Quando la natura sembra tormentare il destino dell’uomo, ciascuno di noi comprende i limiti della propria finitezza! Haiti – forse il paese meno sviluppato dell'emisfero settentrionale e certamente uno dei più poveri al mondo – è stata colpita in questi giorni da un violentissimo terremoto di magnitudo 7.
L’epicentro del sisma è stato registrato a quindici chilometri dalla capitale Port-au-Prince, quasi rasa al suolo, e con un numero di morti superiore alle centomila persone. Una vera e propria catastrofe naturale.
Come accade in queste drammatiche situazioni i soccorritori lavorano senza sosta, col timore fondato che sotto le macerie possano esserci ancora migliaia di persone. Il numero dei feriti è incalcolabile e c’è davvero bisogno di tantissima solidarietà.
E’ in queste circostanze che la domanda su Dio viene rilanciata con maggiore intensità. “Perché tanta sofferenza?”.
Per qualcuno è davvero difficile credere che l’uomo non è stato creato da Dio per il dolore ma per l’amore, e che tra la sofferenza di Cristo in Croce e le sofferenze di ogni uomo c’è un misterioso e profondissimo legame che talvolta stentiamo a comprendere fino in fondo. Ma soprattutto che non esiste sofferenza sulla terra che non sia stata già assunta ed accolta da Cristo, in quell’estremo e per noi assurdo dolore patito in croce, per amore nostro.
Mi è piaciuta in modo particolare la riflessione proposta da Davide Rondoni su Avvenire. Qui ne riporto il frammento finale.
“Da dove riprendere fiato, umanità, dignità davanti a tale strage? Non c’è altra possibilità: davanti a questo genere di cose, o si prega o si maledice Dio. O si è credenti o si diventa contro Dio. Una delle due. E se il cristiano dice di esser quello che prega, invece di esser l’uomo che maledice, non lo fa per sentimentalismo. Non lo fa per comodità. Anzi, è più scomodo. Molto più scomodo. Ma più vero. Perché quando il mistero della vita sovrasta – nella sventura come nelle grandi gioie – è più vero aprire le palme vuote, o piene di calcinacci o di sangue dei fratelli e dire: tienili nelle tue braccia. Tienili nel Tuo cuore. Perché noi non riusciamo a conservare nemmeno ciò che amiamo. Perché la vita è più grande di noi, ci eccede da ogni parte, e la morte è un momento di eccedenza della vita. Un momento in cui la vita tocca fisicamente il suo mistero. La natura non è Dio. In natura esistono anche i disastri. Come gli spettacoli e gli incanti. Ma la natura non è Dio. Non preghiamo la natura, che ha pregi e difetti, come ogni creatura. Preghiamo Dio creatore di abbracciare il destino delle vittime. Il destino triste di questi fratelli. Che valgono per Lui come il più ricco re morto anziano e sereno nel proprio letto. Che ci ricordano, nel loro dolore, che non siamo padroni del destino” (Avvenire, 14 gennaio 2010).
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