L’ECCIDIO AFGHANO E LA LIBERTÀ RELIGIOSA
di Giuseppe DALLA TORRE
L’uccisione di otto tra medici e infermieri protestanti, avvenuta nel nordest dell’Afghanistan, riporta di nuovo l’attenzione sul problema, gravissimo, della libertà religiosa insidiata in molte parti del globo. Nel caso specifico si trattava di cittadini americani, tedeschi e britannici, che da anni si trovavano in terra afghana svolgendo un prezioso servizio di assistenza sanitaria a popolazioni che ne sono estremamente bisognose. I taleban, da cui è giunta la rivendicazione del crimine, hanno giustificato l’efferata azione sostenendo che le vittime erano «missionari cristiani» e che portavano con sé Bibbie in lingua locale.
Può darsi che le cose stiano così; può darsi, cioè, che esponenti dell’islam più integralista abbiano ancora una volta manifestato il loro volto intollerante dinanzi a una presunta azione di proselitismo. Ma l’episodio induce ad approfondire maggiormente la questione della libertà religiosa, per ciò che attiene ai contenuti del relativo diritto.
Secondo la tradizione giuridica, di origine liberale, libertà religiosa significa libertà di manifestare pubblicamente la propria fede, di farne propaganda, di esercitare in privato e in pubblico il culto. Per quanto attiene ai cristiani la questione è però più complessa. E ciò per il semplice fatto che nucleo essenziale del cristianesimo è nella fede in Cristo, figlio di Dio incarnato, morto, sepolto e risuscitato, e nocciolo duro della morale cristiana è la
cristoconformazione,
cioè la sequela di Cristo che, come ci attestano gli Atti degli apostoli, «passò facendo del bene».
Dunque per il cristiano, chiamato a uniformarsi all’esempio lasciato dal Signore, la salvezza eterna postula la fede e la speranza, ma non si raggiunge senza la carità. Se Gesù è passato facendo del bene, il fedele è chiamato anch’esso a fare del bene, se vuol essere davvero cristiano. L’amore del prossimo è la via della salvezza; e prossimo non sono solo i familiari, gli amici, coloro che amiamo e dai quali siamo riamati. Che merito si ha, dice il Vangelo, a voler bene a chi ci vuole bene?
È per questo che, nel corso dei secoli, il cristianesimo ha disseminato nel mondo opere di carità di ogni genere – scuole, ospedali, istituzioni di assistenza alle categorie più bisognose – fornendo sostanzialmente agli Stati un modello per i moderni sistemi di welfare.
Voglio dire che se per il cristiano l’esercizio della carità è espressione essenziale e imprescindibile della propria fede, allora la conseguenza è che i contenuti classici del diritto di libertà religiosa, così come pensati dalla cultura liberale, devono necessariamente allargarsi. Anche l’esercizio in maniera istituzionale o associata della carità, nelle sue diverse possibili espressioni, diviene oggetto della tutela del diritto di libertà religiosa; e specularmente, anche l’interdizione all’esercizio associato o istituzionale della carità, nei più vari ambiti, concretizza una violazione della libertà religiosa dei cristiani.
La conclusione è, per tornare alla drammatica vicenda afghana, che anche laddove quei medici e quegli infermieri non avessero avuto con sé Bibbie e non intendessero affatto fare opera di proselitismo, la loro uccisione sarebbe ugualmente una grave violazione della libertà religiosa. Come ci ha insegnato Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est,
l’attività caritativa per il cristiano è fine e non mezzo, seppure per i più alti obiettivi.
Forse quei cristiani sono morti proprio perché, con le opere, testimoniavano silenziosamente ma eloquentemente Cristo.
(Avvenire, agosto 2010)
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