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Esercizi Spirituali 2007 - Part.

Convincente, appassionato, assolutamente grintoso! E’ il “look” scelto da P. Gino Toppan per trascorrere insieme agli studenti del nostro Movimento la “festa” degli Esercizi Spirituali. Li chiama “giorni di Grazia” che possono aiutarci a trovare il senso della vita. E ancora: “Tu hai un debito nei confronti dell’esistenza; non sei uno scheletro rivestito con pelle e ossa, tu sei una persona. E’ necessario liberarsi dalle mille paturnie che impediscono un vero dialogo con Dio. Festa vuol dire: aprire la propria casa, la stanza più intima, per invitare un ospite a mangiare. Bisogna, allora, da subito aprire la propria casa, la propria umanità preoccupandosi che l’altro stia bene. «Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo!». La festa ha a che fare con la libertà dell’uomo, con la necessità che l’uomo ha di diventare se stesso. In una società che lavora per la festa diventa festivo anche il giorno lavorativo; in una società che non lavora per la festa diventa lavorativo anche il giorno festivo”

 

“Ma qual è il senso del nostro tempo? Possibile – riprende P. Gino – che il tempo sia solo tempo consumato? Il tempo può diventare attesa in cui accade qualcosa di bello?”.

 

Spesso accade – e questo purtroppo è il dramma principale di molti giovani – di ritrovarsi a trascorrere il proprio tempo banalizzandolo in ogni suo aspetto, nutrendo il proprio desiderio di vita attingendo dai modelli comportamentali (indiscutibilmente fuorvianti e immorali) suggeriti dalla televisione. Il giovane si allontana sempre di più dalla realtà (credendo, invece, di appartenervi), si intristisce, vive il riposo settimanale, la festa, insieme ad altri amici che lo iniziano a “moderne” pratiche di festa (uso di alcolici, droghe, sessualità ecc.) ma in realtà scopre una lacerante solitudine, fino a raggiungere la punta estrema della vita: quella che conduce al “sacrificio umano”.

 

Leggiamo una testimonianza davvero raccapricciante:

 

«Mamma, sono uscita con amici. Sono andata ad una festa e mi sono ricordata quello che mi avevi detto: di non bere alcolici. Mi hai chiesto di non bere visto che dovevo guidare, così ho bevuto una sprite. Mi sono sentita orgogliosa di me stessa, anche per aver ascoltato il modo in cui, dolcemente, mi hai suggerito di non bere se dovevo guidare, al contrario di quello che mi dicono alcuni amici. Ho fatto una scelta sana ed il tuo consiglio è stato giusto. Quando la festa è finita, la gente ha iniziato a guidare senza essere in condizioni di farlo. Io ho preso la mia macchina con la certezza che ero sobria. Non potevo immaginare, mamma, ciò che mi aspettava... qualcosa di inaspettato! Ora sono qui sdraiata sull'asfalto e sento un poliziotto che dice: "il ragazzo che ha provocato l'incidente era ubriaco". Mamma, la sua voce sembra così lontana. Il mio sangue è sparso dappertutto e sto cercando, con tutte le mie forze, di non piangere. Posso sentire i medici che dicono:"questa ragazza non ce la farà". Sono certa che il ragazzo alla guida dell'altra macchina non se lo immaginava neanche, mentre andava a tutta velocità. Alla fine lui ha deciso di bere ed io adesso devo morire... Perché le persone fanno tutto questo, mamma? Sapendo che distruggeranno delle vite? Il dolore è come se mi pugnalasse con un centinaio di coltelli contemporaneamente. Dì a mia sorella di non spaventarsi, mamma, dì a papà di essere forte. Qualcuno doveva dire a quel ragazzo che non si deve bere e guidare... Forse, se i suoi glielo avessero detto, io adesso sarei viva... la mia respirazione si fa sempre più debole e incomincio ad avere veramente paura. Questi sono i miei ultimi momenti, e mi sento così disperata... Mi piacerebbe poterti abbracciare mamma, mentre sono sdraiata, qui, morente. Mi piacerebbe dirti che ti voglio bene. Per questo... Ti voglio bene e... addio»

 

(Queste parole sono state scritte da un giornalista che era presente all'incidente. La ragazza, mentre moriva, sussurrava queste parole ed il giornalista scriveva... scioccato. Questo giornalista ha iniziato una campagna contro la guida in stato di ebbrezza).

 

 

“La festa si rivelerà come il cuore dell’esistenza come la sostanza delle cose. La festa è la sovrabbondanza della bellezza come splendore della verità, è il tripudio della gratitudine, è la celebrazione della memoria, è lo scambio dell’amicizia e l’amicizia è l’incontro vero tra persone vere. Gli amici non sono i complici della disperazione. Io sono il dialogo eterno tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Le parole di Cristo riempiono di festa la vita. La festa è fatta con la materia della vita e la materia della vita è tutto (anche lo studio e le forme di amicizia). La felicità è il desiderio di ogni singolo uomo. In ballo c’è il problema del tuo destino il senso della tua vita, il senso della tua umanità. Abbiamo bisogno di uno stupore capace di sfidare la noia dell’esistenza, il mal di vivere. Ogni uomo viene al mondo col bisogno di essere amato. Ogni uomo vuole essere amato totalmente, insaziabilmente, infinitamente. Noi siamo infiniti nella capacità di essere voluti bene. In questo bisogno di essere voluti bene c’è il mistero di Dio. Il peccato originale ha scagliato il dubbio dell’amore e ha generato il sospetto. A causa del peccato al posto del dono è subentrata l’aggressione. L’insaziabilità si traduce in voracità: pieni di esperienze e poveri di esperienze; la totalità viene ridotta a parzialità per cui il desiderio impazzisce. L’amore infinito è depositato nel cuore aperto di Cristo, l’amore infinito si può incontrare nella Chiesa che è sposa di Cristo. Cristo ti manda avanti come testimonianza della sua promessa. La comunità non è una realtà perfetta. Essa è povera e ricca, se la comunità fosse perfetta nessuno di noi potrebbe farvi parte poiché ciascuno di noi è imperfetto. Bisogna riprendere a seminare amore a partire dalla propria famiglia, occorre essere l’amore per l’altro anche quando l’altro non lo merita. In casa tua, «tu» sei l’amore per le persone, anche se i tuoi genitori si stanno separando, «tu» sei l’amore in quella famiglia. L’amore deve riguardare ogni frammento della realtà e la realtà deve diventare una festa” (P. Gino Toppan).

 

 

Il ballo dell'obbedienza di Madeleine Delbrêl

 

“Noi abbiamo suonato il flauto e voi non avete danzato” 

 

E' il 14 luglio.
Tutti si apprestano a danzare.
Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza.
Ondate di guerra, ondate di ballo.

C'è proprio molto rumore.
La gente seria è a letto.
I religiosi dicono il mattutino di sant'Enrico, re.
Ed io, penso
all'altro re.
Al re David che danzava davanti all'Arca.

Perché se ci sono molti santi che non amano danzare,
ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,
tanto erano felici di vivere:
Santa Teresa con le sue nacchere,
San Giovanni della Croce con un Bambino Gesù tra le braccia,
e san Francesco, davanti al papa.
Se noi fossimo contenti di te, Signore,
non potremmo resistere
a questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo,
e indovineremmo facilmente
quale danza ti piace farci danzare
facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato.
Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza
della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da
condottiero,
di conoscerti con aria da professore,
di raggiungerti con regole sportive,
di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.

Un giorno in cui avevi un po' voglia d'altro
hai inventato san Francesco,
e ne hai fatto il tuo giullare.
Lascia che noi inventiamo qualcosa
per essere gente allegra che danza la propria vita con te.

Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,
non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire,
essere gioioso,
essere leggero,
e soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni
sui passi che ti piace di segnare.
Bisogna essere come un prolungamento,
vivo ed agile, di te.
E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l'orchestra
scandisce.
Non bisogna volere avanzare a tutti i costi,
ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco.
Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di
camminare.
Ma non sarebbero che passi da stupidi
se la musica non ne facesse un'armonia.

Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,
e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica:
dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza,
che la tua Santa Volontà
è di una inconcepibile fantasia,
e che non c'è monotonia e noia
se non per le anime vecchie,
tappezzeria
nel ballo di gioia che è il tuo amore.

Signore, vieni ad invitarci.
Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare,
questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in
cui avremo sonno.
Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,
quella del caldo, e quella del freddo, più tardi.
Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo
che sono tristi;
Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo
che sono logoranti.
E se qualcuno per strada ci urta, gli sorrideremo:
anche questo è danza.

Signore, insegnaci il posto che tiene, nel romanzo eterno
avviato fra te e noi,
il ballo della nostra obbedienza.

Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni:
in essa, quel che tu permetti
dà suoni strani
nella serenità di quel che tu vuoi.
Insegnaci a indossare ogni giorno
la nostra condizione umana
come un vestito da ballo, che ci farà amare di te
tutti i particolari. Come indispensabili gioielli.

Facci vivere la nostra vita,
non come un giuoco di scacchi dove tutto è calcolato,
non come una partita dove tutto è difficile,
non come un teorema che ci rompa il capo,
ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si
rinnovella,
come un ballo,
come una danza,
fra le braccia della tua grazia,
nella musica che riempie l'universo d'amore.

Signore, vieni ad invitarci.

 

M.N.

 

Gli Studenti che desiderano testimoniare l'esperienza vissuta durante gli Esercizi Spirituali possono inviare il testo al seguente indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

 

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