di Olimpia SCARAMUZZO

Domenica scorsa, in una giornata di sole e di quiete, ci siamo incontrati a Termini Imerese con gli altri amici responsabili della Sicilia per una giornata di lavoro e di amicizia. Siamo delle famiglie (al di là del termine “responsabili”) che si incontrano per mettere a tema la comunione di Cristo nell’esperienza del nostro Movimento.
Al di là di ogni apparenza, positiva o negativa, la cosa bella e pulita agli occhi di Dio è  riconoscere il valore semplice ma grande della nostra compagnia. Questo mi sembra l’invisibile essenziale. Poi cerchiamo come possiamo, con poverissimi mezzi, di offrire al Signore un pò di buona volontà, di fiducia, di serietà, di gioia, di amore… Lui che può rendere ancora più grandi tutte queste cose.

Abbiamo tutti i nostri limiti, i nostri pensieri che a volte sono così lontani dai pensieri di Dio, i problemi che ci ronzano nella testa e ci fanno stare in pena per tante cose, il bisogno di essere amati, capiti… Siamo quello che siamo, però siamo di Cristo, e Lui ci considera suoi amici; questo è un aspetto della nostra persona che non possiamo cambiare, non ci è costato nulla e non lo abbiamo meritato, è soltanto un dono del Suo amore per ciascuno di noi.

Quando facciamo fatica ad organizzare delle iniziative da vivere insieme alle altre comunità del Movimento, è solo per aiutarci a ridare al mondo un pò di questo dono che abbiamo ricevuto; anche se, ci aiutiamo ad essere generosi e intanto scopriamo che è sempre di più quello che riceviamo rispetto a ciò che diamo. Che possiamo fare di più grande in questa vita se non imparare a volerci un pò più di bene?
Questo, però, non può accadere se non crediamo che prima di tutto “siamo amati” da Dio. Ci vuole un po’ di verginità.

A volte penso che se le persone di una comunità vivono un problema o sperimentano una grazia, questo ha sempre a che fare col problema o con la grazia che sono io (come persona, come figlio…).

Siamo tutti di fronte a Dio… se io Gli manco, Gli manca tutto; la comunità è come un corpo che cerca sempre di compensare quando una parte soffre, o manca. È incredibile – per fare un esempio – come le vene riescano ad organizzarsi per trovare un'altra strada al sangue quando c'è un'ostruzione, o come i muscoli si stringano attorno ad un arto in difficoltà per proteggerlo dal dolore, o come gli anticorpi si organizzino meglio di un esercito per difendere l'organismo dall'attacco di un'infezione ecc. Anche noi dovremmo vivere così!
La Chiesa universale e ogni sua piccola comunità, come siamo noi, è esattamente questo corpo che vuole crescere per l'amore dello spirito di vita che riceve da Dio, e nello stesso tempo soffre perché si realizza nel fragile corpo di ognuno di noi.
Da soli tutto è più difficile, ma quando ci pensiamo come in un solo corpo allora i pesi e le gioie di uno sono di tutti.

Chi ha preso parte all’incontro di Termini Imerese… c'era per tutti.  Quello che conta  è riconoscere tutto il bene che c’è nelle nostre vite e la certezza che l’amore di Dio è più grande di tutte le nostre misure, calcoli, successi o fatiche. Come diceva P. Antonio, rispondendo a un'amica durante un incontro comune, “anche se una comunità fosse un porto di mare dove c'è chi va e chi viene, voi, se amate, preoccupatevi di essere il porto!”.

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