Libertà di essere felici
di P. Antonio Maria Sicari
Quando si parla di “libertà laicale”, bisogna dare subito alla parola libertà il suo senso più immediato: il senso in cui la percepiscono perfino i bambini e i ragazzi, per i quali essere liberi significa non sentirsi costretti da nulla, soprattutto quando un qualche “piacere” li attrae.
“Sono libero se posso fare quello che voglio”; “sono libero se non trovo ostacoli nel fare quel che mi piace”: così pensa istintivamente l’uomo (i piccoli e i ragazzi hanno il merito di dirlo apertamente).
Sarebbe un errore contraddire questa percezione istintiva con troppa fretta, deridendola o demonizzandola.
Difatti, la prima espressione ha in sé qualcosa di divino: non è Dio a poter fare tutto quello che vuole? non preghiamo forse dicendo a Dio: «Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra», impegnandoci ad assecondarlo in tutto ciò che Egli vuole?
E anche la seconda è un’espressione paradisiaca: «Lo tuo piacere ormai prendi per duce» (Purgatorio, XXVII, 131), dice Virgilio a Dante quando lo lascia alle soglie del paradiso terrestre, finalmente ritrovato.
Per attraversare inferno e purgatorio c’è stato bisogno di una guida saggia (Virgilio, appunto). Per inoltrarsi nel paradiso terrestre, basta lasciarsi condurre dal proprio piacere, cioè dalla naturale inclinazione (ormai completamente purificata) verso il Sommo Bene.
In altre parole, quelle che sembrano espressioni capricciose di bambini immaturi sono invece espressioni divine che solo Dio può permettersi, o sono espressioni paradisiache.
Non solo ma, se anche l’uomo peccatore riesce a pronunciarle, è soltanto perché egli è stato davvero creato a immagine di Dio.
Tanto è vero che quelle espressioni (“posso e voglio fare quello che voglio”) possono giungere a volte fino a toccare vertici di inaudita tragedia: l’uomo può contraddire la volontà di Dio, può distruggere il Suo disegno, può perfino dannarsi, sfuggendo eternamente alle mani del suo Creatore e Salvatore.
Si tratta di una possibilità terribile, ma essa dice quanto sia già grave e seria la frase apparentemente capricciosa del fanciullo che “vuol fare ciò che vuole”.
D’altra parte l’uomo che si lascia determinare dal piacere cerca un appagamento pieno che gli viene ogni volta dilazionato.
«Ognuno è attratto dal suo piacere», dicevano gli antichi, e S. Agostino si dichiarava assolutamente d’accordo, anche se desiderava che l’uomo si lasciasse attrarre dal sovrabbondante e vittorioso piacere della grazia di Dio.
Nietzche riconosceva, da parte sua, che «ogni piacere vuole eternità», e la frase è oggettivamente al limite della preghiera.
La nostra volontà dovrebbe poter fare quello che vuole, perché Dio la ha fatta per tendere al bene (ed è sempre un qualche bene che essa cerca, anche quando decide di fare il male).
La nostra libertà dovrebbe poter essere sempre soddisfatta perché anch’essa è stata creata per l’eterna beatitudine, e la felicità è il dovere della libertà.
Tale era infatti il disegno gioioso e originale di Dio: la nostra volontà sarebbe sempre stata protesa al bene e al giusto piacere, se fossimo rimasti orientati a Lui Sommo Bene.
Il nostro male non è di voler fare quello vogliamo, ma di poter volere il male nascosto sotto l’apparenza di un qualche bene
Il nostro male non è quello di tendere irresistibilmente alla felicità, ma di non riuscire a identificarla né tanto meno a realizzarla, e di accontentarci di mille surrogati.
Paradossalmente il nostro dramma è quello non essere davvero liberi.
E’ questa scoperta che deve portarci a sognare il principio, quando tutta la creazione era «un grembo amorevole» che custodiva e educava la nostra libertà.
Allora tutti eravamo immersi in una nativa obbedienza ai legami voluti dal Creatore (con Lui, col prossimo, col mondo), nella quale eravamo pienamente liberi.
La nostra libertà era tutta adagiata nel grembo della Libertà divina.
E liberi saremmo rimasti se tutta la creazione –fatta in Cristo e a Lui destinata– avesse mantenuto il suo carattere filiale.
Il peccato originale ha frantumato i legami e le obbedienze, e così la nostra volontà fatica ad identificare il suo bene, e la libertà s’inganna sul piacere che la attrae.
Per nostra salvezza, come abbiamo già visto, Gesù è venuto sulla terra per ricostruire –in se stesso e a partire da se stesso– l’originale tessuto di obbedienze.
Perciò Egli diceva: «Solo se il Figlio vi libera, sarete liberi davvero!» (Gv 8, 36).
E’ importante saper distinguere tra la vera libertà imparata dal Figlio di Dio (libertà come risposta) e la falsa libertà di uomini senza vincoli (libertà come disorientamento).
P. Antonio Maria Sicari, Ci ha chiamati amici, Jaca Book, pp. 131-133.
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