La fede del Centurione e del Discepolo prediletto
di Michelangelo Nasca

Il Centurione

Il Vangelo di Luca ci regala una delle pagine più commoventi del mistero della nostra fede. Un breve scambio di parole seguite da una esplicita richiesta di guarigione indirizzata da un Centurione romano al Figlio di Dio. Una fede grande testimoniata da uno di cui non ti saresti mai aspettato. La conferma che Gesù viene sulla terra per tutti!

«Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa». All'udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito» (Lc 7, 2-10).

Persino un Centurione romano entrò a fare parte della schiera di coloro che credettero in Gesù. Non conosciamo il suo nome ma il lavoro che egli svolgeva tra i ranghi di un esercito nemico ed usurpatore. Un centurione che aveva umanamente iniziato a guardare con lealtà alle esigenze degli israeliti, costruendo per loro una sinagoga. Adesso, però, il servo del Centurione stava per morire e avendo sentito parlare di Gesù non esitò a rivolgersi a lui. Mandò da Gesù alcuni anziani tra i Giudei pregandolo di venire a salvare l’amato servo. Costoro perorarono con insistenza la causa del Centurione: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù s’incamminò così verso la casa del Romano il quale, probabilmente vistolo in lontananza, volle ancora una volta rivolgere a Gesù il suo personale rispetto e la verace fede chiedendo ai suoi servi di andargli incontro: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa». Una fede così grande non si era mai vista in Israele e Gesù stesso ne rimase ammirato. E il servo venne guarito.

“Convertirsi, che cos’è in realtà? Convertirsi vuol dire cercare Dio, andare con Dio, seguire docilmente gli insegnamenti del suo Figlio, di Gesù Cristo; convertirsi non è uno sforzo per autorealizzare se stessi, perché l’essere umano non è l’architetto del proprio destino eterno. Non siamo noi che abbiamo fatto noi stessi. Perciò l’autorealizzazione è una contraddizione ed è anche troppo poco per noi. Abbiamo una destinazione più alta. Potremmo dire che la conversione consiste proprio nel non considerarsi i “creatori” di se stessi e così scoprire la verità, perché non siamo autori di noi stessi. Conversione consiste nell’accettare liberamente e con amore di dipendere in tutto da Dio, il vero nostro Creatore, di dipendere dall’amore. Questa non è dipendenza ma libertà. Convertirsi significa allora non inseguire il proprio successo personale - che è una cosa che passa - ma, abbandonando ogni umana sicurezza, porsi con semplicità e fiducia alla sequela del Signore perché per ciascuno Gesù diventi, come amava ripetere la beata Teresa di Calcutta, “il mio tutto in tutto”. Chi si lascia conquistare da Lui non teme di perdere la propria vita, perché sulla Croce Egli ci ha amato e ha dato se stesso per noi. E proprio perdendo per amore la nostra vita la ritroviamo” (Benedetto XVI).


Giovanni

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre “Donna, ecco il tuo figlio! ”. Poi disse al discepolo “Ecco la tua madre! ”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 25-27).

La nostra vita, potremmo dire, è una interminabile sequenza di incontri. Incontri con altre persone che hanno avuto il pregio di cambiare la tua esistenza, incontri determinanti per la tua realtà affettiva, incontri di amicizia ecc. Ogni incontro, bello o brutto che sia, nella gioia o nel dolore, lascia in noi un segno indelebile e il ricordo si aggrappa a mille particolari: il luogo in cui è avvenuto l’incontro, l’ora, le persone che ti stavano accanto…

Ai piedi della Croce, insieme alla Madre di Dio, quel giorno, c’era anche Giovanni, il discepolo prediletto, il più giovane tra gli apostoli. “Il Signore ha fatto grazia” questo è il significato ebraico del nome Giovanni. I figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, da subito, erano entrati a far parte del gruppo dei Dodici. Giovanni fu, probabilmente, uno dei primi a seguire Gesù. Adesso il giovane Apostolo sostava davanti al corpo martoriato del suo Signore. Le parole del Maestro dovevano echeggiare ancora nel suo cuore: “Chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua…”. Il giorno in cui incontrò Gesù, le passeggiate in riva al Mare di Galilea, la pesca miracolosa, la chiamata degli altri apostoli, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la resurrezione di Lazzaro… erano immagini ancora nitide nella mente e nel cuore di Giovanni. Non era un sogno ciò che lui, insieme agli altri apostoli, aveva vissuto e la gioia che in Gesù aveva sperimentato. Non era un sogno nemmeno quella Croce presso la quale, adesso, Giovanni silenziosamente sostava raccogliendo le ultime parole e gli spasimi dell’amato maestro: «“Donna, ecco il tuo figlio! ”. Poi disse al discepolo “Ecco la tua madre! ”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa»”. Maria, Giovanni e le altre donne sono immagine della Chiesa che rimarrà impressa nello sguardo e nel cuore di Dio. Tutto è ormai compiuto! Alcuni istanti ancora per affidare il genere umano al Padre, e poi il soffio del Suo ultimo respiro benedirà la giovane Chiesa radunata sotto la croce.

Lasciare tutto ciò che nel mondo è garanzia e stabilità di vita (affetti familiari, lavoro, averi ecc.), «condividere» un cammino faticoso e imprevedibile custodendo nel cuore la certezza della fede. Questa era la vera sequela proposta da Gesù. Egli stesso, inchiodato sul legno del patibolo, stava già aprendo un varco per i suoi primi seguaci. La Croce, per ogni uomo che decide di seguire Cristo, è posta all’orizzonte di questo cammino; essa è visibile da qualsiasi angolatura ed possibile raggiungerla compiendo (analogamente a Cristo) un vero e proprio atto di affidamento e di abbandono nelle mani di Dio. “Ai suoi apostoli, che hanno lasciato ogni cosa per lui, non assicura né il vitto né l’alloggio, ma solo la condivisione del suo stesso modo di vivere” (F. X. van Thuan).

“Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l'Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19, 25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ... Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15)” (Benedetto XVI).

 

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