine  mi permette di osservare come  le motivazioni delle lamentele dei cittadini  nei confronti dei medici  non siano tanto in relazione  all’errore (spesso capito ) quanto  determinate da un’assenza di rapporto ….(non mi ha degnato di uno sguardo, …..non si è neppure scusato…...era come se non ci fossi.)
Noi medici abbiamo legato il “curare “ all’esito ;  abbiamo lascito  credere che la guarigione , specie se eccezionale ,sia  sempre possibile. Sappiamo bene  quanto questo non sia reale.
Nel “ prendersi cura” invece  l’esito non è obbligato , perché il prendersi cura è un “rapporto”  in cui la vita entra tutta ….con i suoi successi e con le  sue fatiche , con i suoi sorrisi e con i suoi lutti.
Abbiamo inventato una Medicina Stupefacente , Straordinaria …che poco ha a che fare con il nostro lavoro  quotidiano che è fatto di piccole cose , spesso noiose e ripetitive.
Pensiamo ,per esempio,  al rilascio della “ricetta” : spesso lo demandiamo alla segretaria e se va bene all’infermiera….. è tempo perso!!!…. Eppure, spesso , è il momento in cui il lavoro di diagnosi  ,di ricerca intellettuale  si fa concretezza per il paziente. Potrebbe essere una straordinaria occasione comunicativa.

Mi permetto di leggervi una storia :
la storia di Ivan illick (Da : La morte di Ivàn Il’ič di L. Tolstoj
“Il maggior tormento di Ivàn Il’ič era la menzogna che lo voleva malato ma non moribondo, una menzogna accettata da tutti, chissà perché: bastava che stesse tranquillo e si curasse, e allora ci sarebbe stato un gran miglioramento… Ma egli sapeva benissimo che, qualunque cosa gli facessero, non ci sarebbe stato proprio niente, salvo che sofferenze ancora più tormentose e la morte. Questa menzogna lo tormentava, lo tormentava il fatto che non volessero riconoscere che tutti sapevano e che anche lui sapeva, e che volessero invece mentire sul suo terribile stato, e che per di più costringessero lui stesso a prender parte a quella menzogna. Quella menzogna, una menzogna perpetrata su di lui alla vigilia della sua morte, una menzogna che si sentiva in dovere di umiliare questo terribile atto solenne al livello delle loro visite di cortesia, delle tende in salotto, del pesce in tavola… era un orribile tormento per Ivàn Il’ič. E stranamente molte volte, mentre gli altri eseguivano i loro numeri su di lui, era stato a un filo dal gridare in faccia a tutti: smettetela di dire bugie, lo sapete benissimo, e lo so benissimo anch’io che sto morendo, almeno finitela di mentire. Ma non aveva mai avuto cuore di farlo.
L’orribile, tremendo atto della sua agonia era degradato da tutti quelli che lo circondavano alla stregua di qualcosa di casuale e di indecoroso (come se trattassero con un uomo che puzza entrato in un salotto), qualcosa che trasgrediva quello stesso “decoro” che Ivàn Il’ič aveva perseguito tutta la vita; egli vedeva che nessuno aveva pietà di lui, perché nessuno voleva capire la sua situazione.
Arriva un giovane chiamato Gerasim , un contadino robusto che deve fargli da servitore durante la notte
In verità egli diventa qualcosa di più.
Gerasim non ha difficoltà ad assistere lvan nei doveri più imbarazzanti, così come andare alla toilette, Non gli evita neppure la realtà della morte: "tutti moriremo, dunque per quale motivo dovrei essere contrario ad aiutarvi! ».
l simbolo di questo nuovo rapporto è il fatto - scioccante per la moglie - che  Ivan riesce il dormire "Solo se  Gerasim gli tiene i piedi sulle sue spalle per ore di fila. “
Questa è la storia …………dell' arrivare al centro dei bisogni umani.
Persino nella solitudine della morte, Ivan riconosce la falsità della sua vita, delle sue priorità e delle sue  scelte, e la  straordinaria serenità nel permettere a se stesso di essere debole e dipendente e nell' accettare la silenziosa tenerezza di Gerasim.
Vorrei portare un altro esempio:
Ennio Flaiano  (dopo la prematura morte della figlia) in un romanzo- film  ,inedito ,immagina che Gesù torni  sulla terra. “ed ecco un uomo condusse a Gesù la figlia malata  e disse “ io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami”. Questo è spesso ciò che ci chiedono…. Non solo di fronte all’inevitabile  e all’incurabile….ma sempre di  fronte al bisogno.
Questi sono esempi tratti dall’esperienza umana . ma c’è un di più.
C’è un esperienza umana redenta.
Paul Clodel “Dio non è venuto a spiegare la  sofferenza , è venuto a riempirla della sua presenza”
Hans Kung “Dio  non ci protegge da ogni sofferenza ma ci sostiene  in ogni sofferenza”
Il movimento ,nella quotidiana fedeltà delle amicizie,nella prossimità educativa  dei nostri frati ci è di stimolo e di esempio.
Quando diciamo”io sono l’amore di Dio per te”  (dove Te sono tutti gli altri) nasce una responsabilità grandissima nei confronti del prossimo.
E’ questa responsabilità che piega la scienza all’umano.
Penso che a noi venga chiesto questo : entrare nel quotidiano,viverlo, e trasformarlo in un momento straordinario …alla Gerasmin.
Abbiamo un compito  : “rendere straordinario il quotidiano”. Ma abbiamo esempi più prossimi alla nostra cultura  ….pensiamo a Madre teresa di Calcutta, ai nostri santi  medici( Molla,Pampuri, …)
Eppure la nostra fragilità  crea mille resistenze .
Allora  ci si appella alle colpe della Struttura, al poco tempo,alla troppa burocrazia  etc…. tutte cose vere ma ..Ne facciamo sempre una questione di centimetri ( fino a quando conviene? ,fino a che è opportuno? Quanto mi tocca di quel lavoro ?)
La prima grande opera possibile a tutti è la propria professione vissuta come offerta ,come chiamata  vocazionale..veniva ricordato da chi mi ha preceduto
San Giovanni della Croce  ci insegna ad abbandonare tutte le cose per riprenderle  dentro un rapporto più grande.
Qualche anno fa  ,per il compleanno , mio figlio mi ha regalato le opere di San Giovanni e nella dedica riportava una strofa  del Santo.
Penso che questa sia il centro del nostro lavoro:
“Giacqui e mi obliai, il volto sul Diletto reclinato; tutto cessò, e posai, ogni pensier lasciato
in mezzo ai gigli  perdersi obliato”

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