di Fr. Rosario BOLOGNA Se penso alle parole che, nel MEC, sono state autorevoli per la mia vita, a tal punto da fargli prendere una direzione nuova e definitiva, non posso che ritornare con la mente agli Esercizi di Lignano del 2003: la sottolineatura fatta da P. Antonio sul carisma carmelitano, declinato nello slogan “pregare come respirare”, mi ha aperto spazi infiniti e di riflessione e di vita stessa.
Capire in quel momento l’importanza della mia vita, intuire che la struttura stessa del mio essere è fatta per l’appuntamento con Dio non mi ha fatto più essere lo stesso. Non che prima non vivessi “cristianamente”, ma una sorta di schizofrenia mi portava a tenere separata la mia vita (con lo studio e le amicizie) dal rapporto col Signore, che aveva sì un suo spazio nella giornata ma non era ancora il filo che teneva unito tutto.
Prendere coscienza di una tale dignità mi ha permesso di vivere meno banalmente e meno superficialmente, cercando Dio nascosto dietro le situazioni, gli avvenimenti e le persone, ponendomi con più verità questa domanda: “Signore, che cosa vuoi da me?”. Rispondere con serietà a questo interrogativo ha voluto dire per me lasciare tutto e decidere di donarGli tutta la vita nel Carmelo. Mi accorgo di quanto questa parole, autorevoli in quel preciso momento della vita, lo siano ancora adesso: accorgersi e non dimenticare che il mio io è fatto per un rapporto di amicizia con Lui mi spinge ogni giorno – pur con tutti i miei limiti – ad esserci tutto intero e tutto vero nel rapporto con Lui; e mi spinge anche a ricordare o svelare questa verità a chi la sta in qualche modo cercando.
Lavorando con i ragazzi, per esempio, ti rendi conto di quanto sia difficile per loro pregare: troppo stridente spesso è la dissociazione tra vita e rapporto con Dio; ti accorgi anche di quanto bisogno abbiano di un rapporto più profondo col Signore, di quanta voglia abbiano di credere di più e più fermamente in Lui, di quanta sofferenza ci sia in alcuni nel non riuscire a vederLo o a sentirLo vicino. Come far maturare allora in loro quelle parole che sono state autorevoli per me? Attraverso un’esperienza diretta: ed ecco allora la decisione di trovarci, prima di ogni incontro, per 30 minuti di preghiera davanti al Santissimo per far loro riscoprire un volto, un “Tu”: imparare a pregare, scoprirsi abitati, rendersi conto che non siamo vuoti: penso che il nostro Movimento abbia molto di autorevole da dire e molto sta già dicendo quando si sottolinea la “pedagogia del cuore”.
Queste prime “parole autorevoli” hanno permesso di strutturare più saldamente la mia persona. Faccio un po’ fatica a capire che cosa avrei fatto se non fossi stato serio con quella intuizione e se non avessi incontrato il Movimento: forse l’insegnante, forse una famiglia, non lo so! So, però, che la mia vocazione e la mia persona – che poi sono la stessa cosa – sono così talmente legate al MEC da non poterne fare a meno perché qui ho compreso la parola vera di Cristo sulla mia vita.
Da qui nasce una seconda parola autorevole, forse più implicita che esplicita: privilegio. Da quel momento in poi, ogni situazione vissuta in questa storia è divenuta un’occasione in cui mi sono sentito privilegiato, come se ogni parola, ogni gesto, ogni richiesta, ogni incontro fossero rivolti a me personalmente. È il privilegio di chi si sente toccato da una grazia grande e che a volte ti sembra immeritata: ti viene donata una storia e degli amici per poter amare di più il Signore, ti viene fatto il dono grande di qualcuno che sa mostrarti e indicarti che cosa il Signore vuole da te in questo momento, di qualcuno che sa rendere attuale e viva per la tua esistenza la Parola di Dio, permettendoti di vivere con speranza. Avere ben chiaro nella mente e nel cuore tutto questo ti consente di vivere nella vita ringraziando: ed è un bel vivere quello chi sa passare attraverso le circostanze della vita avendo sempre Qualcuno da ringraziare!
Un ultimo pensiero su altre due parole che in questa storia mi hanno aiutato a crescere: obbedienza e responsabilità, che sono l’altra faccia della parola libertà. Crescere in un posto che avverti come casa tua mi ha permesso di vivere ogni situazione da figlio, di sentirmi sempre libero perché c’è sempre uno sguardo buono sulla mia vita. Non ho mai amato così tanto l’obbedienza come negli ultimi anni (ed in questo mi ha aiutato molto l’esperienza in convento); non è sempre facile, ma ti rendi conto di quanto obbedire sia liberante: non perché ti scarica da responsabilità ma perché intuisci che stai obbedendo ad un altro che Dio ha messo sulla tua strada per te. O si crede davvero che Cristo ci raggiunge attraverso la sua Chiesa, e per noi attraverso quel pezzetto che è il MEC, e cioè anche attraverso chi ha un ruolo di responsabilità – e, allora, obbedire significherà fare la Sua volontà – oppure si rischia di vivere in casa propria non da figli. Dall’altra parte, la parola responsabilità (ed in questo momento della mia vita mi è chiesto di avere un ruolo di tal tipo con gli studenti) si è riempita di una valenza più profonda: dal normale e banale orgoglio per un incarico ricevuto ho imparato, col tempo, che essere responsabili significa avere anche una forte capacità di gioioso sacrificio; significa essere capaci di lavorare insieme rinunciando talvolta a se stessi per il bene più grande che è l’unità; avere molta pazienza e fedeltà, saper sopportare ferite e delusioni in vista di un amore più grande. Significa, sul versante dei ragazzi, prendersi a cuore il loro destino, il loro futuro, provare a tirar fuori il bene e la grazia che è in loro; significa anche sapere che di Redentore ce n’è uno solo, e noi siamo solo strumenti.
Tutto questo lo faccio maturare nell’esperienza faticosa ma splendida che stiamo vivendo tra responsabili: penso che si possa dire con verità che tra noi ci sia una profonda amicizia e non perché abbiamo caratteri simili, ma perché abbiamo imparato a guardare tutti verso lo stesso punto, verso lo stesso Volto, che è quello di Cristo.
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