di Luca SIGHEL

Le notizie quotidiane sulle conseguenze del sisma, che l'11 marzo scorso ha colpito il Giappone, si inseguono e costantemente ci raccontano non solo del disastro provocato dall'onda dello tsunami che ha devastato le coste, ma soprattutto dell'evolversi della situazione alla centrale di Fukushima, da dove gli aggiornamenti giungono con il contagocce e poche sono le certezze sul da farsi e su come possa risolversi questa crisi. I media non hanno perso tempo e così, come ormai capita per ogni tipo di evento tragico, si inflazionano le dichiarazioni, le prese di posizione, i pareri degli esperti e le proposte pro e contro l'utilizzo dell'energia nucleare.

I talk show si gettano sugli ultimi aggiornamenti, con  ricostruzioni tridimensionali della scena dei fatti. Saranno i 10.000 km di tranquillizzante distanza o la compostezza, anche nella tragedia, dimostrata dal popolo giapponese, ma a chi cerca di seguire ed informarsi quegli avvenimenti sembrano quasi irreali come un film di Orson Wells.
Non manca, nel veder scorrere immagini e notizie, una sorta di fastidio dovuto all'impotenza, ma anche al fatto che nell'informazione quotidiana, soprattutto dei tg, si accostano servizi su possibili scenari apocalittici ad “approfondimenti” sul tracollo dei prezzi del sushi nei supermercati italiani, accompagnati dalla dovuta rassicurazione dell'italo-giapponese di turno che il pesce utilizzato in quel piatto così apprezzato dagli italiani è rigorosamente prodotto in Italia. D'altra parte il commercio di import dal Giappone vale circa 13 milioni di euro (di pesce si intende). Si cerca inoltre di valutare quanto costerà a noi italiani e alle nostre aziende, già in crisi, questo tracollo del Sol Levante.
Il disastro ambientale ed economico è forse epocale (su ciò non c'è dubbio), rimaniamo attoniti di fronte alla potenza distruttiva che si può sprigionare dal nostro pianeta, e totalmente impotenti rispetto alla minaccia radioattiva.

L'uomo, così potente da spaccare il nucleo stesso della materia, è così indifeso davanti alla natura e nel momento in cui deve affrontare il terribile pericolo invisibile delle radiazioni. Il Giappone un paese così avanzato tecnologicamente, è messo in ginocchio proprio dalla mancanza di strumenti tecnici adeguati all'emergenza.
In questo inseguirsi di novità e comunicati, poco spazio, o solo per accenni, è stato dedicato a quei 50 tecnici che hanno deciso liberamente di rimanere nella centrale, per poter operare e scongiurare una catastrofe; a Chernobyl decine di persone come loro, morirono dopo pochi mesi dall’intervento tecnico. I più irradiati furono coloro che erano intervenuti i primi giorni e che avevano sorvolato in elicottero il reattore in fiamme.
I dipendenti di Tepco, il gigante dell’elettricità che sfrutta la centrale, stanno effettuando turni di lavoro nella sala di controllo per limitare l’esposizione alla radioattività. Sanno che cosa li aspetta eppure nel momento della decisione hanno voluto sacrificarsi per le loro famiglie e le persone care,  ma, in fondo, per l'intera comunità.
Indubbiamente la cultura giapponese insegna l'abnegazione e il senso di rinuncia, ma, pur essendo molto distanti dal nostro modo di concepire la vita e le relazioni, non possono lasciarci indifferenti questi uomini che immolano le loro esistenze. Parecchi giornalisti hanno parlato di “eroi” o si sono inerpicati a rintracciare somiglianze con le figure mitiche ed idealizzate dei samurai e qualcuno li ha accostati ai kamikaze, senza ricordare forse come questo termine sia nato e sia via via venuto ad identificare dei portatori di morte. Qui abbiamo sotto i nostri occhi semplicemente padri e mariti che, consapevolmente, accettano la possibilità di perire, pur di fare la cosa giusta, anzi avendo fatto in un solo istante la scelta “giusta”, reificando quel coraggio nelle avversità della vita e quella dedizione che forse tante volte hanno solo raccontato e cercato di insegnare ai propri figli. Stanno rendendo veramente sacro, con il loro sacrificio, il tempo e i loro gesti.

Ci uniamo alla preghiera del Santo Padre per questi e le loro famiglie: “Desidero rinnovare la mia spirituale vicinanza alle care popolazioni di quel Paese, che con dignità e coraggio stanno facendo fronte alle conseguenze di tali calamità. Prego per le vittime e per i loro familiari, e per tutti coloro che soffrono a causa di questi tremendi eventi. Incoraggio quanti, con encomiabile prontezza, si stanno impegnando per portare aiuto. Rimaniamo uniti nella preghiera. Il Signore è vicino!”.
Il Pontificio Consiglio “Cor Unum” ha stanziato da subito una somma di aiuto alle popolazioni colpite dalla catastrofe del sisma e anche la Caritas italiana sta raccogliendo fondi ed ha già inviato una parte del denaro raccolto, per venir incontro alle prime necessità. In tutte le chiese cattoliche del Giappone è stata immediatamente lanciata una campagna di solidarietà a favore delle vittime, come ha annunciato padre Daisuke Narui: “Lavoreremo insieme con Ong di altra estrazione. In questo momento siamo chiamati a dare testimonianza di unità e ad essere vicini a ogni essere umano sofferente. Sappiamo già che la risposta dei fedeli al nostro appello sarà molto generosa”.

(Tratto da Dialoghi Carmelitani)


Per chi volesse contribuire (per maggiori informazioni www.caritasroma.it)
1) C/C POSTALE CARITAS N. 347013 causale: maremoto Pacifico 2011.
2) Tramite BONIFICO:  UniCredit, via Taranto 49, Roma Iban:IT 88 U 02008 05206 000011063119; Intesa Sanpaolo, via Aurelia 396/A, Roma Iban: IT 95 M 03069 05098 100000005384

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