Il filosofo del diritto sul testo approvato dal Senato: la Costituzione prevede il divieto di atti medici praticati senza il consenso dell’interessato, non l’autodeterminazione del paziente
D’Agostino: la legge non fa del medico il padrone assoluto
«Deve conciliare volontà del paziente e professionalità»
di Giovanni Grasso
Non sarà «una legge inutile» e di sicuro «non è anticostituzionale». La scelta poi di dare al medico «l’ultima parola non gli dà ogni potere sull’ammalato». Il professor Francesco D’Agostino, ordinario di Filosofia del diritto e presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica respinge le critiche mosse da alcuni esponenti dell’opposizione e dai giornali al provvedimento sul testamento biologico, approvato in prima lettura al Senato.
Professore, i detrattori di questo provvedimento dicono intanto che è una legge inutile, perché non servirà a nessuno. E che forse era meglio non fare nulla. Lei che ne pensa?
Andiamo per ordine. Intanto c’è da fare una premessa. Sarà - e dico questo indipendentemente dal contenuto – una legge per pochi, ma non per nessuno...
In che senso?
Nel senso che l’esperienza di altri Paesi che hanno adottato la dichiarazione anticipata di trattamento ci insegna che una percentuale minima di cittadini, il 10-15 per cento, ricorre a questo tipo di opportunità. Quanto al resto, non è affatto vero che si tratta un provvedimento inutile.
Oggi a disposizione del medico c’è un ventaglio molto ampio di scelte di fronte a un malato molto grave ed è una cosa buona che possa essere illuminato dalla volontà di quei pazienti che hanno ritenuto di fare la dichiarazione anticipata di trattamento.
Cosa intende per ventaglio ampio di scelte?
Le faccio un esempio: ci può essere una persona che, per un forte attaccamento alla vita, arriva a chiedere di essere trattato sempre e comunque, anche con pratiche estreme e cure sperimentali. E chi, invece, di fronte alla gravità della sua condizione rifiuti accanimenti terapeutici o cure che comportano forti sofferenze fisiche. Sono due atteggiamenti, due volontà diverse e in un certo senso opposte, che giustificano l’esistenza di una legge come quella in discussione.
Passiamo a un secondo capo di accusa, che riguarda la decisione di demandare la scelta definitiva al medico. Si parla di incostituzionalità e di prevaricazione dello Stato (attraverso il medico) sulla volontà del singolo.
Bisogna essere molto chiari su questo punto: la Costituzione prevede il divieto di atti medici praticati senza il consenso dell’interessato, ma mai l’autodeterminazione del paziente.
L’autodeterminazione comporterebbe che una persona entra in un ospedale e chiede l’eutanasia. Questo non è possibile.
Questo lo chiedono i radicali, ma il Pd per bocca della Finocchiaro si è sempre detto contrario all’eutanasia.
Il problema è che il diritto a rifiutare la terapia non deve diventare un modo per introdurre in maniera surrettizia forme di eutanasia. Se, insieme al rifiuto della terapia, chiedo una sedazione terminale, ovvero atti che comportano sicuramente la morte, è chiaro che siamo davanti a forme eutanasiche. Diverso è il caso delle cure palliative, degli antidolorifici: anche se questi potrebbero in qualche modo accelerare la morte, non vengono somministrati con la diretta intenzione di provocarla.
Veniamo alla questione del medico...
Io credo che sia stata una scelta saggia. Primo perché non si può obbligare il medico ad attuare in modo cieco le volontà terapeutiche di un paziente senza mortificare la sua professionalità.
Non si può costringere un medico a prescrivere un antibiotico, figuriamoci ad attuare scelte così rilevanti. Non si dà, intendiamoci, al medico il potere sul malato, ma gli si chiede di utilizzare la sua competenza scientifica. È chiaro che il medico terrà conto delle volontà del paziente, ma darà la sua risposta con ragioni mediche, non ideologiche. Le faccio un esempio: una persona scrive nelle dichiarazioni che se dovesse andare in coma, rifiuterebbe le cure. Ma se il coma, provocato da un incidente stradale e non da un tumore all’ultimo stadio, fosse assolutamente reversibile, il medico dovrebbe attenersi alla lettera della volontà espressa? O non sarebbe suo dovere salvare la vita?
«Il diritto a rifiutare la terapia non diventi modo surrettizio per introdurre forme di eutanasia»
Tratto da "Avvenire" del 28.03.09
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