Conferenza rivolta ai genitori di alcune parrocchie della Franciacorta, impegnati nella catechesi dei figli, dettata dal presidente del Movimento Ecclesiale Carmelitano Lella Tomasini.

La crisi che stiamo vivendo è certamente crisi sociale, economica e politica, ma soprattutto antropologica perché tocca la natura stessa dell’uomo, che è fatto di desiderio, desiderio di Infinito. L’uomo è  uomo perché non gli basta mangiare, bere e fare l’amore. Se perde il suo Desiderio non è più uomo. Ma il desiderio umano non resta vivo da solo e ancor meno si alimenta nella società del benessere, se non trova un oggetto adeguato alle sue esigenze può estinguersi e con esso si estingue l’uomo. Il problema culturale di fondo della nostra  epoca  in occidente  sta nel riscoprire chi o che cosa  possa  ridestare il desiderio.

E allora non è difficile capire che la questione dell’educazione religiosa dei bambini è fondamentale, a livello umano prima ancora che religioso. Dio è l’oggetto più alto del nostro desiderio, l’uomo non può fare a meno dell’Infinito e se perdiamo Dio, se perdiamo la nostra coscienza di Lui, perdiamo la possibilità  di essere davvero uomini, perdiamo la possibilità di una felicità individuale e sociale. L’educazione religiosa dei nostri figli va letta prima di tutto così: non si tratta di crescere dei bravi e buoni bambini, prima di tutto, si tratta di  mantenere  in loro il desiderio dell’Infinito, che già li costituisce fin dalla prima infanzia.

COLTIVARE L’INNATA VITA INTERIORE DEL BAMBINO

E’ la stessa psicologia a documentare che esiste una spiritualità infantile innata, che viene prima delle scelte religiose degli adulti. Nei bambini esiste una tendenza ad un dialogo interiore con l’Infinito. Si interrogano spontaneamente sull’oltre, sul senso della realtà. Vogliono sapere che cosa c’è oltre il cielo, che cosa c’è dopo la morte, dove va a finire il gattino che è morto sotto i loro occhi, o la nonna che li ha lasciati. Una delle cose più belle dei nostri bambini è proprio il loro instancabile porre domande, perché è nel porre quelle domande che vengono davvero al mondo e aprono gli occhi sulla realtà e cominciano a divenire se stessi e a progettarsi.
In ciascuno di noi la vita interiore nasce proprio così. E senza esserne consapevoli a volte l’abbiamo lasciata emergere, altre invece l’abbiamo ostacolata. E’ facile oggi farla morire in fretta. Basta pensare al potere che viene esercitato sull’interiorità dei bambini dalle pressioni dei mass-media cui li esponiamo continuamente. E’ un potere di omologazione che li appiattisce in un conformismo devastante. Un potere fatto di continue chiacchiere e di rumore che impedisce loro di ascoltare la voce stessa del loro cuore, di avere le occasioni per leggere e interpretare che cosa accada in loro stessi. Un potere distruttivo che anche noi assecondiamo, quando ci mettiamo tutti zitti davanti alla TV, senza nessuna voglia di ascoltarli e di creare occasioni di silenzio e di comunicazione.

Noi per primi non abbiamo il coraggio di una vita interiore nostra, consapevole, ma lasciamo che venga riempita continuamente da qualcosa che viene da fuori e non ci appartiene. Ci lasciamo vivere dalla routine e lasciamo che altri decidano per noi i nostri gusti, le nostre aspirazioni, i nostri sentimenti, le nostre idee. E allora diventa fondamentale, nei primi anni di vita del bambino “allenare”  quella capacità innata  di un dialogo interiore. "Allenarlo" come?
Esercitando in loro la capacità di stare bene nel silenzio: silenzio delle parole, silenzio di fronte alla natura: chi avrà fatto tutte queste belle cose?
Non temendo di lasciarli, con la nostra compagnia, di fronte alle esperienze grandi della vita: la nascita, la malattia, la morte… E poi trasmettendo loro l’idea che siamo tutti figli, che anche noi grandi siamo tutti figli dello stesso Padre, che assomiglia al papà ma è anche mille volte più buono e più forte.
Ma soprattutto evitando di far finta di nulla ma rispondendo sempre alle domande "alte" dei bambini, anzi non perdendo mai l’occasione per alimentarle.

La spiritualità  è un mondo importantissimo che va consapevolmente nutrito dai genitori: se parliamo solo di soldi, di carriera, della cosiddetta politica, il bambino cade nel disinganno. 
Marcello Bernardi ha affermato: "La spiritualità è innata? Ma ogni bimbo è un principe della luce. Troppo spesso, però , nel giro di 15 anni diventa un cretino come noi. Sono 51 anni che vedo bimbi nascere, crescere e rapidamente inaridire".
Il noto pediatra invita gli adulti a riflettere,  per non macchiarsi oltre di una sorta di infanticidio. Reato, certo: la spiritualità incide sullo sviluppo della mente ed è da annoverare tra i "diritti del bambino". Un diritto finora ignorato.

Mi sono accorta che nella pedagogia il campo della spiritualità è disertato. Provate ad aprire un qualsiasi motore di ricerca in Internet, alla voce educazione religiosa dei bambini e vedrete che appaiono soltanto siti musulmani o ebrei. A noi cattolici la questione sembra non interessare.
Howard Gardner, docente di Scienza dell' educazione a Harvard, sostiene che abbiamo più intelligenze, per l'esattezza otto e mezzo. Questo "mezzo" è la spiritualità che tutti noi possediamo, quella per cui ci chiediamo: dove finiremo? Cosa c'è sopra di noi? Gardner la indica con un "mezzo" non perché vale meno, ma perché, tra le varie intelligenze, è la meno verificabile scientificamente".
Con questo "mezzo" che li fa guardare in su e con l'esperienza concreta di quaggiù, i bimbi collegano naturale e soprannaturale in arditi miscugli che servono, in primo luogo, a rassicurarli. A rassicurarli che sono venuti al mondo per un disegno buono, che sono amati e che non sono destinati alla morte.
La vita (intelligenza) interiore innata del bambino è come una finestra che gli permette di trascendersi, di aprirsi ad un mondo che va oltre i confini di questo mondo. Questa apertura è desiderio, ricerca, slancio che si manifesta in tutte le culture. E’ tensione verso la bellezza, la felicità e la verità.
Dobbiamo nutrire i nostri bambini di bellezza.

APRIRE LA VITA INTERIORE ALL’ESPERIENZA DI DIO

Per noi genitori cristiani questa apertura è spazio naturale per aprire il bambino alla conoscenza e all’esperienza  di Dio-Padre e di suo Figlio Gesù. E questo è il compito che dovremo affrontare con i  bambini in età scolare.
Non basta più a questo punto tenere aperta in loro un generico senso religioso. Occorre dare una fisionomia al Dio che hanno imparato ad ascoltare a modo loro. Occorre insegnare e far esperimentare.
Raccontare le storie della Bibbia (cartoni e libri ci aiutano) e soprattutto la storia di Gesù, le sue parabole, i fatti più comprensibili per loro.
Ma il racconto della fede non è uguale a tutti gli altri racconti. Se è la fede che vogliamo trasmettere sarà importante aiutarli ad immedesimarsi nei protagonisti del Vangelo, aiutarli a scegliersi un posto per stare accanto a Gesù che entra nella loro storia: la pecorella smarrita, Pietro che non molla mai anche se tradisce, Giovanni che appoggia la sua testa sul petto dell’Amico…
Ma perché questo possa accadere non come in una fiction, o come un gioco del fare finta, il nostro racconto della vita di Gesù deve essere un atto del nostro amore a Lui. Se, parlando di Gesù, lo facciamo amandolo noi per primi, potremo far sì che le nostre parole non siano solo un veicolo di  conoscenza di un personaggio del passato, ma passeremo loro la nostra certezza della Sua presenza, passeremo loro l'occasione di un vero incontro con Lui, vivo.

Quale immagine di Dio trasmettere?
Non quella che nasce dalla nostra rigida e sempre inappagata morale.
A volte i bambini ricevono da noi adulti  le nostre immagini  deformi e fortemente nevrotizzanti di Dio: il Dio giudice che punisce; il Dio contabile e della legge; il Dio che esige un alto rendimento; il Dio che vende a caro prezzo i suoi favori, ecc.
Le icone di Dio positive sono differenti:
- Dio che ha creato ogni uomo a sua immagine e che gli dona pienamente la vita;
- Dio che accompagna e protegge la vita dell’uomo come un “buon pastore”;
- Dio che si occupa degli uomini come un padre “materno”;
- Dio che soffre con l’uomo e che lo libera alla vita attraverso la sofferenza e la morte;
- Dio che si è mostrato agli uomini nel suo figlio Gesù Cristo.

Molto dipende da quello che accade al nostro cuore e alla nostra intelligenza, mentre trasmettiamo la fede. Neanche un insegnante può passare la sua materia allo studente se non ne ha lui per primo la passione. Tanto più in materia di fede. Il Cristo di cui raccontiamo non può esserci estraneo. I bambini prima ancora che il contenuto dei nostri racconti percepiscono la temperatura del nostro rapporto con Lui e sarà questa a far scattare anche in loro l’incontro con un Uomo-Dio vivo.

Ma vorrei sottolineare ancora che l’educazione religiosa, che passa attraverso l’insegnamento, non raggiunge il suo scopo se non è collocata in una vita familiare che ha “Dio dentro”.
Non parlo di coerenza, di bravura da parte nostra, ma parlo della nostra volontà di vivere le cose non separandole da Dio. Anche il cucinare un buon sugo per la pasta può diventare una preghiera, Dio si può trovarlo anche tra le pentole - diceva Santa Elisabetta - o in ufficio, o stirando una pila di biancheria. Dio non se ne sta rintanato nel tabernacolo. I nostri tabernacoli sono i nostri figli e i nostri mariti e i nostri studenti e i nostri pazienti… Dio è dentro la realtà quotidiana e il nostro sguardo lo cerca mentre viviamo la vita di tutti i giorni. Questo è quello che più arriva ai bambini, questo è quello che più li educa e rende fruttuoso anche l’insegnamento familiare e catechistico.

Non è possibile per me distinguere la mia vita quotidiana dall’educazione religiosa, sono la stessa cosa. Quello che ho cercato sempre di fare con i miei figli è stato il rendere familiare per loro la presenza di Dio, di Cristo nei momenti belli e in quelli difficili. Non ho mai separato Cristo da tutto quello che ci succedeva.

Un’ultima importante questione.
La fede si trasmette solo dentro un’esperienza di comunione.
Fin dal battesimo il bambino deve poter vivere non solo dentro la sua famiglia, ma dentro una famiglia di famiglie, dentro una comunità reale. La comunità parrocchiale come vera comunità, dove ci preoccupiamo insieme dei nostri bambini e cerchiamo insieme di far vivere loro in modo autentico i gesti della fede, come quello che sta accadendo qui oggi.

Lella Tomasini
Rodengo Saiano, 16 gennaio 2011


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