Grande attesa per l’incontro-meditazione di Padre Antonio M. Sicari sul Natale.
Le comunità di Alcamo e Castellammare del Golfo si sono mobilitate per gli inviti.
Ma perché? Forse perché si vuole il salone pieno? Oppure perché si vuole fare bella figura? No, niente di tutto questo. Si invitano amici e conoscenti un po’ come gli angeli hanno invitato i pastori alla grotta. C’ è qualcosa che può cambiare la vita delle persone che abbiamo invitato, c’è una preoccupazione buona per la loro vita come per la nostra, c’è il desiderio di non perdere un’occasione per diventare quello che davvero siamo. Viviamo come se non lo sapessimo davvero. Sì, lo sappiamo in teoria, e lo diciamo anche. Ma in pratica non lo viviamo. Allora preghiamo e invitiamo perché sappiamo che sarà una meditazione in cui il Natale, la rinascita della vita di Dio nel cuore e nella mente, può accadere.  E quindi può accadere la GRANDE GIOIA annunciata dagli angeli. Al di là delle grate, le suore clarisse di clausura che ci ospitano pregano. Un canto introduce l’incontro e Padre Antonio parla dell’attesa.

“Cosa significa vivere l’attesa del Natale? L’attesa di un avvenimento che si è verificato 2000 anni fa? Non significa fare finta, fare memoria, coltivare i buoni sentimenti o le buone emozioni. Se vi-viamo la vita così – facendo ‘come se’ Gesù nascesse, ‘come se’ arrivasse il Natale – la nostra fede è destinata prima o poi a sgretolarsi. La parola ‘attesa’ invece riassume le maggiori sofferenze della nostra vita, piena di attese vissute male. Attese a volte lunghe e vuote, come quelle di chi ormai de-ve passare la vita in un carcere. Attese a volte brevi ma talmente frequenti da riuscire a riempire di frammenti privi di contenuto le nostre giornate (l’attesa dell’autobus, della fine della scuola, del pranzo, ecc). Attese a volte riempite di dolore, paura e  angoscia, a volte riempite dalla musica dell’i-pod o da chiacchiere. Attese di cose belle e buone che si desiderano e che invece per vari mo-tivi non arrivano a compiersi e lasciano il cuore ferito. La Chiesa invece ci insegna come vivere be-ne ogni attesa, spiegandoci il suo reale significato”.

Padre Antonio legge uno stralcio della lettera di San Paolo ai Romani: «La creazione tutta attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio, perché è stata sottomessa alla caducità e attende di essere liberata dalla schiavitù della corruzione. Tutta la creazione geme e soffre, nelle doglie del parto, ma anche noi gemiamo, aspettando la redenzione del nostro corpo, l’adozione a figli. E allo stesso modo, anche lo spirito di Dio, viene in aiuto alla nostra debolezza, perché noi non sappiamo neanche cosa domandare, ma lo Spirito intercede per noi e geme con gemiti inesprimibili».

“Se noi – spiega P. Antonio – non sapessimo cosa sono gravidanza e parto, la fatica e il dolore che li segnano ci sembrerebbero cose terribili. Invece il sapere che il travaglio avrà un esito assoluta-mente bello e grande, rende la fatica e il dolore pieni di significato. Scompaiono ansia e paura, perfino il dolore e la sofferenza vengono vissuti in pienezza come via per dare amore alla creatura che sta per nascere. Tutta la realtà, tutta la storia, tutto il tempo delle attese va vissuto così, come tempo che serve per far nascere una nuova creatura. E questa creatura è il figlio di Dio che sono io e che sei tu. Una nascita accompagnata dalla consapevolezza che nasce una creatura che è per sempre.  Dio stesso nasce così come un bambino e si fa carne. Così tutta la nostra storia è concentrata in un punto in cui non avviene nulla di straordinario. Una donna (Maria) a cui Dio si avvicina, una donna fatta secondo il cuore di Dio. Maria capisce che Dio è Padre, è Figlio che comincia a vivere dentro di lei ed è Spirito Santo, energia e amore di Dio che lavora il suo corpo. In questo bambino che nasce c’è dentro tutto quello che Dio può donarci, cioè se stesso. Tutti aspettano la felicità, la verità, la bontà, il grande amore, la salvezza del mondo. L’uomo si affida solo alla ragione umana, oppure al-la scienza, oppure a un bel progetto sociale, oppure a una razza eletta, a un progetto, a un’analisi psicologica, senza riuscire a compiere minimamente l’attesa. Invece il cristianesimo dice che la grande speranza, la grande salvezza, il grande amore, la grande redenzione, comincia con qualcosa che è qui adesso, subito; questa ragazza con questo bambino che è dentro di lei, portatore della presenza stessa di Dio. Ciò che è accaduto 2000 anni fa indica l’inizio di una storia: Gesù nasce, muore, risorge, diventa Gesù eucaristia e rinasce nel cuore di ciascuno”.

Padre Antonio racconta poi la vicenda di una bambina che diventerà presto beata, Antonietta Meo, vissuta negli anni trenta e morta a soli sei anni e mezzo. “Il mistero della realtà in questa bambina accade in una maniera impressionante. La piccola per prepararsi alla comunione scrive una letterina a Dio ogni sera, e si rivolge al Padreterno con queste parole: ‘Caro Dio, mi hanno detto che Natale viene fra trenta giorni, ma perché non può venire domani? Io desidero tanto, tanto, tanto che tu vieni dentro di me e che ti trovi bene. Quando sei venuto la prima volta hai sofferto un po’ sulla paglia, ma io voglio che con me tu ti trovi bene. Ma io non posso riceverti così, bisogna che qualcuno mi aiuti. Dì alla Madonna che venga lei a riceverti nel mio cuore’. Ed è proprio vero che se non si accoglie l’eucarestia aiutati dalla Vergine Santa, un po’ alla volta si finisce per banalizzare questo sacramento! La piccola scrive ancora: ‘Ma se tu vieni dentro di me, io ho tante cose da chiederti. Tu mi devi regalare tante anime, ma tante tante. Ma sai perché? Perché sono tue e devono venire in cielo a darti gloria’. La bambina mette nel proprio cuore tutti i problemi del mondo perché sono problemi fra lei e Gesù che deve ricevere. Continua: ‘Però come faccio io? Perché senza di te non posso fare niente. Allora dammi la tua grazia, metti dentro di me il seme della tua grazia’. Poi offre tutte le sue sofferenze a Gesù e alla Madonna e dice: ‘Sai, io so di essere sulla croce!’ Poi scrive: ‘Caro Dio Padre: che bello il tuo nome! Ti voglio bene, ma tanto sai, ma tanto tanto tanto. Ma come fanno gli uomini a non essere contenti di chiamarti Padre? Perché non metti la mia vita dentro di Te?’. Una bambina che nelle sue letterine dice in continuazione ‘io voglio’ e impegna tutta la sua volontà  perché accada il Natale, perché accada quello che è accaduto in Maria, cioè una speranza che diventa sostanza. Per i cristiani la speranza è una sostanza che esiste. Questa sostanza in Maria diventa il bambino Gesù. Nei santi questo avvenimento si ripete e riaccade tale e quale. Come in questa santa bambina, una bambina che aspetta Gesù, che viene dentro di lei, le dilata il cuore fino a farlo diventare a misura dell’universo. La fede non è dire ‘io penso questo, io sento questo’, neanche ‘io credo questo’, poiché fin quando la fede rimane a livello mentale, non accade niente. La fede è una sostanza divina, la vita di Dio, che comincia in Cristo, nella sua natura umano-divina e poi si dilata. Per esempio, quando due persone si sposano, chiedono a Dio che il loro sentimento reciproco, il loro amore diventi una sostanza. Oppure quando un bambino viene battezzato, i genitori chiedono che la sostanza umana del loro bimbo appartenga a Cristo, diventi una sostanza divina. Riconoscono che accade il fatto che il loro bambino diventa figlio di Dio e che la sostanza di figlio di Dio è più importante di quella che i genitori gli hanno dato naturalmente. Il papa nella sua enci-clica sulla speranza, ha usato una formula difficile: afferma che la fede è sostanza di cose sperate. Se hai una speranza nella vita, questa deve diventare la sostanza che esiste qui e ora dentro di te. Il Natale sono io che per grazia sto diventando figlio di Dio… qui adesso!!! Ad ogni Natale che passa, ad ogni Messa che ascolto, un po’ di più”.

Al termine della sua riflessione, Padre Antonio legge una poesia di Clemente Rebora, uno dei più grandi poeti italiani. La poesia “Dall’immagine tesa” è forse la più grande lirica religiosa del nove-cento, scritta alle soglie della sua conversione. Di questa poesia Rebora parlerà con Montale, spiegandogli che l’arrivo di un Dio atteso con tutto il cuore è un sussurro sottile e che per sentire Dio bisogna abituarsi a cogliere  questo bisbiglio, che poi si riesce a sentire dappertutto.

“Dall'immagine tesa/ vigilo l'istante/ con imminenza di attesa –/ e non aspetto nessuno:/ nell'ombra accesa /spio il campanello /che impercettibile spande/ un polline di suono – /e non aspetto nessuno: /fra quattro mura /stupefatte di spazio /più che un deserto /non aspetto nessuno: /ma deve venire; /verrà, se resisto, /a sbocciare non visto, /verrà d'improvviso, /quando meno l'avverto: /verrà quasi perdono /di quanto fa morire, /verrà a farmi certo /del suo e mio tesoro, /verrà come ristoro /delle mie e sue pene, /verrà, forse già viene /il suo bisbiglio”.

Padre Antonio spiega: “Il poeta ancora non si è convertito, però già esprime la persuasione di un avvenimento che prenderà su di sé tutta la vita dell’uomo. Io celebro il Natale perché esperimento che quello che è accaduto nella Vergine, cioè la presenza di Dio che prende la sua carne, è  esattamente quello che il Signore vuole che accada ad ogni cristiano. Quando la Chiesa ci fa dire: ‘Vieni Signore, Gesù nasce, preparati al Natale’, ti sta chiedendo: ma in te sta nascendo qualcosa? Sta crescendo qualcosa? Sta nascendo il tuo essere uomo, il tuo essere figlio di Dio? Ciascuno di noi, dovrebbe pensare così: io sono l’unico uomo esistente al mondo! Non perché non mi curi degli altri, ma perché per Dio è così. Tutte le volte che fai crescere in te tutto ciò che di buono Dio ti ha dato, che la Chiesa ti trasmette, realizzi la tua vera umanità, quella che Dio ha in mente. Quindi è un Natale continuo,  è qualcosa che accade adesso, che ha bisogno di tempo, maturazione, anche di perdono, di possibilità per ricominciare. Come in Maria tutto il cristianesimo era un grumo di cellule che cresceva per diventare bambino e poi uomo e poi salvatore del mondo, così questo deve riaccadere per ciascuno di noi. La fede è un fatto e il fatto è la tua umanità che in maniera buona, dolce, vera, impara ad appartenere a Cristo e appartenendo a Cristo impara ad appartenere a tutti, al mondo, impara ad essere un punto della salvezza del mondo. Il mondo vive di questo, di tutto questo intreccio di ‘speranze sostanziali’.”

Ancora un’ultima poesia:

QUELLA ATTESA DEL CUORE CHIAMATA AVVENTO

“Dio, tu hai scelto di farti attendere tutto il tempo di un Avvento.
Io non amo attendere. Non amo attendere nelle file. Non amo attendere il mio turno. Non amo attendere il treno. Non amo attendere prima di giudicare. Non amo attendere il momento opportuno. Non amo attendere un giorno ancora.
Non amo attendere perché non ho tempo e non vivo che nell’istante.
D'altronde tu lo sai bene, tutto è fatto per evitarmi l'attesa: gli abbonamenti ai mezzi di trasporto e i self-service, le vendite a credito e i distributori automatici, le foto a sviluppo istantaneo, i telex e i terminali dei computer, la televisione e i radiogiornali... Non ho bisogno di attendere le notizie: sono loro a precedermi.
Ma tu Dio tu hai scelto di farti attendere il tempo di tutto un Avvento. Perché tu hai fatto dell'attesa lo spazio della conversione, il faccia a faccia con ciò che è nascosto, la fatica che non logora.
L'attesa, soltanto l'attesa, l'attesa dell'Attesa, l'intimità con l'attesa che è in noi perché solo l'attesa desta l'attenzione e solo l'attenzione è capace di amare.
Tu ti doni già nell'attesa, e per te, Dio, il verbo attendere, si coniuga come pregare”
(J. Debruynne, Ecoute, Seigneur, ma prière).

Paola Zucca 
Sintesi dell’incontro non rivista dall’autore

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