Pagine e pagine sono state scritte in questi giorni per rievocare il 40 anniversario dello sbarco dell’uomo sulla luna avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969. Tra i tanti commenti del fatto riproponiamo quelli forse non troppo conosciuti di papa Paolo VI. Il primo è tratto del discorso all’udienza generale del 16 luglio, proprio nel giorno in cui iniziava la missione lunare. Il secondo, più breve, è invece il testo dell’Angelus di domenica 20 luglio che il pontefice lesse poche ore prima del fatidico sbarco sulla luna. I due discorsi rivelano una volta di più la grande capacità che Paolo VI ebbe di partecipare alle ansie e alle gioie degli uomini del suo tempo. Quarant’anni dopo le domande contenute nelle riflessioni del pontefice hanno ancora la capacità di farci riflettere. (P. Aldino Cazzago ocd).

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Dobbiamo anche noi accompagnare, osservando, pensando, il grande viaggio, che oggi s’inizia, degli astronauti verso la Luna. Ci ricordiamo delle letture degli anni lontani, tra le quali quelle del libro «Dalla terra alla luna», di Jules Verne. Ma quello era il regno della fantasia; una fantasia profetica, se volete, ma gratuita, irreale. Oggi siamo invece nel regno della realtà. Lasciamo, per ora, ogni considerazione circa il prodigioso strumento e circa gli eroici protagonisti della spedizione (che meritano di per sé un’altra meditazione); cerchiamo di guardare la realtà, di cui questo volo transplanetario ci procura il contatto.

E dapprima gli astri, lo spazio e il tempo; cioè, diciamo ora empiricamente, il mondo, l’universo. Noi moderni siamo così presi da osservazioni e da interessi immediati che siamo soliti a restringere in pratica il nostro orizzonte concettuale entro un raggio minimo e chiuso. Non pretendiamo affatto di avventurarci in una dissertazione sullo spazio, sul cielo, sul cosmo. Diciamo soltanto che l’impresa audacissima, imposta oggi all’attenzione di tutti, ci obbliga a guardare in alto, al di là del campo terrestre, a ricordarci dell’immensa e misteriosa realtà, in cui la nostra minima vita si svolge. Gli antichi guardavano il cielo più di noi, fantasticavano, costruivano miti inconsistenti e teorie fallaci, davano al quadro astronomico una grande importanza effettuale; non conoscevano le leggi fisiche e matematiche della scienza moderna, ma pensavano più di noi all’esistenza dell’universo. Una lezione d’astronomia da una mente creatrice, da una potenza segreta e superiore . . . Cioè: è creato.

Ecco allora una piccola, ma sempre grande lezione di catechismo, la quale illumina la nostra difficile meditazione sul cosmo. Ascoltate, come una voce profonda che sorga dagli abissi degli spazi e dei secoli: «In principio Iddio creò il cielo e la terra»! (Gen. 1, 1). Osservate il panorama del cielo e del mondo; misurate, se potete, la vastità; fatevi un concetto della densità di reale, di vero, di nascosto che vi è contenuta; provate un brivido di meraviglia alla grandezza sconfinata, che abbiamo davanti; affermate la distinzione irriducibile fra Dio Creatore e il mondo creato, e insieme riconoscete, confessate, celebrate l’inscindibile necessità, che unisce la creazione al suo Creatore (come potrebbe essere un solo istante senza di Lui?); e ricordate quest’altra stupenda e ripetuta parola della Bibbia, sempre al primo capitolo della Genesi (vv. 12, 18, 21, 25, 31): Dio vide che l’opera sua era buona; perciò era bella, era degna d’essere da noi conosciuta, posseduta, lavorata, goduta . . .

Questa scoperta nuova del mondo creato è assai importante per la nostra vita spirituale. Vedere Dio nel mondo, e il mondo in Dio: che cosa v’è di più estasiante? Non è questo il lume amico e stimolante che deve sorreggere la veglia scientifica dello studioso? Non è così che fugge il terrore del vuoto, che il tempo smisurato e lo spazio sconfinato producono intorno al microcosmo, che noi siamo? la nostra insondabile solitudine, cioè il mistero dei nostri destini, non è così colmata da un’ondata di Bontà viva e d’amore? Non vengono alle nostre labbra le familiari, ma sempre superlative parole, insegnate a noi da Cristo: «Padre nostro, che sei nei cieli»?

Sì, Figli carissimi, vengano alle nostre labbra queste abissali parole, mentre contempliamo la grande impresa dei primi astronauti, che metteranno il piede sul silenzioso e pallido satellite della terra, sfidando inaudite difficoltà, quasi cercando d’onorare l’immensa opera del Creatore; e ripetiamole per loro, per l’umanità, per noi. (Discorso all’udienza generale, 16 luglio 1969).

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Oggi è un giorno grande, un giorno storico per l’umanità, se davvero questa sera due uomini metteranno piede sulla Luna, come Noi con tutto il mondo trepidante, esultante e orante auguriamo possa felicemente avvenire. Faremo bene a meditare sopra questo straordinario e strabiliante avvenimento; a meditare sul cosmo, che ci apre davanti il suo volto muto, misterioso, nello sconfinato quadro dei secoli innumerevoli e degli spazi smisurati. Che cos’è l’universo, donde, come, perché? Faremo bene a meditare sull’uomo, sul suo ingegno prodigioso, sul suo coraggio temerario, sul suo progresso fantastico. Dominato dal cosmo come un punto impercettibile, l’uomo col pensiero lo domina. E chi è l’uomo? Chi siamo noi, capaci di tanto? Faremo bene a meditare sul progresso. Oggi, lo sviluppo scientifico ed operativo dell’umanità arriva ad un traguardo che sembrava irraggiungibile: il pensiero e la azione dell’uomo dove potranno ancora arrivare? L’ammirazione, l’entusiasmo, la passione per gli strumenti, per i prodotti dell’ingegno e della mano dell’uomo ci affascinano, forse fino alla follia. E qui è il pericolo: da questa possibile idolatria dello strumento noi dovremo guardarci. È vero che lo strumento moltiplica oltre ogni limite l’efficienza dell’uomo; ma questa efficienza è sempre a suo vantaggio? Lo fa più buono? più uomo? O non potrebbe lo strumento imprigionare l’uomo che lo produce e renderlo servo del sistema di vita che lo strumento nella sua produzione e nel suo uso impone al proprio padrone? Tutto ancora dipende dal cuore dell’uomo. Bisogna assolutamente che il cuore dell’uomo diventi tanto più libero, tanto più buono, tanto più religioso, quanto maggiore e pericolosa è la potenza delle macchine, delle armi, degli strumenti che l’uomo mette a propria disposizione. (Angelus, 20 luglio 1969).

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