DAVANTI ALLA SINDONE
di Riccardo MACCIONI

I l popolo della Sindone è una ragaz­zina con le scarpe rosa slacciate e gli occhi timidi. Manda sms dalla penom­bra del Duomo e sa che non dovrebbe perché si guarda intorno in attesa di un rimprovero. Che non arriva. Però quan­do è davanti all’Uomo dei dolori, spe­gne il cellulare e si immerge in se stes­sa come se nel sacro telo intriso di sof­ferenza vedesse le ferite aperte e i sogni acerbi della sua adolescenza.

Il popolo della Sindone è un uomo ri­curvo sulla carrozzina spinta da una suora. «Scusate, grazie», dice una vo­lontaria e noi ci spostiamo un po’ a de­stra per farlo passare. Ho provato a se­guirlo con lo sguardo ma lui era già lon­tano perché qui, in piccolo, vale la scuo­la del Vangelo: gli ultimi, i dimenticati hanno la precedenza.

Il popolo della Sindone è un gruppo di sacerdoti francesi con la scritta Lour­des sulla borsa a tracolla. I più anziani hanno dei seggiolini da picnic e quan­do l’attesa diventa lunga si siedono fa­cendosi aria con un giorna­le mentre recitano il Rosario.

Il popolo della Sindone sei tu, noi, ciascuno degli oltre due milioni di pellegrini che si sono messi in coda nei giorni dell’Ostensione che fi­nisce oggi. E anche chi vole­va andare a Torino e non ha potuto, trasformando il de­siderio di esserci, in pre­ghiera. Perché la Sindone è innanzitutto un invito alla ri­flessione, un interrogativo che scuote il nostro fragile castello di certezze. Chi ha il dono della fede davanti al sa­cro lino prega, medita, con­templa. Lo sguardo va alla ri­cerca di quel Volto spento dalla morte ma illuminato d’eternità. Davanti agli oc­chi scorrono i visi cari che non ci sono più, chi accom­pagna da vicino le nostre vi­te ma anche le persone «in­gombranti », quelle che fati­chiamo a sopportare. In quei pochi attimi di sosta più che di risposte senti il bisogno di silenzio, che è mettersi in a­scolto, tentare di aprire il cuore all’Assoluto, conse­gnare le chiavi della nostra esistenza a chi sa dividere l’essenziale dal superfluo.

Allo specchio del Vangelo riesci a capire cosa davvero conta, ti sembra persino lo­gica la follia d’amore di un Dio che vive nel nascondi­mento per manifestarsi in tutta la sua grandezza, che sceglie di affrontare la mor­te per guidarci alla vita vera.

«L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita», ha detto Benedetto XVI lo scorso 2 maggio. E ancora: nel sacro lino «ogni traccia di sangue parla di a­more e di vita». Com’è vero. Ma c’è bi­sogno di silenzio per scoprirlo. E di pre­ghiera. E di coraggio. Il bagaglio che ha accompagnato un popolo intero a To­rino, dall’Italia come dall’Asia, per fer­marsi pochi minuti davanti a un telo se­gnato dal dolore. O forse il segreto è pro­prio questo: trovare nella sofferenza più inconcepibile e disumana una scuola di speranza. Quella che guida la ragaz­zina attraverso la città con le cuffiette dell’iPod alle orecchie, il disabile e la sua fatica di farsi largo sul marciapiede pieno di gente, il sacerdote che prega mentre aspetta i penitenti nel confes­sionale. Persone come tutte le altre, im­pegnate ogni giorno a costruire con buona volontà la città degli uomini.

Però a ben vedere una differenza c’è: nel silenzio di una chiesa o di notte pri­ma di dormire, spesso quegli uomini e quelle donne trovano l’umiltà e la for­za di mettersi in ginocchio. E di ringra­ziare.

 

(Avvenire 23 maggio 2010)

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