Nel “Castello Interiore” di S. Teresa d’Avila
NOTA INTRODUTTIVA

di P. Antonio M. Sicari

Prima di iniziare il nostro studio sul Castello interiore di S. Teresa d’Avila, è opportuno offrire al lettore almeno un breve profilo spirituale della Santa e l’elenco degli Scritti che ella ci ha lasciato.

Teresa de Ahumada nasce ad Avila nel 1515 e muore ad Alba de Tormes nel 1582. A un’infanzia segnata da un’istintiva e profonda tensione spirituale verso le realtà celesti ed eterne seguì un’adolescenza affascinata dal mondo (dalle sue ricercatezze e dai suoi amori), che però le lasciava un senso di vuoto e d’intima lacerazione. A vent’anni –vincendo una profonda ripugnanza– fuggì di casa per farsi monaca nel monastero carmelitano dell’Incarnazione, in Avila. Seguirono lunghi anni di profonda crisi spirituale: non si trattò mai di trasgressioni morali o di tradimenti vocazionali, ma di una disgregazione interiore che ella subì proprio a causa dei molteplici doni naturali di cui era dotata.

Da un lato, Teresa si sentiva trascinata dall’amore di Dio e dal bisogno di abbandonarsi ad una profonda e ininterrotta esperienza di contemplazione; dall’altro, però, si sentiva affascinata dai beni di questo mondo (l’amicizia, soprattutto) e non riusciva a conciliare le amicizie umane con l’amicizia esclusiva che Dio le donava e le chiedeva. Restò in questo stato fin alla «conversione», avvenuta quasi ai quarant’anni d’età. (cfr. V 9,1). Un giorno, contemplando un quadro che rappresentava Cristo flagellato e piagato, Teresa percepì che Gesù, vivo e vero, era di fronte a lei e implorava il suo amore e sentì –con l’intelligenza, il cuore, i sensi– di dovere rispondere donandogli tutta se stessa, in un continuo colloquio di adorazione e di contemplazione. Fu la scoperta dell’assoluta centralità della preghiera. A Teresa fu dato carismaticamente di capire di getto queste tre verità sostanziali: che «la storia della sua vita s’identificava con la storia della sua preghiera»; che la preghiera è «un dialogo d’amore con quel Dio da cui sappiamo d’essere amati»; che tale preghiera deve investire tutta l’esistenza e permearla in ogni piega come l’acqua imbeve un terreno arso. Queste tre verità avevano a che fare con la sostanza stessa della vocazione carmelitana. All’inizio Teresa non ebbe l’intento di riformare l’Ordine Carmelitano, ma solo quello di fondare un piccolo monastero che fosse per lei e per le sue poche compagne quel «paradiso in terra» che aveva sempre desiderato: un luogo dove amare Dio fino ad essere ferita in maniera insanabile dal Suo amore. Ma, giunta a questa prima maturazione, un nuovo aspetto del mistero cristiano le invase l’anima. Teresa ebbe, in rapida successione, notizie più dettagliate delle “grandi necessità” che in quegli anni travagliavano la Chiesa: le guerre di religione che insanguinavano l’Europa in seguito all’eresia protestante (cfr. C 1,1-2); il disumano sfruttamento che accompagnava la “conquista delle Indie” (il “nuovo mondo” scoperto da Colombo) (cfr. F 1). Ciò significò per lei l’intuizione sconvolgente che Cristo, benché risorto, continuava a soffrire nella sua Chiesa, e queste sofferenze ecclesiali dovevano essere accolte nel cuore di ogni vero “amico di Dio”, dovevano far parte dell’incessante dialogo che l’anima intrattiene con Cristo, dovevano essere lo scopo di tutte le preghiere, di tutte le penitenze, di tutte le opere compiute per Lui. Teresa si lasciò, così, persuadere alla grande impresa di riformare sia il ramo femminile che quello maschile dell’Ordine Carmelitano, per poter offrire a Dio numerosi luoghi e persone, tutti protesi «a salvare le anime», con la contemplazione e con l’azione. E fu un’impresa che ella accompagnò e sostenne con un suo ampio magistero che le meriterà il titolo di «Dottore della Chiesa». Dei fedeli laici, quasi non si parlava al tempo di Teresa, eppure ella si trovò spontaneamente ad insegnare e diffondere una dottrina spirituale utile per ogni stato di vita: una dottrina che racconta e celebra il legame profondo che Dio intende instaurare con l’anima di ogni battezzato, a bene del mondo intero.

«S. Teresa è uno di quegli autori che diventano come il pane quotidiano», così scriveva Charles de Foucauld, un celebre convertito degli inizi del secolo, che –dal giorno della conversione in poi– non smise mai di leggere e rileggere le opere della Santa carmelitana. E agli amici spiegava: «Non si può mai leggere troppo S. Teresa, o rileggerla troppo: vi si trovano un insieme senza confronti d’esempi di virtù e una dottrina perfettamente sicura: che spirito apostolico! Come quella di Dio la sua carità si estendeva a tutti gli uomini. Come veniva portata, dall’Amore di Gesù, all’amore delle anime!».

Ecco dunque qualche breve notizia sui suoi Scritti: 

1) IL LIBRO DELLA VITA  (V)
Teresa lo intitolò «Libro delle misericordie del Signore», e ne era gelosissima, perché diceva: «è la mia anima». Lo scrisse per spiegare al confessore la sua «maniera di pregare» e le grazie particolari che il Signore le faceva nell’orazione. E’ la prima documentazione del carisma proprio di Teresa: il dono di esperimentare e insegnare che la vita è una preghiera e che la preghiera è una vita. Tale persuasione si fonda, a sua volta, su una verità ancor più radicale: che ogni esistenza –se venisse raccontata da un punto di vista sufficientemente alto e sufficientemente profondo– potrebbe essere raccontata come la storia del rapporto orante che la creatura ha intrattenuto col suo Dio.
S. Edith Stein, ancora ebrea, lo lesse concludendo: «Questa è la verità». E non intendeva dire soltanto che Teresa avesse raccontato e manifestato «cose vere», ma che era verità  (verità assoluta, per tutti) il rapporto che quell’autobiografia raccontava.
Alla Vita bisogna aggiungere circa 60 brevi “Relazioni di coscienza” (REL), indirizzate ai confessori.

2) IL CAMMINO DI PERFEZIONE  (C)
Teresa lo scrisse per educare la sua prima piccola comunità e insegnarle a pregare. E’ il pendant comunitario della Vita. Anche la vita di una comunità può essere raccontata raccontando la sua preghiera; anzi una comunità cristiana la si costruisce costruendo la sua preghiera. Una comunità orante è tale: se ha uno scopo ecclesiale; se è virtuosa, cioè: se è legata assieme da forze vitali che permettono la preghiera dei singoli e la amalgamano; se fa del Padre nostro il suo codice di vita.

3) LE FONDAZIONI  (F)
Teresa racconta viaggi, fatiche, ideali da lei vissuti per fondare 16 monasteri. Il tema della «divina costruzione» (della propria esistenza, della comunità, di ciascun essere umano) si rispecchia nel resoconto di vocazioni  personali e di vicende storico-geografiche, che stanno alla base dei vari monasteri teresiani.

4) IL CASTELLO INTERIORE (M)
E’ l’opera più celebre e più profonda: l’uomo (ogni uomo) vi è descritto come abitazione nobile e sacra in cui tutto è predisposto per l’incontro  sponsale tra la creatura (l’io profondo di ciascuno) e il Dio che la attrae verso la «dimora più interna», per un “dialogo amoroso” sempre più avvolgente e unificante. E’ uno dei testi più decisivi di tutta la letteratura sul tema della «infinita dignità dell’uomo». E’ di questo testo che vogliamo soprattutto parlare.

A questi “Scritti” bisogna, inoltre, aggiungere molte preghiere, poesie e pensieri, composti da Teresa nel corso degli anni, a vantaggio delle sue monache.

 

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