Epitaphios«ORA DEVE COMPIERSI CIÒ CHE FU SCRITTO»
La Passione di Cristo nelle poesie del grande scrittore russo Boris Pasternak:
un  originale incontro tra Vangelo, arte e liturgia

di P. Aldino Cazzago ocd

Anche volendolo, sarebbe assai difficile contare tutte le raffigurazioni artistiche sulla passione, morte e risurrezione di Cristo nel capo della pittura e della scultura. Alcune raffigurazioni sono, poi, un’originale approfondimento del mistero pasquale che sta al centro della liturgia della Settimana Santa tanto in Occidente quanto in Oriente.

La liturgia bizantina rivive gli ultimi avvenimenti della vita di Cristo con il canto della sua ricca e poetica innografia e con la contemplazione di alcune meravigliose icone (l’Ultima Cena, la Crocifissione, la Deposizione dalla Croce, la Discesa agli inferi di Cristo, l’apparizione alla Maddalena). Chi ha avuto modo di assistervi ha fatto una vera esperienza di unità con il mistero celebrato. Questo originale intreccio di liturgia e arte non ha lasciato indifferenti nemmeno i grandi della letteratura.

Il «mio cristianesimo»

I grandi scrittori russi dell’800 e del ‘900, pur non considerandosi sempre esemplari fedeli alla loro Chiesa, hanno sentito spesso la necessità di confrontarsi con il messaggio cristiano e, in particolar modo, con la figura di Cristo. Uno degli esempi più significativi di questo confronto è rappresentato dallo scrittore Boris Pasternak (1890-1960) con il romanzo Il dottor Divago, di cui nel novembre scorso si è ricordato il cinquantesimo anniversario della prima pubblicazione assoluta, avvenuta proprio in Italia il 23 novembre 1957. «L’atmosfera di quest’opera - scriveva alla cugina Olga Frejdenberg nell’ottobre 1946 - è costituita dal mio cristianesimo, un cristianesimo che nella sua ampiezza di vedute differisce alquanto da quello dei Quaccheri o da quello di Tolstoj, perché si basa su altri aspetti del Vangelo, oltre a quelli morali».

Lo scritto si conclude in una forma piuttosto nuova ed insolita: con 25 poesie attribuite da Pasternak a Jurij Zivago, il medico con la passione per la scrittura, protagonista del romanzo. Sette di queste poesie, pubblicate per la prima volta in Russia solo dopo il 1980, prendono spunto dal brano del Vangelo letto nei singoli giorni della «Grande e Santa Settimana» - la Settimana Santa nella liturgia bizantina - e sono la sua originale rilettura degli ultimi avvenimenti della vita di Cristo.

La Grande e Santa Settimana

In ricordo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, episodio del Vangelo letto la Domenica delle Palme, Pasternak compose la poesia «Giorni Cattivi»: «cattivi» perché nonostante gli osanna rivolti a Cristo «i cuori sono sordi all’amore» e «il disprezzo solleva i sopraccigli».

Al Vangelo del Grande e Santo Lunedì, che rievoca le parole di Cristo al fico sterile, egli affiancò la poesia «Miracolo». «Un fico si ergeva lì dappresso/ senza neppure un frutto, solo rami e foglie./ E lui gli disse: “A cosa servi?/ Che gioia m’offre la tua aridità?”». «Come è offensiva la tua sterilità!». Per lui solo il «miracolo», cioè solo Dio, può concedere al fico la forza e la capacità di portare frutti. Un preghiera della liturgia bizantina recitata in questo giorno ammonisce così i fedeli: «Temendo il castigo del fico, maledetto per la sua sterilità, portiamo frutti degni di conversione, o fratelli, al Cristo, che ci dona la grande misericordia».

Nel giorno del Grande e Santo Mercoledì la liturgia ricorda l’episodio dell’unzione di Gesù a Betania da parte della donna peccatrice. A questo fatto diversamente raccontato dai Vangeli sono dedicate due splendide poesie «Maddalena I» e «Maddalena II». Nella terza strofa della prima poesia Maddalena parla così del suo bisogno di eternità: «Oh, dove mai sarei adesso,/ Maestro mio e mio Salvatore,/ se durante le notti accanto al tavolo non mi aspettasse l’eternità,/ come un nuovo cliente, adescato/ da me nella rete del mestiere».

Nel Grande e Santo Giovedì la liturgia bizantina ricorda che noi riviviamo «quattro misteri: il santo Lavacro, la mistica Cena, la Preghiera di Gesù e il Tradimento». Due di questi avvenimenti - la preghiera di Gesù nell’orto e il tradimento di Giuda - sono al centro del componimento «L’orto del Getsemani»: «E guardando quelle nere voragini,/ vuote, senza principio né fine,/ perché quel calice di morte via da lui passasse/ in un sudore di sangue pregò il padre suo». «Lenito dalla preghiera lo spasimo mortale,/ tornò di là dalla siepe». L’incontro con Giuda è così tratteggiato: «E aveva appena parlato che, chissà da dove,/ ecco una folla di servi, una torma di vagabondi,/ torce e spade e, davanti a tutti, Giuda/ col bacio del tradimento sulle labbra».

La poesia «Nella Settimana Santa» servì a Pasternak per descrivere alcuni dei momenti narrati dai Vangeli del Venerdì e del Sabato Santo. Uno di essi è quello della sepoltura di Gesù e la liturgia bizantina lo rievoca con un rito, che colpì molto lo scrittore: i sacerdoti e i fedeli compiono una processione all’esterno della chiesa con «l’epitaphios», un drappo con l’effige finemente dipinta o ricamata di Cristo morto; rientrati in chiesa, il drappo viene prima posto sull’altare e poi, a ricordo del sepolcro, deposto su un tavolo ricoperto di fiori e di profumi preparato al centro della chiesa. In un momento di grande intensità i fedeli si avvicinano al drappo e dopo profondi inchini baciano tanto il drappo quanto il libro dei Vangeli, che è stato deposto sopra. La liturgia bizantina con bellissimi canti descrive lo stupore e la partecipazione della natura alla morte di Cristo. Il poeta ricrea la stessa scena con le seguenti espressioni: «E il bosco è spoglio e scoperto/ e, nella settimana di Passione,/ sta come una schiera di oranti/ la folla dei tronchi di pino». «Ma in città, su un esiguo/ spazio, come a un convegno,/ gli alberi nudi osservano/ oltre la cancellata della chiesa». «E il loro sguardo è atterrito./ Una ragione ha quell’angoscia./ I giardini escono dai recinti,/ vacilla l’ordinamento della terra: seppelliscono Iddio». «E vedono una luce al presbiterio,/ e il nero manto e la fila dei ceri,/ le facce in lacrime,/ e ad un tratto la processione/ esce incontro a loro col sudario,/ e le due betulle all’ingresso/ devono tirarsi di lato».

Ai vespri del Sabato Santo la liturgia avverte che, anche se la resurrezione di Cristo è ormai imminente, è tuttavia necessario prepararsi e attendere. Dice un inno cantato in questo giorno: «Faccia silenzio ogni umana carne,/ stia con timore e tremore./ Non abbia in sé alcun pensiero terrestre». L’invito della liturgia venne così ripensato da Pasternak: «Ma taceranno a mezzanotte ogni creatura e la carne,/ perché la primavera ha sparso la voce/ che, solo appena torni bel tempo,/ si potrà vincere la morte/ con lo sforzo della resurrezione».

«A me … affluiranno i secoli dall’oscurità»

La passione e la morte di Cristo contribuirono a rendere Pasternak ancor più convinto di un’idea fondamentale nella missione del Figlio di Dio: la libertà con cui Egli andò incontro al disegno di passione e di morte. Ciò avvenne soprattutto grazie alla ripetuta lettura dei Vangeli e di un libro di preghiere per la Pasqua della Chiesa ortodossa, sottolineato dallo scrittore proprio nelle parole che esprimono questo concetto: «O Signore per noi volontariamente paziente, gloria a te». Nella poesia «L’orto del Getsemani» Cristo, dopo aver rimproverato Pietro per aver tagliato l’orecchio ad uno di quelli che era venuto per catturarlo, parla così: «Ma il libro della vita è giunto alla pagina/ più preziosa d’ogni cosa sacra./ Ora deve compiersi ciò che fu scritto,/ lascia dunque che si compia. Amen». «Il corso dei secoli, lo vedi, è come una parabola/ e può prendere fuoco in piena corsa./ In nome della sua terribile grandezza/ scenderò nella bara fra volontari tormenti».
La conclusione è un potente e suggestivo squarcio su Cristo come compimento dell’intera storia umana: «Scenderò nella bara ed il terzo giorno risorgerò,/ e, come le zattere discendono i fiumi,/ per il giudizio, a me, come chiatte in carovana,/ affluiranno i secoli dall’oscurità».

Il Cristo di Pasternak

Ma chi era Cristo per Pasternak? I suoi studiosi osservano spesso che, pur proclamandosi cristiano egli non aderì mai in maniera formale alla Chiesa ortodossa russa. D’altronde i Pasternak erano ebrei e il bambino Boris fu introdotto al cristianesimo solo dietro le insistenze della governante Akulina Gavrilovna. Egli trascorse la sua gioventù nel tipico ambiente della borghesia ebrea russa. Eppure la figura di Cristo esercitò sempre su di lui un grande fascino. Lo scrittore e dissidente Andrej Sinjavskij, che lo conobbe bene, ricorda così quel fascino: «E [Pasternak] si mise a parlare di Cristo che viene a noi di là, dalle lontananze della storia, come se queste lontananze fossero l’oggi e declinassero verso sera con la trasparenza dell’oggi, fluendo in un illimitato futuro. […]. Cristo veniva oggi perché tutta la storia moderna incominciava da Cristo e dal Vangelo, non escluso il giorno presente. E Cristo era la realtà più naturale e più prossima. Per Pasternak non esistevano separazioni in secoli, popoli, chiese. […]. Guardando attraverso la piccola finestra i campi e le alture coperte di neve, Pasternak parlava di Cristo che viene a noi di là; parlava senza affettazione, senza alcun pathos solenne e magnificente, in modo semplice e quieto, come se quel “là” e quel “di là” fossero l’appezzamento adiacente alla sua casa, con tutto il panorama di campi coperti di neve e che si perdevano in lontananza».

 

Devolvi il 5 per mille alle missioni del MEC

Condividi su FaceBook

 

 

MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano

You must have Flash Player installed in order to see this player.